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Letteratura e industria

L’intellettuale, anche se figura al di sopra degli eventi, capace di astrarsi dai problemi del suo tempo, è sempre espressione dell’età in cui vive e della classe di appartenenza. Non si vuole intendere che l’appartenenza sia anche l’origine e che egli rifletta la sua originaria formazione come figlio della sua specifica classe sociale, perché egli può scegliere un suo consesso di appartenenza, il più delle volte elevandosi dal proprio ceto per entrare in una più nobilitante condizione sociale. Dante ad esempio, rifiuta i suoi progenitori mercanti, per ricercare un avo più lontano, una nobile figura di padre- precettore, e ricerca amicizie protettive nell’ambito delle casate nobili del suo tempo. Dal Quattrocento si afferma l’intellettuale signorile e cortigiano, che si distacca dalla sua origine per identificarsi nella cultura superiore elaborata dalle corti. L’ambiente signorile, infatti, gli si rivela vantaggioso per pensare e poetare senza problemi materiali che possano impedire la sua concentrazione.

Con l’affermarsi del popolo, la cultura propone una nuova figura di intellettuale che sappia riflettere tale rivoluzione. Se all’inizio del Novecento, epoca in Italia della rivoluzione industriale, si riscontrano accenni alle novità in forma di paura e disorientamento, dalla metà del secolo compaiono veri programmi con proposte di nuove tematiche e una nuova formazione dell’intellettuale. Se Pascoli e Pirandello avvertirono le problematiche storiche come minacce per l’uomo e per l’arte, Vittorini e Calvino, nel Politecnico e nel Menabò, cercarono l’adeguamento della letteratura alle nuove problematiche della Resistenza prima, dell’industria e della società di massa poi. Con riprovazione verso la cultura del passato, responsabile di astrazione dalla realtà e di visione idillica, si proponevano problemi reali da affrontare da parte dello scrittore engagè nell’ambito della svolta tecnologica. Alla letteratura dell’industria appartengono scrittori come Calvino, Giudici, Volponi, figure, specie gli ultimi, che non solo osservarono da storici spettatori la nuova organizzazione sociale, ma ne furono direttamente partecipi, ed ebbero una consolidata esperienza di vita lavorativa nei rami di affermate industrie.

Mentre nel passato scrittori ed artisti esprimevano una loro adesione, si integravano nelle condizioni del gruppo signorile a cui si fregiavano di appartenere, dimenticando le difficoltà dei ceti più bassi, con uno sguardo proiettato su una dimensione aulica, il mondo industriale- tecnologico non ha ricevuto una simile adesione e l’intellettuale compare come figura critica più che integrata. L’intellettuale vuole dichiarare, già fin dal dibattito sulle pagine del Politecnico, che lo scrittore non è un cronista, né un arcade e non “suona il piffero” delle rivoluzioni sociali, promuove una letteratura non piccola, ma grande, a tutto tondo per profondità ed umanità. Egli guarda l’uomo che potrebbe essere felice e non lo è, indagando sul perché della non- felicità, termini pregnanti della narrativa vittoriana, non realistica secondo i canoni del dibattito, ma poetica e simbolica, di un realismo non settoriale e di superficie, ma totalizzante. Tutti i registri della creatività letteraria vengono utilizzati da questi scrittori, per dimostrare la loro conoscenza del mondo scientifico-tecnologico, ma al contempo smontandolo con la favola, la commedia, la parodia.

Calvino è interessato ai problemi contemporanei per la sua formazione in una famiglia di scienziati e per la sua appartenenza al gruppo del Politecnico prima e del Menabò poi, che si prefiggevano, appunto, l’integrazione di cultura e società. Come intellettuale, egli sceglie il filtro della fiaba per osservare la realtà, che, quindi, viene trasfigurata ed interpretata. Nell’universo fiabesco la realtà perde le sue brutture, si anima, acquista un suo fascino ambiguo, capace di correlare senso critico e fantasia creatrice. In un racconto di Marcovaldo, la pianta, che mostruosamente cresce e rapidamente ingiallisce, diffondendo tutt’intorno una coltre di foglie secche, è insieme immagine opprimente ed incresciosa del mondo cittadino che non permette la vita della natura, e fantasia estatica nel turbinio delle foglie trasformato in evento prodigioso dai colori solari. La scelta di una vita sugli alberi nel Barone rampante, nata da una situazione di disagio familiare, diventa un paradosso illuminante per chi vuole recuperare il salvifico binomio di matrice illuministica natura- cultura, come auspicio per la società attuale. Il paradosso della fiaba, in cui tutto può avvenire, incarna contemporaneamente il disagio sociale e il suo superamento nell’oltre dell’arte. I casi paradossali dell’uomo dimidiato alla ricerca del suo completamento, o del mondo in cui l’uomo è scomparso mentre hanno preso il suo posto animali e macchine, fanno trasparire il rimosso invisibile, impregnato di quel desiderio innato di armonia e felicità primigenia. Se nei testi antichi, ad esempio nella favola aristofanesca del Simposio, Zeus è la divinità che punisce la malvagità umana, allontanando l’uomo dalla prima armonia terrestre, nei testi di Calvino è la natura che si vendica dell’azione dell’uomo, egoistica e settoriale, avulsa dall’interesse collettivo ed universale. Calvino esplora gli aspetti disumani ed autodistruttivi della civiltà tecnologica, coglie il problema del materialismo che rende l’uomo alla stregua delle cose, quello dell’astrazione e precisione della scienza, che svuota lo studioso degli attributi umani, dell’ampliamento tentacolare della città, priva di un suo cuore pulsante e fonte di disorientamento. Ma questi problemi li immerge in un’atmosfera straniata a cui corrispondono sensazioni di stupore e di angoscia, di abbandono estatico ed insicurezza. I racconti delle Cosmicomiche sono conferme di teorie scientifiche, ma anche e soprattutto storie dello sviluppo dell’umanità, raccontate da un personaggio universale esperto del mondo, che rivive il passato delle origini, allietato dal calore della famiglia unita e stretta nel calore domestico e dalla vicinanza della luna, prima che intervenissero mutamenti e separazioni. Calvino, quindi, valuta la civiltà contemporanea alla stregua di un inferno, facendo emergere negli interstizi dei racconti il suo desiderio di architettura umana del mondo, insieme utopia e strato rimosso di un passato primo, represso e reso invisibile. Calvino non si distrae dalla contemporaneità, ma si serve, per decodificarla, non degli strumenti del politico o del sociologo- economista in genere inneggianti al progresso, bensì di quelli metaforici dell’arte per affermare, come Leopardi, che l’uomo nasce civile e diventa barbaro.

Al centro della poesia di Giudici c’è la morte, come conseguenza della sua autobiografia trasformata in autobiologia; scomparso lo spirito, la vita si riduce al solo livello biologico, a quella pena del vivere che è lo sviluppo del’organismo deterministicamente teso all’esaurimento. Il lavoro dei nostri organi, legato alla produzione- consumo, è il ripetitivo rituale della sopravvivenza quotidiana, che dura fino all’esaurimento delle energie; viene a mancare, invece, il rituale che fa bella la vita, il corteo dei valori proiettato verso l’eternità. Le figure dell’autobiografia di Giovanni Giudici, cominciando dal’io narrante, ritratto dell’intellettuale frustrato, si aggirano in un universo scialbo la cui unica connotazione è l’oggettualità in cui anche l’io pensante si confonde. La vita, svuotata di ideali ridotti all’unica ideologia imperante produttiva-tecologica, affida il suo peso nelle mani della morte, intesa tristemente come momento conclusivo avulso da proiezioni ed aspirazioni. Chi ancora vive dello spirito del sublime e dell’amore, non è l’eroe romantico pago dell’infinito, ma l’uomo folle e depresso, sconosciuto al mondo come Madame Bovary, rivista ed aggiornata da Giudici. Quindi l’intellettuale Giudici nella sua poesia non è l’uomo convintamente integrato nella sua nuova condizione lavorativa aziendale, ma un antieroe che scarica il suo malumore nella nevrosi critica della scrittura e in una poesia vissuta come hobby liberatorio.

Volponi dà ai suoi romanzi la forma di memoriali, in cui i personaggi narranti, ripercorrono la loro vita come storia della malattia dell’uomo contemporaneo. Si tratta di malattie fisiche, frutto dell’inquinamento aziendale cui gli operai sono sottoposti, ma anche mentali, conseguenze della solitudine sociale e del vuoto di valori, colmato da azioni ed impulsi incontrollati della vita biologica. Il memoriale si conclude con la fuga dall’ambiente ostile e con la ricerca di un rifugio, che allude ad una dimensione rimossa, caricata assiologicamente, ma difficilmente raggiungibile. Assistiamo alla fuga di Gerolamo Aspri nelle colline di Urbino, come memoria di una tradizione contadina distrutta dal progresso del Nord ed ancora rintracciabile nelle terre impervie dell’urbinate. Albino Saluggia attraversa una variegata condizione di malattia, ora reprimendo i desideri tra le regole della fabbrica, ora covando fermenti di ribellione, trovando momenti di refrigerio nell’amore difficile e conflittuale per la madre, o nella contemplazione del lago che gli offre un compenso interiore di tipo poetico. Entrambi i compensi si rivelano temporanei e limitati, come se costituissero delle dimensioni riemerse da un lontano passato e non più configurabili in un presente tanto cambiato. Frustrazione e solitudine portano, quindi, all’abbattimento depressivo o a propositi astratti, che sono forme di rivalsa autodistruttiva, come nella vicenda tragica di Anteo Crocioni, il protagonista della Macchina mondiale. Le Mosche del capitale, il romanzo di Volponi interamente dedicato alla descrizione dell’industria italiana del Nord, è una specie di tragicommedia, perché i contenuti problematici vengono ritratti nello stile di una commedia; si mescolano identità e dimensioni, l’umano perde i suoi diritti di superiorità assorbito nella materialità delle cose, e le cose, a loro volta, non sono più oggetti inerti, si animano in una visione surreale e iperreale. Nel diffuso matarialismo tecnologico emergono il rovesciamento e la profanazione dei valori della tradizione, l’allontanamento dalla vita naturale, sostituita dalle regole e dagli artifici dell’uomo. Una coltre polverosa e funebre si stende sui boschi, sui vasi di ficus e sul pappagallo dell’azienda alienati dal loro habitat, ma anche sulle sagome umane dei dirigenti, come marionette vestite di nero che avanzano nei corridoi scandendo con i loro passi le rituali gerarchie del tempio aziendale.

Le avanguardie del Novecento si propongono di ritrarre la realtà attuale e di forgiare la nuova figura dell’intellettuale, cosiddetto integrato ed organico nel linguaggio gramsciano, cioé interno e partecipe dei meccanismi della storia del suo tempo. Tale opera di formazione era ben riuscita alla corte, che aveva ispirato ai suoi artisti una visione elevata ed idillica, mitologicamente ornata. Anche la borghesia, nel momento della sua ascesa, aveva prodotto dal suo seno una schiera di intellettuali dediti al dibattito progressistico- democratico, avverso ai privilegi di classe. Ma poi la borghesia perde il suo carattere espansivo, la sua apertura collettivistica ed umanitaria per rinchiudersi nei suoi particolari obiettivi utilitaristici, strumentalizza le sue idee di progresso razionale e di bene sociale, manipolando il linguaggio per coprire con le lusinghe della pubblicità i mali intrinseci al progresso, oppure tende ad esprimersi con un mistolinguismo magmatico e confuso, in modo da disorientare e captare immotivati consensi. Proprio questa manipolazione del linguaggio è colta da Volponi, che ne fa la parodia nel già citato romanzo: bilanci, programmazioni, convegni esprimono una narrazione industriale che si ripete e cresce su se stessa senza mai concludersi in realtà fattive e in benessere sociale. Quindi tecnologia e industria, quando sembrano espandersi, non lasciano margine ad altre realtà ideologiche assorbite dal loro potere, non apportano la felicità sperata, non soddisfano le coscienze, che o cercano di riappropriarsi dei loro diritti, o affondano nel mare dell’incosciente materialità oggettuale. Certo la letteratura si impernia dei nuovi contenuti in voga ed esibisce un linguaggio realistico e quotidiano, libero da cura formale e selezione stilistica: basta leggere alcune liriche di Giudici, scritte a mo’ di bilanci familiari, o pagine di Volponi imperniate di formule statistiche e programmazioni aziendali.

Ma questo intellettuale non è organico al modo industriale, descrive il suo mondo attuale in chiave parodica e antifrastica, lasciando emergere nelle incrinature un subconscio primigenio più attinente alla società del passato vicina alla natura. Quindi la natura, soffocata dalla realtà razionale, non si lascia vincere e conserva il suo potere sull’uomo tecnologico, presentandosi sempre come ancora di salvezza. Questa ribellione della natura nelle pagine di Calvino e Volponi acquista un’apertura profetica, come a dire che il cosmo nella sua totalità non teme l’operato dell’uomo, che è pur sempre piccola cosa nei confronti della totalità che lo avvolge.

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