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L'esame di coscienza di un'intellettuale del nostro tempo: Anna Maria Ortese

La Scrittrice, invitata ad un dibattito presso un'associazione letteraria di una città nordica, preparò un testo di riflessioni sulla condizione intellettuale italiana ; la partecipazione non avvenne, ma il testo predisposto comparve nella pubblicazione dal titolo "Corpo celeste".Si tratta di un esame di coscienza di un intellettuale in forma autobiografica e su coordinate storico- sociali di un secolo di storia italiana. Non manca neppure una parte programmatica conclusiva, confacente alla visione che la Scrittrice dà del globo terrestre in cui l'uomo è chiamato ad operare e a vivere.

L'esperienza personale si inserisce nel quadro della storia italiana dall'Unità della Nazione, in un intreccio tra vita intellettuale e vita sociale, in una sempre più deludente cornice di scollamento tra valori umani ed esigenze di potere. La Scrittrice racconta la sua vicenda come paradigma di un difficile rapporto col mondo sociale, e racconta non con metafore e controfigure letterarie, come in vari autori del passato, ma in modo diretto e senza velature, sottolineando anche aspetti precipui della sua condizione di donna ed altresì borbonica, di quella parte meridionale poco accetta nei quadri del nordico Stato Italiano. A queste componenti genetiche e geografiche , che classificavano la sua opera in chiave minoritaria, la Ortese risponde con il suo bagaglio formativo e la sua cultura universale e sovraregionale. La cultura di Autori come Dante , Petrarca, Manzoni, per fare solo degli esempi significativi, è sempre stata sovraregionale , carica di auspici di Unità che, come evento storico, si sarebbe attuato solo con le guerre risorgimentali. Due momenti vengono segnalati all'attenzione, per le attese augurali di cui si caricarono e le deludenti insospettate conclusioni : l'Unita d'Italia e la Ricostruzione seguita alla Seconda Grande Guerra attivano le forze della Nazione e fanno sperare in un progresso omogeneo delle componenti materiale e spirituale; Anna Maria Ortese vive con ansiosa partecipazione soprattutto il clima fluido del secondo Dopoguerra, cercando sostegni anche nei grandi Scrittori stranieri di lingua inglese , alla cui diffusione si assisteva ,come ad indicare che per i grandi valori della cultura non esistono barriere e confini. In entrambi i momenti il progresso italiano viene meno ai suoi scopi, consegnando l'Italia , soprattutto nel secondo Dopoguerra, alle mode americane e al fenomeno di una globalizzazione economica e tecnologica, risolta in prevaricazione della materialità e della fisicità. Questi passaggi storici illuminano la vita della Scrittrice, che operò in silenzio e in difficili condizioni economiche, e si vide negato il sempre atteso riconoscimento.

E' importante sottolineare alcuni luoghi del saggio della Ortese sugli scrittori da Lei definiti"fabbricati" e sul concetto di Separazione della cultura, operante sia nel livello dei contenuti che in quello linguistico, Gli scrittori nel mondo industrializzato, anche italiano, non sono liberi portatori di valori, ma fabbricati dagli editori , sottomessi ai codici dell'industria, pena il silenzio e la "minaccia di morte" per loro e la loro opera. Quante volte alla Nostra Scrittrice venne negata la pubblicazione di racconti che , o non vedevano la luce, o la luce di un istante, sommersi dalla marea dell'editoria commerciale , come ciottoli sommersi nel fondo del mare. Alle stesse considerazioni giungeva anche Italo Calvino, quando divideva gli scrittori in produttivi e riflessivi , o quando si proponeva di sfidare il "labirinto della visceralità" e il "mare dell'oggettività", sconfessando ogni deriva del pensiero. Da una parte un circolo di connivenze, in cui lo scrittore figura come anello mediano del processo di produzione e consumo, dall'altra la linea solitaria della comunicazione negata.

La demarcazione tra le due tipologie è l'interiorità, cioé la cura di sé e il richiamo alle virtù spirituali contro l'aggressività del denaro e della fisicità, di cui è segno nel linguaggio stesso, ridotto a gesto e turpiloquio. Si ripropone, nel saggio della Ortese, l'immagine attenta ed impegnata dell'intellettuale fabbro del suo "trobare", e quella alta e pensosa dell'umanista che cerca l'inscindibile legame tra ratio ed oratio; si può ravvisare la riflessione sempre valida del Maestro Quintiliano, ma anche l'amarezza di alcuni Nostri Poeti, come Parini e Foscolo, costretti alla scelta stoica della emarginante separazione. Nella Ortese non si ravvisa neppure un qualche compiacimento per l'Odi profanum vulgus, ancora operante nel clima della Decadenza, ma lo scontento per una speranza tradita, una evoluzione distorta, quando tutto l'entusiasmo per un programma di liberazione si risolveva nella globalizzazione della rivoluzione tecnologica. La Scrittrice guarda soprattutto al destino dei giovani, che sono stati immessi selvaggiamente nel mondo delle novità di mercato e trasformati in una massa di perdenti; Le loro menti, non esercitate all'attività del pensiero, non sono state in grado, com'era ovvio, di attuare un vero processo di emancipazione, cadendo nell'esca della scelta facile, in cui "libito e licito" coincidono. Si riconferma l'importanza della comunicazione culturale, come unica forma di espressione della verità , in un vero obiettivo di "lingua salvata".

Il messaggio conclusivo di Anna Maria Ortese suona come parola antifrasticamente inattuale, in chiara frizione con i falsi valori correnti dell'attualità. Questo testo si pone idealmente accanto ad opere ben note ai lettori italiani, come I Sepolcri e La Ginestra, per la capacità calzante sia di aderire ai problemi contemporanei, sia di superare i tempi. Si tratta di una ultra- filosofia, come venne definita quella di Leopardi, nei confronti delle altre del suo tempo, tutte parziali e contingenti, oltre che false ed interessate. Anche il messaggio della Ortese, infatti, vuole avere una portata universalistica e dirompente, nel contestare passo passo gli obiettivi della modernità, fabbricati in modo strumentale da una Ragione forte al servizio del potere tecnologico. La visione di Corpo Celeste si inserisce in una cosmicità copernicana, vissuta non in modo critico, ma costruttivo e pacificato. La terra, che ci accoglie, acquista la dignità di astro celeste, perdendo ogni marchio di inferiorità rispetto ai cieli. Il nostro pianeta si inscrive nell'area della celestialità e della divinità; la terra continua ad essere la Grande Madre delle specie , tutte accolte e legittimate nel loro diritto di vita e respiro. Si risente lo stupore di Galileo, mentre riscattava il nostro pianeta, inserendolo nel sistema cosmico, con le sue caratteristiche singolari che lo rendono perfino superiore. Non quindi vertigine e sgomento seguiti alla Rivoluzione Astronomica, ma stupore ed entusiasmo per il nuovo statuto assunto dalla piccola zolla terrestre, ricca di potenzialità da valorizzare. La vita, come alito ed energia, è l'elemento lucreziano che sublima democraticamente ogni moto ed evento in essa presente. Molte sono le citazioni implicite, sottese a tale messaggio di convivenza e comunione sulla terra, che neppure il potere tecnologico è riuscito a sopraffare: si può riconoscere la partecipazione leopardiana alla vita comune di tutte le specie, dell'uomo visto all'unisono con la generazione degli uccelli, delle formiche e degli gnomi; oppure la contemplazione incantata di Pascoli e la serena consapevolezza di Dante nel riconoscere i vari modi e livelli di vita delle creature, disposte in armonia nel divino mare dell'essere. Il messaggio della Ortese si pone quindi , all'unisono con molteplici voci poetiche, come messaggio di amore e comunione, in antitesi ai poteri distruttivi.
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