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La posizione dell'uomo nel recitativo ironico delle Mosche del capitale di Volponi

Le mosche del capitale è un testo che si svolge su più piani temporali e narrativi: il discorso prende le varie forme di dialogo, di indiretto libero, di monologo, con una libertà di passaggio dall'uno all'altro. Compaiono dialoghi di pura invenzione poetica, in cui si dà voce e pensiero a vari esseri della terra e del cielo, in un modo che ricorda le Operette Morali di Leopardi. L'analogia tra i due autori riguarda, pur con le ovvie trasposizioni cronologiche e sociali, anche la visione illusoriamente elevata dell'uomo e la maniera ironica usata per smentirla. Nei Dialoghi leopardiani viene smentito quell'alone di grandezza e magnificenza umana, sostenuto dalle filosofie progressiste e dalle scoperte scientifiche degli ultimi secoli. Leopardi non sminuisce direttamente la potenza dell'uomo, ma attraverso una trama ironica di contestazioni logiche incontestabili. Tutto il contesto cosmico dimostra la piccolezza e l'insignificanza dell'uomo, facendo risultare false le idee e mode circolanti. Ad esempio, se l'aspirazione di tutti gli esseri ad occupare un posto importante è legittima, se è un diritto dei topi a credere in un aldilà in cui proiettarsi, allora la centralità dell'uomo non è più unica ed esclusiva, ma resa comica dal coro delle voci circostanti

Questa posizione depressa dell'uomo, che pur non riconosce la sua inettitudine e si prodiga nel governo della storia, con l'intendimento di migliorarla e di piegarla ai suoi obiettivi, di conoscere le leggi della natura per ridurla a suo vantaggio, percorre le pagine del romanzo di Volponi. Anche qui scorre una vena ironica leopardiana, diluita nella animazione dialogica e nel recitativo straniato che incrocia i discorsi dei personaggi. Il tessuto narrativo si fa carico degli eventi aziendali, dei convegni, delle programmazioni, mantenendoli nel loro livello specifico che è quello della positività industriale e della fiducia nel progresso. Ancora l'uomo, nella veste di scienziato e capitalista, intende ribadire la sua posizione predominate a vantaggio della storia del mondo, ma, nel corso della narrazione, Volponi si impegna a vanificare tutta la verbosità dell'eloquio aziendale, immergendolo in una sequenzialità caotica ed indecifrabile. Il tessuto verbale, che infittisce le pagine, appare sabbia che non si cementa, non ha sintesi e risultati, anzi i risultati appaiono altri e distruttivi sui vari livelli di vita. In questa antitesi tra discorso e risultato, tra fitto recitativo e i mali dell'umanità, sta l'ironia di Volponi. Si tratta di un'ironia tetra e sofferta, di chi osserva l'evoluzione sociale e storica e le pieghe che essa va assumendo nel nostro tempo, deludendo gli obiettivi della scienza e le aspettative del globo. Il mondo della narrativa, quindi, diventa il mondo della chiacchiera sociale, inconcludente e vacua, che nasconde l'angoscia, il male, e perfino la morte. Il lettore non avverte subito il senso del linguaggio composito, le potenzialità del procedere per frammenti e del caos cronologico, ma poi finisce per riconoscere la logica provocatoria di cui si imbeve l'illogica sequenzialità. L'insieme del testo, nella sua straniante disorganicità, attesta e fa emergere l'inettitudine di chi intende affermare la propria supremazia nel cosmo, sovrapponendo una nuova dimensione artificiale su quella naturale.

L'ironia si addensa nell'animazione degli enti della natura, che, come in Leopardi, parlano un linguaggio più saggio di quello dell'uomo: il loro è il linguaggio della essenziale verità, che contesta l'inutile complicatezza delle invenzioni tecniche. L'ironia, che emerge dal confronto, traccia la commedia della storia in antitesi alla realtà della natura. Esseri vegetali, come i ficus, esseri animali, come il pappagallo, esprimono buon senso e moderazione che la società non ascolta, tutta chiusa nella sua organica architettura che non lascia aditi ed incrinature. Luogo focale del romanzo, che concentra le riflessioni di Volponi, è il dialogo tra la luna e il calcolatore. Nella solitudine notturna, nel silenzio delle stanze dirigenziali, dialogano due testimoni esemplari del cielo e della terra. Non poteva mancare un impatto tra le due dimensioni, un approccio che ha sempre impegnato i poeti fino a Leopardi, sempre con il proposito di conoscere l'Oltre e familiarizzare con esso per ricevere risposta sulla vita umana. Anche in Calvino una certa comicità avvolge i propositi umani di familiarizzare con il cosmo adeguandolo alla piccolezza degli esseri terrestri.

Ma la natura e il cosmo rimangono lontani e indenni dagli ambiziosi propositi dei terrestri. La luna, come una vergine bella e intangibile, continua il suo corso senza fornire risposte agli interrogativi che le vengono rivolti. La natura tutta segue le sue eterne leggi e non intende modificarle per influenza della scienza e della tecnica. Nel testo di Volponi il dialogo si instaura non tra la luna e l'uomo, ma tra la luna e il computer. Si potrebbe dire che il PC sia l'alter ego dell'uomo, in quanto oggetto da lui creato che esalta la sua intelligenza. Ma qui il calcolatore ha rotto ogni rapporto con l'uomo, si è messo al suo posto, manifesta l'audace proposito di instaurare il suo potere assoluto. Viene focalizzato un passaggio dilemmatico della storia dell'umanità: l'avvento della tecnologia come evento metafisico, ritenuto incontestabile dalla filosofia contemporanea. Anche in questo caso, la luna non teme la sfrontatezza del calcolatore, non sa nulla del divenire dei destini terreni, percorre le sue vie e riconferma le sue eterne regole. Di fronte ai problemi e alle ambizioni, che scorrono nella storia terrena, Volponi ribadisce la sua fede nelle natura cosmica, che potrà vivere beata e indenne senza gli artifici dell'uomo, come in certi vigorosi affreschi naturali, liberati dalla presenza umana, nei testi leopardiani.

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