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L'uomo malato di Volponi

L'uomo dei romanzi di Volponi attraversa i cambiamenti del secondo Novecento che minano il suo equilibrio psicofisico e sollecitano comportamenti abnormi ai limiti dell'assurdo. Volponi ha una formazione classica, ama l'arte e la poesia, guarda con nostalgia all'humanitas del nostro Rinascimento, ma si trova a vivere in un'epoca che non cura più le tracce del passato e, sotto la finzione del progresso, sconvolge la società e la natura, sottomettendole ad un ordine alieno dalla tradizionale dimensione umana.

Il secondo Novecento è il tempo dell'imperialismo tecnologico e del boom economico, reazioni al clima depressivo collegato al conflitto bellico e all'autoritarismo fascista. L'espansione economico- tecnologica muta paesaggio, costumi, credenze. Delle antiche fedi restano solo larvati ricordi o distorte idee, prive di quella spiritualità che guidi l'esistenza e la convivenza umana, aprendo la via ad una società edonistica e materialistica, individualisticamente impulsiva, basata sulle avventure sregolate e sui bisogni corporali. L'ideologia comunista, ormai priva dello slancio ideale- religioso, parla un linguaggio confuso, esprime formule e modi di dire sincretistici, abbinabili anche ad altre ideologie, in una comunanza linguistica nevrotica ed inquietante, come appare nelle discussioni dei personaggi di Corporale.

Le frammentarie fedi del passato si incrociano con i movimenti sessantotteschi, traducendo la teoria della liberazione ed emancipazione, come acquisizione legittima dei diritti da parte di tutti, in forme eccessive e sregolate di libertà, che erodono valori e dignità di base. Si aggiunge il clima della Guerra fredda mondiale, che porta paure ed insicurezza, nella contesa tra potenze che, prevaricandosi, potrebbbero distruggere il mondo. Da qualunque parte si trovano poteri politici, economici, tecnologici, mentre l'individuo non conta più nulla

L'uomo di Volponi non è più in grado di comprendere la società e la storia in cui vive, non sa rapportarsi al mondo, così vive in un disagio che diventa malattia. Questa malattia non ha una definizione precisa e scientifica, consiste piuttosto in un male psicofisico, che manifesta in svariate forme il disagio a vivere. Albino Saluggia, nel Memoriale, da contadino si trasforma in operaio di fabbrica, e questo passaggio dal sereno e poetico mondo contadino al mondo dell'industria crea in lui una difficoltà di adattamento e la conseguente malattia, simile ad uno stato provvisorio, vissuto con disorientamento, tra due dimensioni che non riesce ad amalgamare. Vive male sia nella fabbrica che nel paese d'origine, inefficace da una parte e malinconico dall'altra. La sua è una malattia sfuggente, che sembra di ordine fisico, ma invece riguarda tutto il suo essere, creando insicurezza.

Nel romanzo Le mosche del capitale si allude a varie malattie frutto delle condizioni inquinanti dell'ambiente industriale; gli effetti negativi riguardano direttamente gli operai dei vari settori lavorativi a contatto con materie chimiche corrosive, ma si diffondono a largo raggio anche nell'ambiente circostante, intaccando la sfera dei comportamenti umani, erodendo certezze e valori, insinuando nella psicologia idoli distruttivi, obiettivi vani di primato, manie autolesionistiche.

Anteo Crocioni in La macchina mondiale, presenta manie di superomismo, si atteggia ad eroe, cova titaniche idee di magalomania che lo emarginano dal contesto sociale. Egli è in lotta non solo con il suo prossimo, il mondo contadino a cui si sente superiore e che perciò disprezza, ma con il mondo stesso e la natura, le cui leggi intende modificare. Lo sfaldarsi delle fedi porta alla creazione di idoli e credi personali, in nome dei quali ergersi ad eroi e profeti, consumando così la propria vita, autodistruggendosi. Anteo non si appoggia alla comunità, la vede come gregge inferiore, tenuto a bada dalle istituzioni politiche e religiose. Reagisce all'anonimato sociale, in cui nessuno vale nel gioco delle parti assegnate da forze superindividuali impenetrabili come destini. Il malato, in questo libro, diventa l'uomo intelligente che non si confà alla vita della massa, si isola per pensare e creare le sue utopie alternative.

Ma riflessione ed intelligenza non premiano, bensì procurano solitudine, sofferenza per non essere ascoltati e non essere capaci di modificare gli errori del mondo. Solitudine e senso di inutilità creano frustrazione e una serie di reazioni per emergere e sentirsi vivi; in una società di morti, in cui l'accettazione e l'obbedienza sono d'obbligo, Anteo disegna un suo mondo e si impegna caparbiamente ad attuarlo, scambiando per realtà possibile le immagini della sua mente. La drammatica vita di Anteo indica come solitudine, frustrazione di uomini perdenti, aggressività e superomismo, conseguenti atteggiamenti reattivi , si consumano nella noncuranza e nell'indifferenza della tragedia sociale contemporanea.

E' in Corporale che Volponi fornisce un quadro significativo e denso del disagio dell'uomo contemporaneo, con previsioni a largo raggio. Attraverso la vicenda di Gerolamo Aspri, mette sullo sfondo la storia di un secolo dagli eventi straordinari , contrassegnato da guerre e dai loro postumi inquietanti, ma anche da svolte progressiste ed allettanti prospettive. Si crea uno iato incolmabile col passato, con movimenti ed avanguardie che tendono ad abbattere tradizioni e regole e spostano l'attenzione verso le novità di un futuro da creare ed inventare. In questa onda di corrosioni ed innovazioni l'uomo non è capace di adeguarsi, o si abbandona edonisticamente alla realtà del momento, sperimentando e consumando, o avverte perdite più che conquiste.

Di fronte al crollo dei valori tradizionali, egli dovrebbe essere disposto e capace di nuovi valori che agiscano come forze tutelanti e protettive dell'identità. Ma ideali sostitutivi non subentrano alle perdite subite, non nasce un uomo nuovo capace di trovare sicurezza e fiducia. La vita è affidta alla provvisorietà quotidiana, ad una cronaca di fatti che non diventano storia. Il personaggio di Corporale diventa l'allegoria dell'uomo contemporaneo, come Mattia Pascal in Pirandello. Si tratta di una nuova forma di allegoria che non si risolve, perché la verità è occultata come en abime e, anche se sottesa agli eventi, rimane numero indecifrabile. Del resto la successione frammentaria e caotica dei fatti non prelude a nessuna verità, l'andirivieni non ha una ragione e spiazza qualsiasi riflessione

Il romanzo si presenta come il diario del personaggio Gerolamo, proprio come il romanzo di Pirandello è il diario di Mattia Pascal, una cronaca di spostamenti ed eventi senza una conclusione che, come nel romanzo tradizionale, dia luce e senso alla successione delle avventure. Del resto i fatti non vengono disposti secondo un ordine che configuri una necessaria conclusione, ma si giustappongono senza una architettura logico- provvidenziale. Nei due autori il finale si ricongiunge con l'inizio, perché anche Gerolamo, conclusa la sua vana ricerca di un rifugio, parte e quasi certamente verso i luoghi del passato, dal momento che i nuovi ambienti, dove si sono svolte le sue azioni, non hanno colmato i suoi turbamenti. Gerolamo si allontana dalla famiglia nei cui valori non ha mai creduto integralmente, e vaga per l'Italia fino ad Urbino nei cui colli pensa di trovare un rifugio. Urbino sembra essere un luogo di quiete perché, lontano dal Nord industrializzato, conserva legami con il passato culturale ed artistico; sembra, insomma, un luogo fuori del tempo, lontano dai clamori della storia, sonnolento e abitato dall'ultima gente ossequiosa verso le tradizioni. Ancor più solitarie sono le colline circostanti che possono offrire un rifugio materiale e spirituale a chi voglia dedicarsi alla riflessione della scrittura, porre ordine alle devianze della vita , placare l'animo malato. Infatti il personaggio è un uomo vuoto e malato, incapace di solidi e costanti comportamenti, addirittura sofferente di ossessioni e fobie, cieche reazioni impulsive.

Abbandonata la famiglia, conduce una vita alla giornata, priva di obiettivi e disponibile ad avventure che lo introducono nei raggi della malavita. Non sente il richiamo di una coscienza che possa guidarlo, egli, ormai, non sa dare un giudizio delle sue azioni, che hanno una tempra esclusivamente edonistica e corporale; impressioni e sensazioni attraversano solo il corpo, senza ripensamenti e regole, tanto che spesso incorre , dietro irrefrenabili impulsi, in tafferugli e violenze. Del comunismo, che pure è stata la sua ideologia, non ha appreso un sistema di pensiero utile socialmente, ma solo teorie di liberazione e di sfrenata sensualità. Le sue fobie delle bombe, giustificabili storicamente, indicano le nefaste influenze della Guerra fredda e del terrorismo sull'uomo del tempo, specialmente su chi, come Gerolamo, è in una crisi totale ed ha bisogno di ricostruirsi.

Volponi ha descritto il fenomeno industriale da osservatore interno a quella realtà, evidenziando la dialettica del passaggio da una società, in Italia da secoli assestata, ad un'altra in rapida affermazione. Si trattava di un'affermazione rapida, destinata a modificare la faccia del pianeta e la condizione umana, che l'uomo di allora dové guardare con un certo stupore ed anche l'entusiasmo di chi, con un passato alle spalle di duro lavoro, era allettato dalle speranze aleggianti di quello che intendeva porsi come progresso. Volponi ebbe a rilevare i cambiamenti in atto senza orgoglio e senza lode, perché in essi vedeva peggioramenti , malattie, indebolimento di tutta la struttura, sia fisica che psichica dell'uomo. Non si lasciò influenzare da quell'aria di seriosa e rituale ostentazione di ingegneri ed amministratori di cui ebbe conoscenza, ma, come intellettuale umanista e leopardiano, avvertì con angoscia il futuro che si apriva con l'homo technologicus e con le prospettive di un nuovo potere dalle conseguenze ignote e dalle temibili trasformazioni.; avvertì le contraddizioni del progresso, cosa che solo uno sguardo distaccato ed acuto poteva fare, uno sguardo interno quanto ad esperienza ed esterno quanto a senso critico.

Nelle pagine dei suoi romanzi il quadro diventa dominio dell'arte e dei suoi registri, drammatico, ironico e perfino comico. I guasti e le malattie, espressionisticamente trattati, riproducono i tic, le manie, le ossessioni, come quelle di Albino Saluggia, la tensione nervosa ed inquieta del rivoluzionario Anteo, perfino la ritualità verbosa e maniacale degli amministratori, simili a marionette che ripetono quello a cui li destina l'ingranaggio industriale. Gerolamo Aspri è l'intellettuale critico ma confuso, dalle idee e decisioni pronte, ma incapace di qualsiasi fattivo programma. Indica bene, nel suo percorso disordinato per l'Italia, come un uomo di pensiero faccia fatica ad orientarsi di fronte all'impellente mutamento e distorca le sue energie interiori in confuse e gratuite azioni.

Volponi non solo osserva la realtà, ma si fa profeta del nostro tempo di lettori, che possiamo con chiarezza verificare le rivelazioni sparse nell'ordito narrativo. Alcune profezie implicite acquistano i tempi lunghi tipici del futuro oracolare e ricordano quelle di Dante, di un altro moralista che appone il suo grave giudizio sui mali della storia. La descrizione della natura, i fiori e il pappagallo nelle Mosche del capitale, che non perdono la loro dignità e saggezza, nonostante la sopraffazione della tecnologia, suonano come un monito di fatale riscatto ed incontestabile superiorità. La voce della luna, che, nella sua arcana lontananza, non teme le nuove invenzioni e neppure le conosce, vuole contrapporre l'eternità del cosmo alla ridicola precarietà delle cose della terra.

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