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Lui, il Dio sconosciuto nella poesia di Caproni

All'arrivo del treno la massa si disperde. Anche l'ultimo vagone si svuota, non c'è più nessuno, il personaggio atteso, il Lui, non arriva, o almeno, non si individua tra la folla. Si sente la frustrazione dell'attesa in quel Lui, che circola nel discorso della lirica Determinazione ed è evidenziato nella reiterazione del nome in tutta la sezione intitolata a Lui; nonostante sia di lui rimasta una traccia e un nome ancora in rilievo, si sono persi i tratti che possono renderlo riconoscibile. Lui doveva essere qualcuno importante, anzi l'unico uomo importante tra i tanti che affollavano il treno, e se era l'unico su cui si appuntava l'interesse degli spettatori, avrebbe dovuto rendere visibile la sua presenza, eppure nella stazione è tornato il silenzio, non c'è nessun segno tangibile di persona di rilievo che corrisponda alle impressioni dell'attesa. Si aspettavano di Lui effetti eccezionali e ben visibili tanto che se ne sarebbe avvertita la scia in tutta una successione di fatti, i cosiddetti cambiamenti del mondo. E invece non solo non si è individuato nessun Lui che dicesse “Eccomi” presentandosi al mondo, ma non si è visto nessun rivolgimento che ne attestasse il passaggio. Lo smarrimento e il vuoto della stazione è il vuoto stesso del mondo. Intanto il treno continua ad avanzare con il suo carico di vite umane, decidendo a caso il flusso degli eventi, gli arrivi e le partenze. Nessuno può rendere ragione dei flussi umani, perché si è persa la stessa cognizione di una ragione prima, incarnata da un essere regolatore del mondo.

Il problema posto da Caproni è profondo e di difficile soluzione, affonda le radici nella filosofia dell'Essere ricorrente in una cultura contemporanea avulsa dai fondamenti della metafisica. La desertificazione afasica della poesia di Caproni rende molto bene il problema dell'uomo attuale abbandonato dalle illusioni del passato, vissute come promesse e verità, sia scientifiche che teologiche. Quando il Dio si fa presente e può annunciarsi all'uomo, si profila con lui una scia di valori, un rivolgimento che anima la storia, trasformandola in un regno di sapiente armonia. Nelle Baccanti di Euripide Dioniso si presenta, annunciando nelle varie regioni della Grecia un rovesciamento di situazione, consistente in un regno di fratellanza ed armonia con la natura. Così accade nelle teologia cristiana, che sviluppa tutta una palingenesi del mondo connessa all'avvento di un redentore e alla diffusione di effetti graduali nel corso della storia umana. Dante, uomo della metafisica, rivela con gioia il nuovo ordine che si è instaurato nel mondo, in cui tutto trova il suo senso e la sua serenità. Anche se la storia fa resistenza all'instaurarsi della Città di Dio, la processione simbolica, che si snoda al vertice del Purgatorio, con le sue immagini teriomorfe, facenti capo al mitico grifone, assicura l'avvento del nuovo regno in modo inequivocabile. Ma, con l'avvento della ragione positiva, tutte le metafisiche, le scienze dei fondamenti crollano e vengono viste con sospetto: prima crolla la fede in un regno che sia specchio di quello divino, poi quella legata al progresso scientifico che presume di sostituire le certezze metafisiche, rivelandosi impotente nel diffondere le proprie. La psicologia umana viene invasa dal vuoto dei fondamenti e lo squallore avanza fino all'ultimo borgo, come poeticamente afferma Caproni, ricacciando nel sospetto ogni nuova speranza che si possa profilare. Alla desertificazione metafisica corrispondono, nella poesia di Caproni, una reticenza espressiva e una riduzione all'estremo del linguaggio, fino alla sillaba isolata o ai semplici puntini di sospensione sul rigo del verso, ad indicare l'inconsistenza che invade, oltre alla realtà,anche la ricerca stessa della parola.

E intanto gli abiti dismessi del passato, come frammenti e cimeli di una sacra archeologia, ancora mandano segnali e rivelano cifrate tracce. Non si dimenticano certe verità come fossero veramente abiti, esse sono rimaste nel segreto dell'interiorità e costituiscono, pur nell'evanescenza delle tracce, archetipi dell'inconscio individuale e collettivo. Al travaglio del pensiero appare, come ultima fase della storia del genere umano, piena di incognite, una possibilità di sopravvivenza, guidata dal genio poetico che si profila come l'unica figura capace di sopportare il nulla e di riempire il deserto di fantasmi profetici. Tutta una generazione di filosofi-poeti, come Leopardi ed Hölderlin, nell'espressività dello stile poetico, hanno abbandonato le sicurezze della ragione scientifica, per porsi in ascolto delle nuove possibilità permesse all'uomo.

In questa direzione, l'attesa frustrata della poesia di Caproni non scoraggia, si carica di stupore ed angoscia, in una quiete abissale che cela dense potenzialità. Se una novità emergerà, questa sarà essenziale, liberata da tutte le apparenze mondane; se Lui arriverà, sarà in una terrra spoglia di tutte le attrattive e delle false virtù del mondo, ridotta agli elementi primi, come la terra e il cielo, una cornice brulla e grigia in quanto tabula rasa dei prodotti della storia . La terra desolata, immagine ricorrente nelle voci poetiche del XIX e XX secolo, è la cornice della poesia di Caproni, con richiami ad Eliot, Luzi, Hölderlin, ma con un timbro personale, permeato di rigore e durezza escatologica, avulsa da aperture visionarie promettenti e rasserenanti. In altri poeti, infatti, l'angoscia dell'aridità sollecita visioni di recuperata armonia e tra questi va citato Hölderlin, il poeta scelto da Heidegger per rappresentare l'attesa poetica nelle radura del mondo. I versi di questo poeta rappresentano il tempo della povertà successiva all'allontanamento degli dei, ma anche quello della speranza di cui il poeta si fa profeta: la poesia così assume un percorso dialettico, che va dal tragico al lirico, e sul dolore delle rovine si sovrappone la rinascita di un suolo fiorito e verdeggiante.

La poesia di Caproni è tutta riversata sui colori del crepuscolo e su immagini di desolazione, la ricerca implicita nel continuum dell'attesa, non raggiunge soluzioni salvifiche. Il percorso dell'uomo in angoscia si pone come obbedienza ad un dovere inscritto nell'intimo, ispirato da un Dio assente di cui si sono perse visibili tracce. Di qui la problematica dell'uomo diffusa nella poesia di Caproni: il bisogno, innato ed imprescindibile, di ricercare un Dio di cui, però, ha perso cognizione e che non sarà in grado di riconoscere, un Dio che viene riaffermato proprio mentre viene negato, in una libertà terrena che è, allo stesso tempo, angoscia e richiamo imperativo. Il problema dell'incontro con Lui si pone al centro di tanta poesia di Caproni, soprattuto quella della maturità, in modo categorico e disperato, in quanto non ci sono le coordinate di orientamento e il mondo è tutt'altro che speculum dei; non si intravvede, come in Hölderlin, qualche barlume prospettico o qualche zona già irradiata da nuova luce, opposta al male del mondo, come anche nelle comunità delle Baccanti ispirate dal dio.

Contraddizioni ed aforismi connotano lo stile di Caproni, ad indicare possibili vie inusuali ed impensabili per la discesa del sacro e possibili nuove vie di identificazione della divinità, oltre quelle consuete e platoneggianti. Forse Lui, l'essere tanto cercato tra la folla del treno, si è rifugiato in una latrina, un luogo dove mai l'uomo edotto nelle palingenesi della mistica teologica lo cercherebbe. Questo testo poetico, con la sua rivelazione interrogativa ed inconsueta, richiama Borges, anche lui impegnato in una nuova interpretazione della figura divina; attribuendo le parole del suo racconto ad un filosofo americano, si pone il problema dell'identificazione di Cristo alla luce della sua umanità e quindi non esente da impeccabilità, giungendo alla conclusiva identificazione con Giuda. Si notano analogie nel dettato dei due scrittori, sia nella fase imperativa della ricerca, sia nell'apertura a varie possibilità interpretative della figura divina. In pratica, sia in un modo sia nell'altro, resta per l'uomo un senso di amarezza in una terra squallida ed abbandonata da una figura salvifica e rasserenante. Se Dio si può riconoscere nelle brutture e nel peccato del mondo, l'uomo non trova più di che ristorarsi, non ha più le belle immagini di verità, bellezza e bontà come punti sublimanti di riferimento.

In conclusione, nella cultura contemporanea, in particolare nella poesia di Caproni, si assiste ad un dissidio incolmabile tra speranza e non speranza in un mondo di possibilità aperte, ma di cui nessuna costituisce il fondamento delle altre. In un inserto interno alla raccolta poetica appaiono in successione varie possibilità che il poeta elabora dentro di sé, come a volerle associare per colmare il vuoto con la scrittura; egli riconosce dapprima che è una stoica accettazione la solitudine senza Dio, ma anche che questo stato di solitudine è irrespirabile per i più, conclude poi che essa può dare un'allegria indicibile,in quanto adito a tutte le libertà possibili, compresa quella di credere in Dio, pur sapendo che Dio non esiste. Nella lirica L'occasione il cacciatore punta in alto e spara, spara verso una stella che potrebbe anche rivelarsi l'occhio di Dio: anche qui assistiamo alla logica non logica aforistica di Caproni, quella che in un altro testo afferma che “Dio esiste soltanto nell'attimo in cui lo uccidi.”.Questa inedita riaffermazione di Dio nella mira e nello sparo verso la stella-Dio può significare anelito di libertà dall'assoluto, ma anche il desiderio di possesso e di recupero, un'affinità con l'assenza incombente e nostalgica delle Stelle fredde di Piovene, un romanzo che si conclude con la contemplazione delle costellazioni, come una maniera per colmare la lacuna metafisica con lo sguardo al cielo.

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