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La poetica dei sentieri interrotti in Antonio Tabucchi

La scrittura di Tabucchi si appoggia a numerosi spazi riflessivi e saggistici, come prefazioni, esergo, commenti interni, quasi per sollecitare la collaborazione e la disponibilità del lettore nella ricerca di un profondo e difficile messaggio da cogliere nel rebus della vita. Pause riflessive, citazioni criptiche e segnali in rilievo sono altrettanti simboli di un universo riluttante ad ogni sistema razionale. Una delle definizioni, che Tabucchi dà della sua poetica, è il titolo stesso di una sua raccolta narrativa, Piccoli equivoci di poca importanza. Identifica gli equivoci, che circoscrivono le situazioni dell'esistenza, nelle ambiguità, incomprensioni che distorcono progetti ed obiettivi generando col tempo malinconie, nostalgie, rancori, inquietudini verso qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato, non si è avverato, perché qualche impedimento ha regolato diversamente dalle aspettative il corso della vita. Tabucchi, in modo antifrastico, sembra minimizzare le conseguenze degli equivoci della vita, definendoli piccoli, ma l'inquietudine, che aleggia intorno alle vicende dei suoi racconti, fa emergere una visione oscura ed enigmatica della vita, sospesa ad un gioco ambiguo e priva di possibilità di scelta, rinviabili alla libertà dell'io penso. Non si può, infatti, considerare insignificante una scelta universitaria o un impegno matrimoniale che regolerà il successivo corso della vita, e quello che all'inizio può sembrare un equivoco di poco conto, sortisce a distanza risultati irriducibili e senza soluzione. I giochi ambigui del caso, che interferisce nelle nostre mosse e all'inizio sembrano fluidi e modificabili, comportano sofferenze irrimediabili, costrizioni destinali, situazioni cristallizzate. Solo di fronte ad eventi di traumatica urgenza si ha la rivelazione, unita all'angoscia, di un destino di cui non sono più chiare le tessere.

Nel primo racconto, la condanna per l'ideologia estremistica professata, mentre riporta alle relazioni di tre giovani nel loro passato universitario, lascia irrisolto ed incomprensibile il rapporto presente-passato e la successione degli eventi. Il delitto di Madras, in altro racconto, rivela le tortuosità del destino, che colpisce in modo decisivo ma oscuro. Don Pedro vive con struggimento la carenza d'amore che la vita gli ha riservato, a cui non può rimediare se non con l'orrore grottesco degli atti di cui si fa carico. In Rebus appuntamenti mancati ed incontri imprevisti si alternano in un gioco comico e grottesco di vita e morte. I racconti di Tabucchi sono ricostruzioni del passato in un'ansia pirandelliana di far quadrare le vicende, di estorcere una logica e una regola, ma si inabissano in vuoti ed assenze di senso, colmate impropriamente da memoria ed immaginazione; la mente vuole riandare sul vissuto per cogliere l'anello che non tiene, ma le pieghe del tessuto esistenziale risultano frastagliate, isole sospese, segmenti separati, come anime diverse che abitano parti di noi e in momenti diversi prendono il sopravvento. La nostra vita con le sue interruzioni diventa un insieme ibrido di blocchi e " stanze incomunicabili, di cui non possono che soffrire la comprensione e la memoria; le foto dell'album diventano inquietanti per la protagonista di "Stanze", che assiste alla dissociazione della sua identità, di cui non porta più coscienza. Si può parlare di una poetica dei Sentieri interrotti, con la terminologia di Heidegger.

Tabucchi si inserisce nell'evoluzione della cultura contemporanea, in cui filosofia e letteratura si scambiano le veci e la filosofia sembra risolversi nella comunicazione letteraria. Tabucchi stesso ebbe a dire, nel confronto tra i due campi, che la filosofia sembra proporre verità che sono poi astrazioni, mentre la letteratura sembra proporre menzogne e invece rivela verità. Come intellettuale contemporaneo, Tabucchi ritiene la ricerca, come obiettivo mai esaustivamente definito, l'unica via dell'uomo di cultura, quando la verità si fa difficile ed enigmatica. Nel sapere contemporaneo il pensiero diventa debole, non riesce a motivare in modo completo l'organizzazione del mondo, il progressismo tecnico- razionale entra in crisi, la progettualità non si svolge secondo una chiarezza lineare, ma si perde in una miriade di segmenti bloccati ed inconclusi, come sentieri di un bosco impervio; il tempo del mondo, appunto, si frammenta e con esso la storia, assimilata metaforicamente al gomitolo bergsoniano e alla rete montaliana, che lascia sussistere caverne e sottopassaggi. Tabucchi è figlio del pensiero debole, della psicoanalisi e di un irrazionalismo connesso ad un'ansia metafisica. La sua formazione, sensibile all'area del mistero e delle cose ultime oltre e fuori della storia, presuppone una vasta ed implicita catena di riferimenti, che collega la ricerca contemporanea a culti e filosofie portanti del passato, come vere strutture fondanti dell'esperienza umana. La cultura orfico-pitagorica si connette con l'esoterismo moderno, pervaso peraltro dall'attenzione verso forme del pensiero orientale. L'escursione, interessata ed antifrasticamente negata, verso certe zone della religiosità indiana, sembra ancora sottolineare il fallimento della dialettica della razionalità occidentale e anche la difficoltà di liberarsene, come accade a Dante e alla sua esperienza dell'ineffabile paradisiaco, contemporaneamente abbandono e centralità dell'io.

La coscienza, nei suoi vuoti conoscitivi, si fa avvertimento critico e stimolante di una dimensione notturna; la notte è il tempo che più si dilata nella narrativa tabucchiana, con riferimenti anche diretti ed espliciti a tanti notturni letterari e musicali, a cui intende assimilare il ritmo e il respiro della parola. Si tratta non di notte come abbandono e pace in braccio all'assoluto in chiave romantica novalisiana, ma di una espansione inquieta dell'anima, un distacco mai portato a compimento, tra reale e surreale, tra l'insoddisfazione del logorio storico e lo sfondo di apparizioni ed illuminazioni di un altro universo. I segnali dell'occulto costellano in modo segmentato la vicenda esistenziale dei racconti e si infittiscono nel "Nottturno indiano". Il viaggio del protagonista in varie città dell'India, apparentemente alla ricerca di un amico scomparso, in realtà ricerca di sè e della verità, si arricchisce di presenze invisibili, di pulsioni e percezioni sospese; ne sono prova i canti oranti e meditativi degli asceti Jainisti nelle profonda notte indiana, le voci interrogative che si rincorrono sulla vita e la morte, sul corpo e sull'anima, gli incontri prodigiosi, veri "monstra" da valutare in chiave spirituale, difforme dal linguaggio della fisicità mondana. Tutta una realtà invisibile emerge, sovvertendo ogni costruzione razionale e ponendosi come l'unica area del vero. Si può leggere in tale senso l'incontro con una creatura presentata come uomo-scimmia nella sua figura indefinibile secondo standard usuali, o l'incontro in una stazione con un uomo diretto a Benares, prefigurazione dell'ultima partenza.

In questi capitoli, soprattutto, la tecnica narrativa si frammenta, eludendo qualsiasi forma di dialogica corresponsione; gli enunciati significativi si dispongono a distanza, fuori della successione logica del tessuto testuale. Il capitolo quarto è denso di riflessioni ed interrogativi alonati dal mistero: "che cosa ci facciamo dentro questi corpi; forse ci viaggiamo dentro..forse sono valigie, ci trasportiamo noi stessi; vado a morire, mi restano pochi giorni di vita...suppongo che non avremo più occasione di vederci secondo le sembianze sotto le quali ci siamo conosciuti". Questi enunciati sono intervallati da pause descrittive di altro genere che costituiscono l'espansione del capitolo, ma proprio la segmentazione sottolinea la ricerca arcana in una dimensione notturna; sullo sfondo aleggia il campo lungo del canto mistico dei Santoni, scambiato per un lamento di sciacalli, e le stesse informazioni sull'imprecisato canto- lamento sono tenute a distanza da note e richiami sul vestito e l'atteggiamento dell'interlocutore. Le voci affondano nel campo lungo del lamento mistico sulle cattiverie del mondo e tutto, poi, nella dimensione profonda dell'Invisibile da cui soltanto può venire l'illuminazione. La stessa tecnica pausata ed interrogativa si ritrova nel capitolo sesto, ambientato in un interno, la sede della Associazione Teosofica di Madras, nell'ora serale della cena: la citazione di Victor Hugo nell'incipit che, tradotta, suona come "il corpo umano potrebbe non essere altro che un'apparenza. Nasconde la nostra realtà. Prende consistenza sulla nostra luce o sulla nostra ombra" richiama, nella conclusione, un'altra citazione, una poesia del poeta Pessoa, così resa "la scienza cieca ara vane zolle, la fede pazza vive il sogno del suo culto, un nuovo dio è solo una parola, non credere o cercare; tutto è occulto". Queste voci, sottolineate dal silenzio del mistero, costituiscono il dialogo interiore dell'anima, che non può trovare in una persona o in una realtà contingente la risposta alle sue ansie metafisiche e perciò si rivolge a quel grembo dell'universo, a cui tutti i limitati sentieri della ragione portano. Perfino nel romanzo epistolare, Si sta facendo sempre più tardi, le lettere, libere da coordinate di riferimento, sembrano altrettante voci dell'anima inviate all'immensità dell'etere.

La dimensione azzurra e fresca della notte richiama quella sottolineata da Heidegger nella poesia di Trakl, ad indicare il viaggio nella notte dello spirito. Nella notte profonda, ma azzurra di stelle, lo straniero avanza, affronta la sua dipartita dal mondo in cerca di un'alba nuova. La visione notturna non è luminosa, ma penetrante ed abissale, ed è quella che porta, appunto, nelle zone fitte del bosco, dove tutti i sentieri convergono. Solo la mezza luce, generata dalla lontananza lunare ed astrale, su cui gravita la densità della selva, permette la liturgia del mistero accessibile all'anima dello straniero. Anche nella narrativa di Tabucchi si pone al centro il percorso notturno dello straniero nel respiro profondo dell'universo indiano.

Questa ricerca di dimensioni invisibili, come filo conduttore in seno alle ambiguità della storia, si ritrova anche nell'opera di Calvino e di Pirandello, ad indicare analogie di interessi e problematiche nella cultura italiana del Novecento. Il giardino della reggia in cui si ritrovano Marco Polo e il sovrano Kublai Kan, nelle Città invisibili di Calvino, e la villa Scalogna del mago Cotrone, dove approda una compagnia teatrale itinerante, nell'ultima opera di Pirandello I giganti della montagna, sono due luoghi dell'invisibile e del mistero; entrambi sono separati dal mondo e dalla sua storia turbinante, sono immersi nella tipica luce velata e cupa della notte, non spingono alla quiete e all'abbandono quanto ad una veglia inquieta, densa di proiezioni cosmiche ed oniriche. Nella villa Scalogna, tra ombre e lucciole, si effonde una dimensione misteriosa ed esoterica,un omaggio alla cultura pitagorica dell'antica città di Crotone, richiamata anagrammaticamente nel nome del mago della villa. Anche nell'opera di Calvino il dialogo tra i due interlocutori assume contorni surreali, il sogno prende il posto della realtà e le realtà sognate, tutte possibili nel regno interiore dell'anima, unificano tutti i tempi, collimando con la cosmicità universale. L'anima può sciogliere gli equivoci e, sciolta dalle strettoie della razionalità logica, può penetrare nel più fitto bosco dell'universo, dove l'assente si fa presente, i defunti vivono, memoria ed utopia coincidono.

La poetica di Tabucchi presenta anche obiettivi di impegno civile e politico, ben sottolineati dalla vicenda del giornalista Pereira nell'omonimo romanzo ambientato nel periodo della dittatura salazariana: qui la vicenda è ben radicata nella storia portoghese, e precisamente nel momento oscuro di una dittatura che cancella libertà e diritti, sfondo adeguato per innestare una presa di coscienza e una conseguente azione di lotta. L'opera di Tabucchi, come degli altri autori citati, quindi, si articola in due filoni, ora rivolta a problematiche sociali, ora ad indagini esistenziali del profondo ispirate ad ansia metafisica. Pirandello, negli stessi Giganti della montagna, poteva ipotizzare due conclusioni: l'una affidata all'impegno sociale di Ilse, l'attrice che non rinuncia a portare i messaggi a contatto con la società corrotta, l'altra ai sogni esoterici della villa fuori dal mondo.

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