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L'eclissi del narratore nell'opera di Antonio Tabucchi

"Sostiene Pereira" è la formula che Tabucchi usa, come refrain, per sintetizzare le sequenze del romanzo omonimo, ovvero per esprimere il pensiero dell'unico ed esemplare personaggio. La formula mette in discussione le modalità narrative e la tipologia di romanzo a cui riportare questo testo, come del resto accade in tutta l'opera di Tabucchi, poliedrica ed aperta a varie ipotesi di lettura. Pereira appare personaggio paradigmatico ed autorevole, dal momento che in tutto il testo egli non solo dice e racconta, ma sostiene, verbo che denota lucidità e superiore consapevolezza oltre ogni replica o discussione di chicchessia. Il narratore è tutto impegnato a registrare e trascrivere le parole del personaggio, rinunciando alla sua funzione interpretativa e creativa che sempre rende l'opera un libero atto creativo di un autore. Formula analoga, anche se alternata a varianti, ricorre nei Memorabili di Senofonte, dove essa serve a riprodurre in modo diretto o indiretto libero il pensiero di Socrate. Ma qui la formula espressa al passato è tutt'altra cosa: mira alla divulgazione di detti e fatti memorabili del Maestro da parte di un discepolo devoto, che ritiene quei detti e fatti utili per il bene dell'umanità, mentre nell'opera di Tabucchi il verbo "sostiene" al presente dà alla narrazione il carattere di verbale tutto centrato sul solo personaggio. Senofonte non annienta la sua figura, ma la carica di una funzione importante, quella di un narratore che si rende responsabile della memoria biografica del Maestro; nella memoria sono evidenti entrambi i personaggi, quello di Socrate che raccolse intorno a sè una clientela giovanile desiderosa di apprendere la sapienza e di promuovere il bene della città, e quello di Senofonte, uno dei discepoli rimasti fedeli al carisma socratico e quindi portavoce di un messaggio raccolto, selezionato e degno di essere trascritto. Il pensiero socratico, quindi, passa attraverso una voce narrante che narra secondo proprie modalità narrative, incrociando le due voci nella forma dell'indiretto libero, per di più con un obiettivo chiaramente espresso di difendere e celebrare, come nell'Apologia platonica, l'operato di un giusto immeritatamente accusato. Nel romanzo tabucchiano la formula che intercala la narrazione annienta la figura narrante, riducendola alla pura verbalizzazione.

A quale tipologia narrativa si può ascrivere un testo così contrassegnato? Ancora una volta si tratta di un romanzo che perde i suoi connotati comunemente intesi, ovvero, pur non perdendoli, li ridimensiona nell'accostamento ad altre forme di scrittura; si può vedervi un percorso di formazione del personaggio Pereira messo in crisi da vicende storiche ed esistenziali, si può individuare il testo come una biografia di Pereira, o meglio una monografia recitata da se medesimo davanti ad uno scriba che ne riporta fedelmente le parole. Si è parlato anche di verbale processuale, data la formula tipica del gergo dei tribunali ; in questo caso viene chiamato a testimoniare un uomo colto e quindi per lui la letteratura nella sua funzione sociale ed esistenziale. Se eliminiamo il refrain dell'ipotetico verbalizzatore e virgolettiamo il testo, appare patente il monologo di Pereira, che racconta il suo percorso interiore e si serve alla stessa stregua di personaggi reali e letterari come moventi e comparse del suo dramma spirituale.

Personaggio e narratore, le due pedine basilari dell'azione narrativa, modificano il loro ruolo canonico che vedeva al primo posto la figura onnisciente, creatrice e garante della vicenda narrata, e il personaggio una creatura fatta vivere ed alimentata dal suo padre creatore. L'autore già nella filosofia platonica è colui che crea ad imitazione di Dio, il supremo creatore e appunto modello di ogni creazione. Dio crea il mondo dietro l'azione dello Spirito e sull'obiettivo di un modello da realizzare. Anche l'artista è spinto da un'ispirazione divina a creare un mondo alla cui realizzazione partecipano obiettivi e modelli. Così nel Timeo Platone chiarisce contemporaneamente la creazione divina ed artistica e questa funziona sulla scia di quella divina. Qualsiasi creazione che aspiri a realizzare valori eterni, funziona alla stessa stregua, chiarisce ancora nel Simposio, dove la creazione è paragonata ad un parto che si svolge per intercessione del dio Amore. L'artista, quindi, è un dio che crea dei mondi e chiede la collaborazione e l'assistenza divina per attuare la sua opera. Anche quando cessa questa mitologia dell'atto creativo, nell'età moderna, quando all'epica subentra il romanzo realistico e storico, restano sempre una dose di superiorità e un carisma di onniscienza attribuiti al narratore, che si pone al disopra delle vicende, conosce più dei personaggi e crea un sistema coeso come un mondo; questo mondo può riflettere i parametri di quello attuale in cui l'autore vive e ne ricapitola la varietà, o un mondo futuro che egli schiude utopicamente. Questo è il linguaggio di Pareyson e di Heidegger per presentare la completezza della creazione artistica, varia ed onnicomprensiva in quanto esposizione di un mondo. Cattedrale, sinfonia, romanzo rispondono ugualmente a tale concetto compositivo e strutturante dell'universo della creazione artistica. I personaggi nascono nelle mente dell'autore che li forgia e li struttura attraverso una sintesi delle sue esperienze; essi escono trasfigurati come da una camera oscura e recano in sè le stimmate del suo creatore a cui si richiamano come ad un dio, mago, padre che li alimenta. Così si può comprendere la figura di Iacopo Ortis, o i vari personaggi manzoniani, risalendo alle esperienze ed emozioni dell'autore che si sono calate in tali sincretistiche materializzazioni.

Nel Novecento nel romanzo entrano nuove figure che non solo soppiantano quelle tradizionali, ma rivoluzionano tutto lo statuto letterario della narrazione, modificando i ruoli del narratore e del personaggio fino a confonderli e riunirli. Coscienza, memoria, anima diventano i veri artefici dell'atto narrativo, annullando la distinzione dei ruoli e ponendo il lettore di fronte ad una voce che viene di lontano, come un'istanza superiore che manda messaggi problematici, che denota un'ansia metafisica e sempre insoddisfatta di verità, che chiede ascolto e partecipazione al farsi e narrarsi del suo dramma. L'autore narratore, quindi sembra annullarsi o ridursi alla parte di medium che ascolta e registra. Ci pare di trovarci davanti a voci originarie, infiltratesi nelle pieghe della civiltà per introdurci agli arcani destini della vita. E' quello che afferma Nietzsche quando, nell'Origine della tragedia, attribuisce alla sapienza originaria e cio alla natura la voce del coro tragico sui misteri dell'esistenza umana. Anche Proust, nel presentare il procedimento della sua ricerca, fa della memoria il vero personaggio che, superando le comparse della mondanità storica, si fa strada attraverso i canali della musica e del sogno. E infatti Proust contrappone al romanzo storico e sociale la ricerca interiore e memoriale, in cui l'autore diventa una specie di palombaro ed interprete del mondo che fluisce in lui. La memoria non gli restituisce solo i suoi piccoli e personali ricordi, ma lo mette in contatto con l'universo tutto, senza un criterio razionale di cui possa prendere atto, ma in modo involontario ed alogico, scegliendo modalità proprie a cui l'autore deve assuefarsi, rendendosi disponibile e provando la gioia del privilegio. Il narratore proustiano nella sua disponibilità teme anzi l'interruzione della voce monologante ed è tutto intento alla trascrizione di quanto gli perviene, in modo continuato e in situazione di isolamento. Per cui il romanzo contemporaneo, e in tale tipologia rientra quello tabucchiano, è un romanzo che, pur nascendo nell'ambitodi una filosofia laica e scettica, postula un'ansia metafisica e risale ad istanze superiori come ad entità ed archetipi che muovono ed intrecciano gli umani destini. Si risentono anche il linguaggio della scienza psicologica e lo stesso psicodramma che si svolge nella terapia analitica: il paziente, in tale sede, è la voce narrante di un destino che non è solo il suo individuale, ma problema originario dipanato di fronte ad un testimone atto a registrarlo ed interpretarlo. Ma se nella scienza psicologica l'interprete è il medico competente nel rintracciare delle regole e nel riavvolgerle intorno a fini sociali, nella narrativa il ruolo eminente è quello del personaggio memoria e coscienza che non si sente mai adeguatamente compreso da colui che trascrive, perché la verità nella sua essenza non può essere intercettata da un uomo storico. Questo personaggio esordisce in un'azione monologante, per raccontare la sua storia interiore davanti ad un pubblico silenzioso, coincidente con l'umanità tutta, senza bisogno di interlocutori o interpreti, e questo potrebbe essere il caso di Pereira se volessimo estromettere il suo verbalizzatore. E' il caso di Mattia Pascal, che presenta la sua paradossale vicenda in una lunga analessi monologante, con la tensione viva e diretta di chi chiede a se stesso e all'umanità il senso- non senso dei destini umani. Non è facile infatti capire chi ci consegna la sua memoria, tanto essa appare recitata ad alta voce, mentre annullata ed evaporata riesce la figura intermediaria tra Mattia e noi. L'autore quindi si annulla, o mantiene una semplice parvenza di calligrafo di quanto ascolta da un personaggio divenuto pura coscienza, che mentre dipana il bilancio della vita, lo difende anche da chi potrebbe non intenderlo e modificarlo secondo le logiche del mondo storico. E' quanto emerge dal monologo di Tristano, altro personaggio esemplare di Tabucchi, che invita al suo capezzale un autore, lo vuole testimone muto e partecipe della sua intermittente memoria esistenziale, ma anche lo redarguisce per quello che saprà o non saprà fare, mettendo le sue parole al servizio delle varie logiche imperanti, industriale, editoriale e finanche estetica. Il personaggio acquista una coscienza abissale e riassume in sè non una verità circoscritta nella storia, in seno alla quale si è formato in rapporto con gli altri, ma un destino di cui è portatore e che riesce a rivelare mentre lo porta a compimento; taluni portano impresso nel nome stesso la ciclica parabola destinale: sono i Tristano di leopardiana memoria, i Mattia Pascal come agnelli sacrificali, gli Edipo, Faust, Amleto calviniani che narrano per immagine la loro eterna vicenda.

Il ridimensionamento della figura del narratore così ridotto porta con s l'eclissi di ogni figura paterna nella sua funzione di guida, sostegno, garante della vita della sua creatura. In questa ottica di evaporazione dei ruoli di fronte agli imperativi e alle necessità destinali, nel romanzo "Sostiene Pereira" tabucchiano, si consuma il rapporto di Pereira con gli altri personaggi che incrociano la sua vicenda, soprattutto Monteiro Rossi, il giovane che potrebbe essere suo figlio e che in alcune occasioni sembra incarnarlo. Lo stesso Pereira, figura priva di chiare referenze identitarie, si appoggia ad un medico psicologo e ad un padre spirituale per essere guidato, come se cercasse in questi dei surrogati della figura paterna, ma avverte nella sua vita quasi una predeterminata dinamica di scelta- non scelta, come un circuito di forze fatali che non ammettono alternative di fondo. Nei confronti di Monteiro, si sente chiamato ad assumere un ruolo protettivo come verso un figlio non voluto ma consegnatogli dalla vita; egli, nonostante tutto, entra gradatamente e con un pizzico di rimpianto nello status paterno, per constatarne i limiti e l'irrealtà: non gli rimane che riempire la sua funzione dell'onere primario e biologico del nutrimento ed assistere, come un padre putativo, alla passione del figlio, una morte da cui non ha potuto preservarlo perché espressione suprema del destino.

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