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La ricerca del rifugio, tema della narrativa di Paolo Volponi

La ricerca di un rifugio, un luogo personale e separato, fuori dalle alienazioni della società, è tema costante nella narrativa di Volponi; si tratta del percorso dell'eroe di ogni Suo romanzo, di un Ulisse che attraversa gli sconvolgimenti della storia del Novecento, e non rinuncia a vivere le esperienze più degradanti, somatizzando nelle varie patologie dell'inettitudine o della ribellione il cumulo di amarezza ed insoddisfazione della vita. Un Ulisse invischiato nel magma della modernità tecnica, dell'industria e della fabbrica, delle varie forme di speculazione ed avventure di degrado che si profilano senza soluzione. Non è l'eroe antico che, dopo aver affrontato i mostri della guerra e della trasgressione, si riconcilia con gli dei e ritrova l'armonia nella comunità di una patria, ma l'eroe solitario, cioè l'intellettuale moderno, che nella sua lucida sapienza non può più aderire alla visione ingenua del passato, ormai compromessa dall'evoluzione, né può consociarsi con i propri simili, regrediti umanamente nel generale inaridimento della società tecnologica.

Nella sua superiore consapevolezza, l'eroe di Volponi si dibatte nella ricerca e nella mobilità di proiezioni utopiche psicologiche. La fissità dell'immaginario del rifugio richiama immediatamente la “Via del rifugio” percorsa da Guido Gozzano, che appare uno dei modelli della nevrosi del personaggio del Nostro Narratore, non nell'ironia stemperante a Lui poco consona, ma nella punizione ed autopunizione di chi troppo sa delle cose del mondo. La filosofia aspra e tenace del contadino Anteo e di Gerolamo Aspri meglio si accosta alla granitica e solitaria identità di Tristano, l'eroe leopardiano sicuramente presente a Volponi, conterraneo del Poeta marchigiano e a lui affine per un certo spirito di osservazione della società contadina, da cui prende le mosse per le sue ipotesi sull'uomo e sul mondo, certamente apportando concrete conferme ed esemplificazioni alle straordinarie previsioni del Poeta.

La ricerca di rifugio del maniaco eroe di Volponi può essere verificata nelle pagine di ogni romanzo, in cui la testarda ripetizione dei gesti diventa chiara conferma di quella conflittualità e patologia dell'intellettuale del Novecento, tra fissazioni ossessive e residue speranze, accordate, quasi incredibilmente, proprio dalla disarmonia e dalla malattia.

Nel Sipario ducale la società armonica e il paesaggio ameno di Urbino, all'ombra del palazzo ducale e del suo Duca, indicano le nostalgie dell'Autore verso un mondo umanistico di chiara impronta letteraria, ma ormai decrepito ed accerchiato dai mali del grande Stato italiano. Sembra che dalla figura del Duca e dalle sue nobili apparizioni emani sulla popolazione, e perfino sulla fuga dei colonnati, un riverbero di tradizioni austere e leggiadre. La ricerca della consorte , che dovrà dare compimento all'opera costruttiva del sovrano, acquista una nota di ritualità che potrebbe trasformare una donna del popolo in una novella Griselda. Ma il mondo circostante, corrotto e violento, dello Stato unitario, che già prepara le sue bombe e le sue stragi, incombe sul ducato stendendovi il sipario della fine. Da questa cornice ideale Volponi parte per raggiungere la nuova realtà lavorativa e tecnologica del Nord, ripiegando più volte verso di essa, ancora perno delle vicende di altri romanzi.

Memoriale è la memoria, in prima persona, del contadino Albino Saluggia, un nuovo Candido, che ,come il personaggio di Sciascia, attraversa esperienze ed ideologie del suo tempo, non con ingenuità come potrebbe essere sottolineato dal nome, ma con un'idea di base di semplice armonia e saggezza. Candido conduce un percorso conoscitivo attraverso le principali istituzioni della famiglia, della parrocchia, del partito, vivendone le contraddizioni e le egoistiche alienazioni, fino ad accettare l'integrazione sociale nel lavoro e nell'attività a Parigi, città in cui può riscontrare, con la “buona fede” di un autore suo modello, un semplice buon senso illuministico a cui conformarsi.

Albino attraversa il passaggio dalla società contadina alla vita in fabbrica, auspicando, nella sua testarda fiducia, di poter ritrovare la salute psicofisica.

Nei due personaggi si assiste ad una serie di comportamenti coattivi e ripetitivi, meno marcati in Candido, eroe letterario immesso in una dimensione di favola e sogno, come è suggerito dal sottotitolo, con risvolti maniacali ossessivi nell'esperienza malata di Albino, alla ricerca di una salute compromessa, prima dalla guerra, poi dal sistema lavorativo. Entrambi sono animati da buona fede nella possibilità di raggiungere risultati positivi di vita. Albino cerca rapporti umani e speranze sia nella campagna, suo luogo natale in cui seguita ad abitare, sia nella città e nel nuovo ambiente della fabbrica, di cui scopre, con occhi puri e stupiti, nuove forme di vita ed aggregazione. Egli pensa, nella sua vita di pendolare, di trovare una continuità di valori e comportamenti, attribuisce alla fabbrica, osservata nel suo ampio apparato architettonico e poi nell'amministrazione interna, un ordine e una quasi bellezza che, assicurate da un saggio e competente manager simile ad una figura paterna superegotica, potrebbero garantire la comunità operaia da insidie e paure. Invece Albino, come per una sorte avversa, scende sempre più i gradini della malattia, assiste all'inaridimento dei rapporti umani, alla fruizione occasionale e degradata dei sentimenti. La conclusione non è qui una fiduciosa integrazione sociale in una società tornata, come nella favola di Candido, ad un livello semplice e puro, ma l'approdo ad una sospensione poetica, tra sanatorio e natura, in cui proprio la malattia può garantire creatività ed immaginazione.

La macchina mondiale evoca, nel particolare stile di Volponi, un itinerario leopardiano, quello del contadino pastore sapiente che medita sulle storture della società e della Natura stessa insensibile ai bisogni dell'uomo. Si assiste alla pretesa di modificare la macchina del mondo, sollecitandone l'evoluzione, perché vengano assicurati all'uomo libertà e benessere. La comunità contadina, a cui appartiene il contadino Anteo Crocioni, è il “luogo selvaggio” che demanda superstiziosamente al Cielo le ragioni immutabili ed indiscutibili della vita, mentre misconosce le leggi dell'amore e della generosità sociale. Nello scollamento tra cielo e terra , essa riversa in grettezza la povertà e l'ingiustizia che subisce dalla Natura. Anteo riprova la viltà e l'ignoranza contadina e vorrebbe farsi portatore di una nuova scienza e di un nuovo messaggio liberatorio, una scienza morale al servizio dell'uomo, che egli ritiene capace di elevarsi con le sue forze. La sua ipotesi è quella di una società confederata sull'amicizia, stadio di possibile avanzamento ed emancipazione, a cui le potenzialità intellettive predispongono l'uomo. Questa idea, anziché fonte di unione, isola Anteo che non riesce a stringere un rapporto di comunicazione né con i suoi simili di villaggio, né con la comunità dei dotti e neppure con la donna amata, che egli vorrà rendere parte del suo progetto con tutti i mezzi dell'amore-odio in una flagellante via crucis.

La vicenda di Anteo è la messa in opera dell'idea poetica leopardiana in un articolato percorso di vita: il rapporto con la macchina della Natura, l'osservazione sapiente delle persone semplici, capaci di rivolgersi al mondo con le domande essenziali della loro pura ragione , l'amore per l'uomo e l'odio verso le sue storture e grettezze e la sofferta illusione del riscatto umano provengono da quella fonte.

Il problema del romanzo è quello del fondamento della scienza, del suo rapporto con l'uomo, se essa possa offrire all'uomo strumenti conoscitivi e al contempo migliorativi per la specie e l'individuo, se essa dia all'uomo, accanto ad una più sensibile consapevolezza dei problemi, la capacità di operare un vero salto qualitativo in termini di felicità; un problema che si affaccia in Rousseau e prosegue in Leopardi, con delle soluzioni, messe bene in evidenza dalla critica di Prete, di tipo poetico. Volponi pone il suo personaggio in un rapporto sofferto con i nuovi campi del sapere dimostrando, com'era già nel Poeta recanatense, che l'intellettuale moderno non può da essi prescindere , non può misconoscere questo deterministico passaggio per rinchiudersi nell'ingenuità di un primitivo stadio, ma a a questa prima natura ritorna , come alla riconquista di un sereno rifugio. Anteo parla il linguaggio della tecnica e della macchina, vede nel cosmo, al di là della perfetta creazione biblica, un'evoluzione creatrice, in cui immette i postulati del sapere tecnico, fino a produrre un discorso di utilizzo-assemblaggio di pezzi vegetali ed animali atti al perfezionamento della macchina umana. Nella natura Anteo identifica già stadi e concetti di costruzione, fusione di elementi inferiori per sempre più sofisticate potenzialità di funzionamento. Ma il suo discorso si arena, non trova sbocchi, e le sue ipotesi vengono considerate dalla comunità scientifica come prive di scientificità, più vicine ad immagini poetiche. Libertà e felicità, connotativi ed intrinseci bisogni del “volo umano” non sopportano di essere inseriti in un discorso meccanicistico; il positivismo entra in una fase di crisi metafisica, ha bisogno di appellarsi ad altri sensi di matrice spirituale e creativa per confortare l'uomo nel suo bisogno di salvezza ed elevazione. Dalla via del progresso tecnico si passa all'altra via, quella dello “Spirito poetante” con cui Hölderlin continua a prospettare una ipotesi salvifica da percorrere.

Il rifugio è nell'uomo stesso, nella sua capacità di riscoprire la sua dimensione autentica e naturale, nel porre accanto alle verità del meccanismo cosmico, l'illusione che viene dal godimento della “rappresentazione” delle cose, dalla percezione unitaria ed appagante dello spettacolo del mondo, senza sempre indagarne leggi e funzioni. Anteo, che come filosofo-scienziato odia le deficienze della natura fino ad arrivare a pose di furore distruttivo, si trasforma in scienziato-poeta, che accetta le finzioni di bellezza e felicità di cui madre natura è ricca inventrice, si apre alla contemplazione del suo manto ameno e voluttuoso e giunge ad amare fraternamente tutte le creature del mondo animale , viste prima come semplici pezzi di riutilizzo della meccanica umana.

Alcune citazioni delle ultime pagine del romanzo indicano questo trapasso del contadino estasiato per le sue stesse conquiste e rivelazioni: Però l'inverno è bello e forse perché io sono ormai a mezz'aria e fuori dalle continenze della terra e del suo sistema posso guardare, come non avevo mai guardato, direttamente e con tanto affetto ogni cosa, di nuovo: un passero od una cerquella, ma anche le grandi querce e poi il margine dei campi, gli stradini, i sassi.....:Mi pare che la mia scienza venga scaldata , ormai che sono a mezz'aria e fuori da ogni continenza, dall'arte e dalla poesia, anche se qualche giorno fa ho scritto che la contemplazione e la rappresentazione altro non sono che una piccola esaltazione dei sentimenti.....; Invece oggi posso dire che il sentire poetico, che è la visione artistica, è anch'esso uno strumento della scienza.

Allo stesso sentire poetico perviene Albino Saluggia, inventando tra le mura del sanatorio ritornelli e motivi musicali; le parole con il loro suono e le rime costituiscono “le litanie dei miei dolori e della mia vittoria...” un correre via da “tradimento o malattia – l'uno o l'altra che sia – a tenermi in prigionia – di questa lunga agonia senza alcuna compagnia – lontano da casa mia."

La vicenda allegorica dell'Ulisse di Volponi raggiunge la sua pienezza nel romanzo Corporale, in cui Gerolamo Aspri è personaggio dalle molteplici risonanze letterarie, e non mancano citazioni del ritratto del poeta Joyciano, figura austera ed ascetica, solitario come un monaco cha fa della vita intellettuale un riparo sicuro e di se stesso un modello antagonistico di riferimento. Il rifugio dell'eroe, disorientato dai mostri della moderna perdizione, è Urbino metafora del ritorno dell'Autore alle tradizioni della sua città, ancora chiusa al mondo, gelosa custode delle sue chiese e dei monasteri, entro le alte petrose mura e la cerchia delle colline, tanto diversa dalla vicina Pesaro, con i grattacieli e la vita notturna vanto ed orgoglio della modernità.

Gerolamo cerca un rifugio ancora più appartato fuor della città, nel territorio delle Cesane, e lo trova in un podere appartenente alla Chiesa, abbandonato tra fossati e rovi; qui c'è un casolare mezzo diroccato, che ancora conserva gli elementi simbolo della civiltà contadina, come il focolare, il magazzino, la torretta, la fontana, l'orto con gli alberi da frutto. In questo rifugio il protagonista medita di trasferirsi per realizzare il suo progetto conclusivo di vita, scrivendo un diario e delle lettere, ritrovando nella scrittura l'identità alienata e perduta. Le modalità della ricerca di Volponi assumono densi connotati culturali, aprendo il campo letterario a problematiche sociali antropologiche e filosofiche teologiche. Se la cultura del podere con le tipiche strutture contadine e georgiche evocano l'ideologia lirica pascoliana, tutta concentrata sulla difesa della ruralità in antagonismo ai fenomeni divergenti dell'emigrazione, si aggiunge in Volponi un senso di sacra moralità che sa di nostalgia e di condanna. In sogno Gerolamo partecipa alla festa di Santa Barbara e, alternando la sua voce con quella del parroco, presenta il suo progetto di rivitalizzazione degli antichi costumi, condannando modernità ed emigrazione con toni aspri degni degli importanti Gerolami della Storia. Le parole pronunciate dal pulpito nella sacra estasi festiva assumono toni di condanna morale e profetica per chi ha tradito i valori dell'antica religione del villaggio.

L'allegoria letteraria di Volponi non è espressione unica e solitaria nel territorio marchigiano, perché , proprio in riferimento alla zona delle Cesane, si esperiva, chiarendosi in concrete forme organizzative, un progetto insieme filosofico teologico e biologico naturale di ripresa delle tradizioni. Intorno ad un personaggio di concreta levatura intellettuale, Gino Girolimoni dello stesso canale onomastico dei Girolami, nasceva una struttura , tra azienda e fattoria , che aggregava scrittori e giornalisti, attratti da filosofie umanistiche da ripristinare in una terra impregnata di cultura e ricerca religiosa.

Ma il romanzo Corporale si allinea ai precedenti per una svolta inattesa e ancora una volta poetica; il rifugio identificato con cura, alla stregua di sereno e sicuro eremo, viene assaltato da bande di predatori e fatto oggetto di violente ed impudiche orge; all'eroe della vicenda fallimentare resta la via del rifugio mentale , che ogni giorno, in ospedale malato, costruisce con tutti gli elementi a sua disposizione, compresse, capsule colorate, briciole, ovatte. Nella combinazione dei colori e nella geometria degli strati sperimenta la perfezione delle sue idee e la bellezza del suo modello di rifugio.

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