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Madame Bovary immagine speculare del suo autore: riscrittura di Giovanni Giudici

Giovanni Giudici, nella Vita in versi, non rappresenta la sua vita solo direttamente e in prima persona, ma si cala in personaggi sue controfigure; in genere si tratta di episodi singoli e di corto respiro, ma intorno alla figura di Madame Bovary crea un sequenza di episodi lirici accomunati da uno stato d'animo di diffuso torpore e malato languore. Si potrebbe parlare di una storia nella storia, e così la vicenda esistenziale di Emma appare microcosmo e miniatura dell'intera vicenda esistenziale dell'io protagonista, una miniatura scarnificata e nuda, ripulita di quel commento riflessivo con cui l'autore nella raccolta di versi esplicita la sua pena del vivere in un mondo inospitale. Madame Bovary non ha intorno a sé un mondo di riferimento, è chiusa nel suo mondo personale che la imprigiona, sospesa tra tenui illusioni e il nulla , non conserva nessun nesso con la storia esterna, non ha eventi da vivere e ricordare, fino a ridursi ad un'immagine ombra in cui la vita ha lasciato solo qualche residuo fioco ed insopprimibile.

La figura femminile qui tracciata non è quella consegnata alla letteratura dalla lirica amorosa, con le sue doti elevate e il suo apparato di virtù, tramite per la formazione etica del poeta; Madame Bovary non è figura idoleggiata dal poeta e sublimata dalla parola poetica, ma una donna reale e desublimata in cui il poeta si immedesima, piegando la sua indagine conoscitiva su un'anima femminile malata. La letteratura nel suo percorso ha registrato anche questo: la proiezione nella sfera esistenziale femminile, in un impegno umano che porta il poeta a spogliarsi della sua parte per calarsi in una parte diversa da quella che egli recita nel mondo. Euripide ed Ovidio nell'antichità inaugurarono qusta tendenza, rivelandosi profondi conoscitori dell'animo femminile; infatti nei due autori la donna presenta un patrimonio variegato di sentimenti, in cui essi hanno speso una curiosità d'indagine e una partecipazione emotivamente più interessate di quanto trapelasse dal contatto con l'universo eroico maschile. Soprattutto Ovidio, nelle Eroides, presenta delle anime sole e abbandonate, che sfogano il loro stato d'animo doloroso in solitudine, senza la possibilità di misurarsi con il mondo reale e neppure di far pervenire il loro lamento alla persona amata in una confidente attesa.

Madame Bovary di Giudici ripete la solitudine e l'abbandono delle eroine ovidiane, descritte nella loro impossibile speranza e sfibrante attesa. Sembra che nei poeti citati la donna sia colta nel suo vero status , nella sua inferiorità sociale che la pone alla dipendenza dell'altro, cui solo è concessa ogni iniziativa; ad essa resta una ricchezza interiore maturata nell'impotenza e nel tacito sentimento. Ma Giudici oltrepassa la situazione dei poeti antichi, che ancora rivestivano la donna di una sua dotazione eroica e le offrivano delle capacità reattive che la illudevano di essere al centro della comunicazione sentimentale, con emozioni forti che spaziano dal ricordo alla speranza, dalla gelosia al lamento. In Giudici Emma Bovary è figura spenta e derelitta, priva di reazioni, che si trascina in una quotidianità disadorna e in un antieroico abbassamento. E' ancora più spenta della Emma di Flaubert, di cui si impossessa per rimaneggiarla ed impoverirla, togliendola dalla cornice provinciale che motivava la sua depressione. Emma è in Flaubert una donna che non si adatta a vivere nella sonnolenta atmosfera del paese di campagna dove la sorte l'ha trapiantata accanto ad un marito gretto ed ignorante, e reagisce in vario modo alla sua frustrazione, sia con sogni di felicità da soddisfare nel teatro mondano della capitale accanto a qualche uomo giovane e nobile, sia con l'abbandono in un insano torpore quando i sogni svaniscono. Le parti emotivamente più piene del romanzo sono i monologhi in cui Emma, come nel corso di stasimi lirici, contempla un portacenere portato via da un ballo e su questo oggetto- talismano vagheggia l'amore con il visconte con cui, durante un ricevimento, ha avuto un fugace contatto. La quotidianità di Emma è ritratta da Flaubert in questo atteggiamento sognante, in un'attesa infinita e paralizzante, simile ad una malattia nervosa e sfibrante.

Questa è la parte che Giudici ha privilegiato, sottraendola al percorso del romanzo e ai suoi sottili dinamismi, per fissare l'eroina in un sospeso assolo, una monodia lirica diseroica e desublimata. Qui Emma sembra aver smarrito la sua identità, non ricorda eventi che possono circosrivere la sua vita, non ha oggetti in cui riconoscersi, non un ambiente di sfondo in cui proiettarsi; il suo ambiente è un nonluogo, come le sue voci ripetute adombrano una quotidianità senza tempo. Perfino i sogni che connotano la sua inquietudine non hanno contorni e parvenze, confondendosi in un unico stato che è l'attesa di una persona amata indefinita e senza volto. Quello che accomuna i monologhi è un'inquietudine compressa e scialba, di chi non reagisce con il vigore dei sentimenti e delle proiezioni, ma subisce un logorio che sfibra ed annienta. Lei infatti appare sfiorita e debole, rassegnata alla lenta morte, con un pizzico di disgusto verso se stessa che solo accetta la morte, ma non sa affrontarla come un'eroina d'amore. Si può perfino ipotizare che la Emma di Giudici non abbia una persona reale da amare e che la persona di riferimento sia una mera invenzione della sua mente malata, covata e cresciuta nella solitudine a cui lei presta promesse e parole. Questa ipotesi è avvalorata dal testo, nei tratti in cui Emma, sdoppiandosi, riconosce la sua finzione , come nella sesta composizione: “la verità del dubbio che tu sia niente/ pensiero della mia mente …..m'interrogo se tu sei / gioco burla o passione irreversibile / o un disegno sottile che mi sfianca o il vuoto “ La malattia della Emma flaubertiana ha le sue origini nel romanticismo della illusioni, corrose dalla quotidianità e dal contatto con l'arida realtà. La malattia della figura femminile di Giudici è quella dell'uomo contemporaneo, avulso da ogni romanticismo di ideali ed illusioni, è una nevrosi che comporta al contempo inquietudine e vuoto, una diffusa apatia, un torpore simile al nulla e in cui più nulla accade. In questa situazione a lui ben nota Giudici si cala come faceva Flaubert in corrispondenza col suo tempo, e per entrambi si può accogliere il motto “Madame Bovary c'est moi.”

Anche in questa sezione dell'opera Giudici dimostra il suo interesse per la condizione umana ed esistenziale contemporanea, che egli considera sia direttamente nello sdoppiamento speculare in cui si compiace di vedersi vivere, sia indirettamente osservando gli altri personaggi della vita reale e perfino letteraria, come in un esperimento conoscitivo in cui anche gli altri entrano a far parte della sua interiorità per analogia o antitesi. Il personaggio della Bovary rappresenta uno stato d'animo di base della condizione umana, da cui partire per dipanare le possibilità reattive di autoconservazione e a cui si ritorna perennemente, quando le terapie immunitarie di sostegno si rivelano insufficienti. E' lo stato d'animo della noia o tedio, indagato da sempre presso i pensatori sensibili alla psicologia; nell'antichità esso compare nell'indagine dei filosofi stoici e in Seneca, poi nel Medio Evo nello studio dei teologi con il termine accidia, per arrivare all'età contemporanea in esso assume la conformazione di vera malattia o nevrosi dell'anima, campo di azione per medici ed intellettuali sempre più interessati ai casi clinici che si identificano, poi, con la stessa condizione del vivere. Il nostro poeta è tra quelli più intenti a cogliere i disagi esistenziali del suo e nostro tempo, e di questi sa rilevare ogni ondeggiamento tra fragilità e fiducie, tra il vuoto del dilagante nichilismo e le varie terapie di contrasto, tese a stordire il pensiero più che a colmare quell'inerzia inquieta. Una serie di reazioni esperite dall'uomo nel suo disagio a vivere compare già in Seneca, che considera i viaggi, gli spostamenti e l'attivismo ad essi connesso come scelte inutili e dannose; la stessa condizione di vuoto viene vissuta dai personaggi di Cecov, e sempre legata al grigiore e all'immobilismo della campagna alla pari di Flaubert, come se la città con le sue mode e il suo movimento potesse rappresentare una terapia; così viene sentita infatti la proiezione cittadina dai personaggi snervati dalla solitudine delle periferie. Ma anche l'attivismo non è la vera terapia capace di promuovere il benessere mentale. Chè anzi i vari autori lasciano intendere come l'animo vada curato in sé, senza il ricorso ai falsi orpelli del teatro cittadino. Le figure dei borghesi, che affollano le vie, abbagliati dalle mode pubblicitarie e dalle luminarie dei negozi, vengono ritratte in negativo e fissate in un divertissement che solo copre un disagio definito nausea da Sartre.

Giudici conosce bene lo stato d'animo della noia e sembra riassumere tutte le reazioni a cui ci si aggrappa in vari livelli di consapevolezza:dalla ricerca eroica del sublime, ideale nobile dell'uomo che intende affrontare il dolore per ricostruirsi, alle mediocri fiducie nelle proposte sociali o in quelle ideologie che la società costruisce e mette sul mercato per alimentare i sogni di progresso. Giudici conosce bene questa reazione attivistica che sperimenta nelle persone intorno a lui, fiduciose nei piani della tecnologia e nelle promesse di miracoli economici, sperimenta anche lo stato d'animo eroico e lo vive con l'impegno di un martire che non vuole darla vinta agli interessati apostoli del progresso e tenta una sua via di riscatto personale. Egli conosce bene il disagio a vivere, che il crollo dei valori nella società industriale reca, e la sua forma più radicale, protesa verso la malattia, è , appunto, calata nella Bovary. Lo stato d'animo di Emma, su cui riflette l'autore, è quello di una società avanzata che ha troppo sperimentato e nella tensione verso infiniti gradi di progresso è giunta ad un bivio dilemmatico: dal suo dinamismo inquieto, ma logoro e ripetitivo, si esce malati o di frenesia ed agitato attivismo capace di ottundere le coscienze, o di spossatezza e languore in cui si affonda. L'anima della Bovary è affetta da questa seconda fattispecie, da una depressione a cui ci si abbandona non come per un dolce naufragio, ma con riflessa e stanca lucidità . Non è uno stato d'animo primo e giovane, ma senile e finale, porta con sè la conclusione di un vissuto logorante che toglie le forze e la capacità di reagire. Lo sguardo non si posa su nulla, non trova realtà o eventi storici a cui aggrapparsi per recuperare senso e consistenza, come accade a chi, dopo aver vissuto e sperato, assiste all'arresto di ogno palpito; se anche la mente continua a prefigurare l'arrivo di qualcosa o qualcuno in una forma di nostalgica attesa, immediatamente l'illusione viene bloccata, si arresta nella rassegnazione e non raggiunge nessun effetto positivo. Nella quinta composizione i movimenti emotivi della lunga attesa segnano i dubbi e le supposizioni su un arrivo che non si verifica e si protrae da un giorno all'altro:” Dico che arriverai da un lungo treno del mattino / ...Quale dei lunghi treni ti porterà? / Quale dei lunghi treni ti avrà portato?...Ho guardato l'ora all'orologio sul muro/...Arriverai domani se oggi non sei arrivato.” Il movimento del pensiero, nella reiterata frustrazione, si blocca in un tempo immobile , privo, appunto, di eventi.

Madame Bovary vive il tipico stato d'animo decadente e di rinuncia ad ogni espansione romantica: il romanticismo ancora offre all'uomo, già provato dai meccanismi della modernità, delle oasi compensative, la possibilità di sfruttare un bagaglio immaginativo iscritto nel suo fondo. L'animo decadente, invece, si è svuotata anche delle risorse della fantasia e, anche se non può sopprimerle geneticamente, non le fa fruttare creativamente, o cadendo nel grigiore come altra faccia della malattia del vuoto, o nel contraltare della novità in eccesso. I passi che Emma conta nell'attesa della persona amata, non generano palpiti e gioia di vivere, ma una reazione di spossatezza, tipica di chi conosce l'irrealtà delle speranze. Per non dire delle memorie infantili, attribuite in forma di transfert all'altro, che non approdano a nessun esito rasserenante, come possono essere le immagini della memoria leopardiana; anzi, proprio queste attestano il disagio di una mente malata, conscia della sua malattia e timorosa della sua farneticazione. Nella seconda composizione l'immagine del bambino e della culla balenano appena nella mente per apparire subito come creazioni volute ma assurde, finte voci di una finta pace : “Pure il bambino vero tace se resto in ascolto/.....Pure gli posso far dire ogni parola che voglio:/....Gli posso far pensare ogni pensiero che voglio.” In conclusione, nella sezione lirica flaubertiana, Giudici coglie la malattia della coscienza contemporanea, che ripudia i fermenti positivi come doni innati forniti dalla natura, e trattiene in sé, bloccandoli, i contorni di lucida pena e pigro languore. Del resto la società moderna risponde agli interrogativi dell'uomo con moduli materialistici e consumistici, soppiantando i sostegni dello spirito e dell'immaginazione, per cui , se l'uomo antico reagiva alla stanchezza del desiderio con l'apporto della filosofia e l'uomo romantico con le belle illusioni, capaci di medicare i mali della vita reale, Emma Bovary è lo specchio di un'umanità incapace di far fronte alla stanchezza del desiderio con i doni della natura. La natura stessa, ben indagata da Giudici, rivela il suo inesorabile meccanismo e non può più rispondere ai bisogni dell'uomo svuotato di ogni progetto innocente e salutare.

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