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Limite e frontiera nella poesia di Caproni

Il muro della terra è il titolo di una sezione poetica di Caproni, ma può essere esteso all'opera matura del poeta, come visione della vita che si svolge in uno spazio circoscritto senza prospettive. Immaginare un muro intorno alla terra significa introdurre una visione allegorica pessimistica, in quanto si intende restringere lo spazio vitale privandolo di altri orizzonti, esistenziali, creativi, religiosi. Il muro nella poesia di Caproni non serve a proteggere l'uomo rendendo la sua vita più sicura e familiare, come il nido pascoliano, protetto dalla siepe che rende calda e affettivamente confortevole l'esistenza, riunendo tutti i componenti in un unico spazio ristretto dove vigono la collaborazione e l'aiuto reciproco. Nella poesia di Caproni il muro della terra richiama meglio la visione montaliana, dove domina l'idea di esclusione e separazione da ciò che l'uomo vorrebbe attingere, verità, eternità, totalità, in una prospettiva esistenziale, quindi, decurtata e frustrata. Ogni anelito a varcare il muro per attingere una visione cosmica fallisce: Arsenio, dopo essersi librato negli strati più elevati del cosmo, è costretto a ricadere sulla terra, su una superficie che è deserto, o con il linguaggio di Luzi magma. Anche in Caproni manca un'apertura cosmica e, quando il franco cacciatore mira una stella lontana per conquistarla e captare la sua luce, compie un gesto inane, in quanto la sua vita è destinata a svolgersi in un ristretto scorcio nebbioso dove l'occhio non può vagare ed espandersi.

I poeti introdotti indicano una tendenza della letteratura del Novecento a circoscrivere la vita dell'uomo, ad indicare le sue frustrazioni, a svilire la sua posizione nel mondo, annullando la precedente visione umanistica dell'uomo sovrano dell'universo. La rivoluzione astronomica dei secoli XVI e XVII, successiva peraltro alle scoperte geografiche, aveva allargato la visione dell'universo, dando all'uomo, accanto al senso di smarrimento e di piccolezza in un cosmo in espansione, anche un impulso conoscitivo e una proiezione cosmica; si verificò di conseguenza, una rivoluzione scientifica ed economica che preludeva alla più incisiva rivoluzione tecnologica, ad indicare la capacità e l'anelito dell'uomo ad espandersi e a liberarsi da qualsiasi ceppo per un progresso che si voleva infinito. Una serie di eventi fallimentari, che si addensano tra la fine dell'Ottocento e la storia cruciale del Novecento, riducono gli ottimismi progressistici, riportando l'uomo alla realtà, al suo reale ambiente esistenziale, il suolo terrestre già di per sé problematico. La terra, spogliata da ogni immaginaria utopia e da sogni e slanci prospettici, appare per quello che è, ambiente limitato, pieno di problemi di sopravvivenza, impervio sia dal punto di vista naturale e vitale che dal punto di vista sociale. Al senso di smarrimento e vertigine subentra una sensazione di asfissia, di oppressione ed angoscia, tipico di un ambiente inospitale, non più in relazione al contorno planetario e cosmico, ma per le sue effettive e ridotte possibilità. Di qui l'insensato movimento senza sbocco, come bloccati da una rete che trattiene in Montale, di qui un purgatorio senza ulteriori prospettive in Luzi, dove la barca dà l'idea di un viaggio senza approdo, di qui la ricorrenza delle zone di frontiera in Caproni, dove il confine coperto ed oscurato dalla nebbia porta con sé la sensazione di un oltre incerto e di un varco inaccessibile.

La poesia di Caproni rende chiaro, più che mai, il destino terrestre dell'uomo, rinchiuso in questa zolla che è la terra, scenario desolato che confina col nulla. Il mondo di Caproni ha la sue colonne d'Ercole, un limite che impedisce all'uomo di spingersi al di là, ma quanto diverso dalla frontiera medievale. Il limite imposto dalla teologia tradizionale separava la dimensione terrestre da quella soprannaturale, determinando due dimensioni connesse tra loro, pur nella distinzione. La vita terrena era vista come preparazione per l'altra, che era luogo di giudizio e di perfezionamento. La frontiera di Caproni non lascia intravvedere nessuna dimensione ulteriore, è luogo sospeso, avvolto nella nebbia che lo rende ancora più misterioso, luogo di attesa possibile ma estenuante verso l'ignoto. Questo senso della vanità e del nulla Caproni lo estende a tutta la vita umana che si libera da ogni cornice di mondanità storica per apparire in tutta la sua condizione di verità e nudità. Si tratta di una vita individuale, in cui ciascuno è solo con se stesso, parte per assolvere al suo percorso destinale e nel suo obiettivo di ricerca si estenua e si dissolve. Non appare nessun aldilà nell'universo di Caproni, la vita si gioca e gradualmente si dissolve entro le mura della condizione terrena. Si respira il senso del nulla in un territorio desolato e squallido, con un'accentuazione della filosofia leopardiana, deprivata dalle illusioni. Il protagonista della poesia di Caproni non conquista un suo equilibrio in armonia con il mondo e l'ambiente sociale, ma si allontana dalla comunità come per un imperativo o un'ossessione e in questo percorso prende sempre più coscienza del suo destino duro e senza miraggi. Egli parte da solo, non ha intorno a lui un gruppo di suoi simili, una società di appartenenza, è il nuovo Ulisse che affronta la sua avventura in modo solitario in un mondo inospitale. E' l'uomo che giunge al confine, nella zona della dogana, come nella lirica introduttiva, e che subito coglie il non senso del suo andare, in quanto non trova nessuna dogana che dia il passaggio all'altro fronte, né riceve messaggi o messaggeri. La sua avventura è più desolata di quella di Ulisse, perché si vede negato l'accesso ad un altro mondo che mai conoscerà e di cui porterà sempre l'idea della mera possibilità. L'Ulisse della tradizione, invece, pur colpevole di una trasgressione per aver varcato il confine, potrà vedere l'esistenza di un'altra dimensione e confermare i pronostici della partenza.

Ma nella poesia di Caproni il muro è anche quello che regola la vita dell'uomo, imponendogli un'esistenza da monade, quasi un ritorno all'uomo primigenio anteriore alla civiltà, che si misura solo con le sue forze e col suo destino in una terra difficile da abitare. Egli sa che il mondo si è spopolato di qualsiasi comunità, perciò dialoga solo con se stesso e, quando questo dialogo si sarà esaurito, anch'egli partirà per dissolversi nel nulla. Solitudine, mancanza di fondamento, attesa frustrata sono le caratteristiche della simbologia del muro, che rendono vuota la vita dell'uomo, esaurendone la vitalità fino all'annullamento. In varie liriche ricorre il tema della solitudine dell'uomo che vive “solo in una stanza vuota,/a parlare. Ai morti.” Questo isolamento sembra la conseguenza di un mutamento storico ed antropologico e del subentrare dell'individualismo che ha prodotto una desertificazione umana. Il poeta fa sentire il suo accoramento attraverso la voce narrante che descrive la nuova situazione: tutti, uno dopo l'altro se ne sono andati e c'è qualcuno che lamenta di essere rimasto solo,di non avere il conforto e la compagnia dell'altro e di vivere come in un deserto. L'io narrante giunge anche a toni sentimentali e patetici, quando ricorda il passato vissuto in consorteria con gli altri tra abbracci e risate la sera all'osteria, mentre ora sono rimasti solo l'erba, l'acqua, il fiume. (Parole dell'ultimo della Moglia, Lasciando loco) Sembra che anche Dio, anche la morte si siano allontanati ed è rimasto solo il vento che spinge sull'asfalto un foglio di giornale (Dopo la notizia). Nella poesia Il murato l'io ricorda il suo grande amore per gli altri definito un illacrimato altruismo, a cui senza ricambio e pietà è seguita una dimensione di deserto e ghiacciaio. Il lamento è nella voce dei vecchi che hanno conosciuto nel loro mondo un comportamento umano e solidale, e perciò non si riconoscono nei rivolgimenti del mondo attuale. Il vecchio non vuole partire, rimane ancorato alle sue radici, ma di fronte alla dispersione delle partenze, sembra anche a lui di non avere un'ubicazione sicura, come si sente anche nella poesia di Ungaretti e Luzi. Il muro che si erge tra i rapporti umani diventa limite dello spazio terreno, e perfino mancanza di successione storica. Nella poesia L'idrometra “ tutte le testimonianze andranno perdute. Le vere come le false. La realtà come l'arte. Il mondo delle sembianze e della storia, egualmente porteremo con noi, in fondo all'acqua incerta...”; ognuno vive solo la propria vita individuale e, morendo porta con sè tutto il mondo, non legando la sua vita né al passato, né al futuro. La storia ha bisogno di azione collettiva e di successione nel tempo, e nei muri del deserto di Caproni essa non esiste più. Vengono meno, non solo lo spirito comunitario, rimpianto con tanto accoramento, ma anche altri nobili obiettivi, come l'insegnamento della storia a vantaggio dell'uomo futuro, come era ben sviluppata nell'etica romana e ciceroniana, e l'illusione di lasciare traccia di sé, quella traccia che dà inizio alla civiltà. A ricordarci quella tensione immanente nell'animo dell'uomo ad eternarsi per quello che è possibile, non c'è solo Foscolo, ma anche il personaggio universale delle Cosmicomiche di Calvino che, dopo aver fatto un segno nel cosmo, è ansioso di ritrovarlo dopo migliaia di anni alla conclusione dell'anno galattico, proprio perché è un suo segno, una traccia della sua presenza nel mondo.

La presenza dei muri non è solo constatazione nella poesia di Caproni, ma asfissia, frustrazione, lamento di un'epoca.

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