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Natura e Ragione nella Napoli di Anna Maria Ortese

Napoli, con il suo mare e il suo sole, le vie aperte, i ghetti e le case signorili, diventa, nella narrativa di Anna Maria Ortese, il luogo della riflessione esistenziale, l’angolo scelto per affacciarsi sul mondo e per rivivere intensamente le proprie vicende, allargando, come fanno vari altri scrittori,come Vittorini, la conversazione a tutto il mondo.

Nel romanzo “Il cardillo addolorato”, Napoli, come città illuminata dal sole e dalla Ragione del nuovo pensiero moderno, è la cornice ideale per impostare una discussione sul binomio Natura-Ragione, uno dei temi guida del Settecento, che rappresenta il cronotopo del romanzo. Giovani nobili, per casato e cultura, mossi anche da obiettivi economici mercantili e dall’insofferenza del clima brumoso della loro terra nordica, vengono attratti da una città come Napoli, che si staglia al centro della solarità mediterranea. Qui essi vivranno vicende insolite, all’insegna del mistero e dell’irrazionalità, come se una vita notturna fervesse al di sotto di quella civile ed associata, in modo silente ed invisibile, ma torbido ed intenso. Vengono evocate forze di una mitologia nordica, per cui non c’è neppure una terminologia precisa, ma una serie di suggestivi riferimenti a folletti, demoni, bambini minorati, figli dei boschi e dei fiori. Queste creature, nella loro diversità, sono più fragili e più forti, in quanto non possono convivere con la società progredita, ma, con le loro occulte epifanie, gettano angoscia ed inquietudine; agiscono in modo umbratile sulla coscienza individuale.

Si ripropone il rapporto tra i due universi, Natura e Ragione, non facilmente armonizzabili nell’evoluzione sociale. Se già nel mondo della polis greca la ragione filosofica tendeva ad imporre il suo primato, favorendo lo sviluppo delle conoscenze tecniche, negli ultimi secoli della storia occidentale l’ideologia tecnico intellettuale tende a fare da padrona, con presunti primati dell' uomo, della logica e della ragione. per cui vengono declassate le altre forme del creato, poste tutte in balia dell’homo sapiens, centro e meta del finalismo universale.

Ma già Leopardi, ribaltando tale ambiziosa gerarchia, ne ironizza il sostrato filosofico di totale inconsistenza: anche i folletti ambiscono a realizzare la loro centralità, e la terra stessa, stanca del domino nefasto dell’uomo, forse tornerebbe volentieri al suo incontaminato silenzio e alla sua libera attività creatrice. La natura sembra volersi rivolgere con favore ad altri esseri più che all’uomo, che dell’antica madre prova vergogna, intendendo realizzarsi solo con l’aiuto della ragione e farsi, con tale criterio, unico arbitro e dominatore. A partire da tale secolo fino al nostro tempo, natura e ragione entrano in competizione con reciproche rivalse, percepibili nel percorso dell'arte e perfino nelle impalcature dei sistemi sociali. Le dichiarazioni dei diritti umani, tese ad affermare determinate gerarchie e supremazie soprattutto razionali, sembra dire l’Autrice nell’opera, hanno depauperato l’uomo, isolandolo dalle variegate forme di vita che pullulano intorno a lui e di cui egli stesso è partecipe.

Nel romanzo del Cardillo folletti e minorati sono quella subumanità, figlia fedele ed autentica della Natura, che l’uomo ricaccia da sé, non tutelandola appunto nelle sue illustri definizioni di diritto, inerenti l’ambito della conoscenza. razionale. Il prezzo del dominio della ragione è la selezione e la sottrazione, misurata dall’appartenenza a tale area di dominio, e per questo la crisi del modello razionale genera una vasta rivoluzione di recuperi. Nella storia emergono finalità di riscatto delle aree marginali, escluse dai sistemi; la natura, alterata e sopraffatta da obiettivi modellizzanti, reclama la sua vita primitiva ed autentica.

Nella narrativa di Anna Maria Ortese la natura ha piena rivalsa, perché è la vita stessa nella sua forma vera e sostanziale; nei suoi racconti sembra rivolgersi all'uomo “misurato” e convinto di controllare la realtà, con sue prospettive inusitate e ai margini del credibile, tese a sconvolgere ogni coerenza e stabilità di quadri preconcetti. Si tratta di improvvise epifanie o dell’incanto di un sogno. Nel mare, sempre immerso in una luce forte ed uniforme, nella cui indeterminatezza scompaiono i contorni delle cose, si cala l’emblema della vita, pura e senza valenze, una condizione defunta ed astorica, come spesso si asserisce, una simbiosi di vita- morte. A questo mare, che bagna Napoli, ma che è condizione sospesa e totale, che assorbe la gioia e il dolore dell’esistenza, sembrano anelare i personaggi della Ortese, in una sorta di ubriacatura che annulla ogni attesa di riscatto, ogni ricerca sociologica, e perfino la pena dell'esistere.

Napoli, nell’opera della Ortese, è dunque una proiezione dell’anima, un laboratorio di pensiero, tra utopie intellettuali e l'onnipresente sostrato naturale. Nell'ultimo lungo racconto del libro ”Il mare non bagna Napoli”, “Il sonno della ragione”, si intravede una città tentacolare ed indefinita, dai molti centri e volti, in un movimento di esplosiva urbanizzazione, di difficile riprogettazione architettonico- sociale, che preveda anche l' integrazione plebea in un tessuto ordinato .Sembra una delle città dell’invisibile calviniano, tra inferno e ricerca dell’emblema, ossia di un ordine che salvi dall’inferno. Proprio questo disegno di ricostruzione, nel periodo postbellico, all’insegna anche della grande ondata di industrializzazione, pone la città come terreno di incontro intellettuale, di rilancio di una cultura di fiducioso impegno..Un gruppo di intellettuali napoletani di nascita o di adozione, con cui la Ortese condivide il dibattito sulla rivista Sud, si ritrova a progettare e a disegnare, proprio in questa città, un regno dell’uomo sopra il silenzio della ragione. La cultura professata dal gruppo intellettuale vuole essere una lingua chiara e traducibile in un nuovo fattivo universo sociale .Questo dibattito viene ripreso da una memoria a distanza e in crisi, quando ad esso sono subentrati l’inquietudine decadente, il solipsismo all’insegna di Proust e Gide, o il disimpegno degli sketch televisivi. Si tratta della crisi dell’ideologia neopositivistica, e della rivalsa della Natura.

“Questa natura non poteva tollerare la ragione umana, e di fronte all’uomo muoveva i suoi eserciti di nuvole, d’incanti, perché egli ne fosse stordito e sommerso… e tutti i giovani scrittori che io avevo conosciuto, non tessevano forse l’elogio della loro antica madre? Ve n’era uno che gettasse sulla natura il lume della ragione umana? Tutti, tutti dormivano ora vicino al mare, dormivano da Torre del Greco a Cuma..” Questo paragrafo del citato racconto riassume lo stordimento dell’intelletto, non come deluso fallimento, ma come dato di fatto, un’esplorazione della condizione umana autentica e naturale, su cui sempre si ergono e crollano i sistemi dell’evoluzione storica. La condizione di base, esemplificata dal topos metafisico di Napoli, è quella dell’eterna natura, colta nei colori scuri dell’inferno e in quelli abbaglianti del sole, ed entrambe le dimensioni, illimitate ed indeterminate, non tollerano precisione e regola, canoni etici ed estetici.. Il labirinto infernale di Carili, con le sue bolge tenebrose e i suoi livelli subumani di esistenza, il suo “termitaio” abitato da larve, appartiene semplicemente all’universo della vita, in cui gli alberi alti del bosco convivono con il pullulare del magma di sottobosco. La descrizione delle “ termiti umane”, nell’universo abitativo della città, potrebbe richiamare un problematico ed attivo impegno neorealistico, un senso di denuncia- missione dell’intellettuale nell’opera di riscatto dei diseredati, ma non è tale l'ottica narrativa, perché manca una misura del reale, come capacità e volontà di conoscenza e penetrazione finalizzata. Anna Maria Ortese, nelle conclusione della raccolta, richiama la sua intollerabilità della realtà, una difficoltà di concepire un impegno comunemente definito realistico, surrogato invece da un altro tipo di decifrazione, di marca metafisica: Ella, su richiesta dei suoi amici intellettuali, ha voluto comporre delle pagine sulla realtà di Napoli, ma smarrendo la misura a vantaggio della “visione”.La montagna- prigione di Carili costituisce la visione non della condizione di gruppi emarginati, ma di tutta l’umanità abbandonata e destituita di senso, ma solo così accolta . Ciò che sembra gioco surreale, è un dato di fatto, unica e vera apertura sul mondo, che non ha bisogno e non tollera sovrapposizioni di senso, solo si concede allo sguardo tornato vergine e primo..Caduta ogni possibile Ragione, nella sua pretesa ordinatrice del mondo, sembra allungarsi l’ombra del nulla in cui precipitano i movimenti insensati e devitalizzati degli uomini; ma in una cornice di sospensione, definita più volte defunta., emergono, larve ed .oggetti imprecisati, come vere epifani, che suscitano lo stupore, proprio dell'evento eccezionale, punto di partenza verso un nuovo universo, mai osservato da ragione umana.

Il mondo dei racconti è immerso o nella penombra grigia di lunghi corridoi o nella luce abbacinante del sole, entrambe evocatrici di visioni nella tabula rasa dei possibili contorni della realtà Così si presenta al lettore, come apparizione surreale, quell'oggetto minuscolo, coperto da una giacca in una cesta, rivelatosi allo sguardo stupito e disorientato una figura umana di bambina, alla fine del citato racconto.

Per l'Autrice il sonno della ragione produce quindi il ritorno salutare alla Madre, alla condizione cioè di simbiosi ed armonia col tutto; si tratta, talora, di un’Arcadia o di un Paradiso, in cui Principi e Principesse; Padri e Madri, assicurano in isole o ville arcane, una vita favolosa ed incantevole, in un ritrovato idillio poetico.

Alcuni racconti, in particolare, possono illuminare su una visione della natura come eterna ed incondizionata artefice, nel cui ritmo solo si trova la pace senza pensiero, l’innocenza senza ribellione. Nel racconto “Vita di Dea” non c’è differenza tra i vari livelli di esistenza, dal momento che si assiste al passaggio dall’uno all’altro, senza predestinazione e possibile comprensione. Nel racconto di “Jane il mare” la cultura dei libri e dei precetti morali viene azzerata dall’incanto del mare, che offre il sonno e la gioia, come nell’altro racconto “Un uomo nell’isola”, in cui sempre la distesa marina è un naufragio nell’infinito. .In “ Sguardo obliquo” l’impronta leopardiana sembra presente nell’incontro con il Padre- Natura, interrogato sul bene e sul male della condizione terrestre. Anche qui la Natura non si avvede della precarietà delle cose che crea e della infelicità intrinseca al mondo, continua nella sua creazione senz’altro fine. Ma se Leopardi introduce la ricerca legittima della felicità e la sua protesta di fronte al malum mundi, la Ortese sospende ogni protesta, accostando nella sua narrativa la luce e le tenebre, la gioia e il dolore, come dati della misteriosa vita dell’universo, intollerante della comprensione intellettuale.

Non si può parlare di denuncia in questa narrativa, anche se alcuni paesaggi e ambienti possono apparire come documenti sociali, dallo stile scarno e secco, e proprio per questo più efficaci, e neppure di uno stato di nausea, che un filosofo come Sartre, trova alla riscoperta dello stato di nuda esistenza, fuori dalle consuete impalcature. L’Autrice tende alla visione più che ai dati reali, ad inquadrature di marca simbolica più che a quadri di sfondo sociale, all’effusione della luce più che alla descrizione dei contorni delle cose. Sembra non chiedersi le ragioni dell’ordine universale, la sua presenza si avverte in una impercettibile vena di stupore, di puro incanto, preferisce la visione interiore e surreale della cose, non quella esterna, passibile di inquadrature e sistemazioni, una visione senza occhiali, come nel simbolismo dell'omonimo racconto: nella cecità, come la Mosca di Montale, la bambina trova più soddisfazione, in una dimensione più larga aperta ai suoi sogni e alle sue verità.

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