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Oltre il filo: la ricerca metafisica di Antonio Tabucchi

Il filo dell'orizzonte è il titolo di un libro di Tabucchi, ma anche la metafora del suo raccontare, sempre sul filo di un limite da varcare, di un orizzonte che segna la distinzione tra un al di qua e un al di là; e l'orizzonte si sposta continuamente, rinviando sempre l'accesso verso l'alternativa. Non è l'orizzonte leopardiano, che profila, oltre la cerchia collinare, mondi migliori, come varco possibile all'immaginazione e alla grazia poetica generatrice di divino risarcimento; per Leopardi la Natura, anche all'interno del sistema razionale dell'uomo moderno, continua ad operare miracoli, restituendo all'io separato e frantumato dell'era tecnologica la sua integralità. Tabucchi rappresenta il momento più avanzato dell'espansione del sistema, quando fantasia e grazia poetica hanno lasciato il posto ad un'implacata febbrile tensione e alla rivelazione di un Oltre pur esso inquietante. Lo Scrittore percepisce che il mondo organizzato in cui viviamo ha una logica e una coerenza apparenti e cela nel suo sistema serrato segni di disfacimento, smagliature che emergono e si richiudono oscuramente su se stesse. La società industriale e tecnica tende ad organizzare l'intero pianeta, ricacciando ogni altra ipotesi alternativa, dando risposte ad una sola dimensione. Ogni movimento contrario ed ogni incrinatura vengono riassorbiti dallo spirito dell'efficienza totale. Sembra che tutto possa essere spiegato e pilotato, e la natura, arginata e controllata, non presenti più lati oscuri. Si assiste alla sconfitta di tutto ciò che è mistico, magico, metafisico ed inconscio. Ma le società organizzate non sono le società sane e solari, celano morbi e producono mostri. Dietro le serrate ideologie e propagande, la compattezza risulta superficiale, tesa su abissi di fragilità e relativismo. I mostri non sono stati sconfitti, perché la ragione economica e strumentale non è capace di sradicarli, occorre una facoltà che faccia invece perno sull'interiorità e sulla filosofica "cura di sé".

Anche nel mondo greco si può ritrovare un percorso analogo, e sempre la civiltà greca si offre come parabola per i popoli. Proprio quando l'organizzazione tecnico- sofistica sembrava aver garantito pienezza e successo civile, il sistema ateniese si incrina e tragicamente crolla, facendo emergere crepe e dubbi, riportando alla luce dimensioni labirintiche intrinseche all'esistenza umana. Euripide è lo scrittore che soffre la tragedia in atto, e , invertendo il percorso della storia, si reca a trarre messaggi nella culla del racconto mitico, nella civiltà cretese in cui mostri e labirinti tentano l'uomo, ponendogli gli eterni dilemmi del suo destino, solo apparentemente risolti e sempre baluginanti nello specchio del mondo.

Proprio la società dell'organizzazione collettiva, i sistemi normativi e gli apparati burocratici rivelano valichi e sottopassaggi alla ricerca di identità violentate e soffocate. L'area del "si" e della normalità appare falsa, intenzionalmente falsa per opera di un io-nessuno che agisce in modo anonimo e quindi irresponsabile di fronte al tribunale della coscienza., come opportunamente si esprime il filosofo del modo contemporaneo, Heidegger.(Essere e tempo, Longanesi, passim) La coscienza pura dell'intellettuale fruga nelle crepe del sistema , riscoprendo l'efficacia esistenziale del Conosci te stesso e del verte in te ipsum. Sono i ponti e i sottopassaggi che Montale individua nella rete della storia, sono le smagliature che la storia, pur col suo serrato e lungo strascico, non riesce a colmare, sono le fessure del muro che lasciano intravedere salvezza e libertà. (La storia in Satura) Il quietismo arido del sistema, quindi, è foriero di ricerche e dubbi, fa emergere una dimensione alternativa tanto più problematica e misteriosa, quanto più occultata dalle presunte certezze della ragione.

In questo clima di ricerca oltre il filo della ragione si pone la narrativa di Antonio Tabucchi, intrisa di pensiero esistenziale e di raccoglimento iniziatico- mistico, come implicita critica alla moderna società occidentale. I suoi testi sono attraversati da immagini simbolo, citazioni irrelate e criptiche, apparizioni, epifanie di altri mondi che richiamano l'attenzione, come a voler fornire una traccia di verità, ma difficile a svelarsi, destinata a restare allusiva e potenziale. Porte che si aprono inavvertitamente come spiragli di balenanti arcani, finestre come osservatori sopra la realtà, libri con codici segreti, tarocchi ed astrolabi, voci ed echi, sono messaggeri di possibili infinite, altre realtà che intersecano l'esperienza terrestre. Non si tratta della simbologia medievale intrisa di metafisica , che entro le risposte dell'Autorità teologica trova la sua pacifica soluzione; nella ricerca di Tabucchi si respira un'ansia metafisica mai pacificata, priva di coordinate certe entro cui si disveli l'enigma della vita. Le aperture ed epifanie danno su dimensioni inquietanti ed inafferrabili, in un percorso inesauribile che solo la Parca può completare, come nell'ultima lettera del romanzo "Si sta facendo sempre più tardi", posta come chiusura del libro e analogamente della vita stessa con i suoi infiniti dilemmi. Un mondo di segni che, nell'orizzonte narrativo tabuccchiano, non sono specchio di una verità, di un fondamento unitario da cui tutto muove, in una relazione irrisolta tra unità e frammentarietà., per cui senza speranza e reintegrazione si svolge il percorso dell'anima. Alcuni di questi segni, attraverso la ripetizione, acquisiscono una valenza riconoscibile come lettere dell'alfabeto, e , in effetti, costituiscono l'alfabeto narrativo di questo Scrittore. Porte e finestre, con il loro telaio geometrico, indicano l'assetto limitato e circoscritto oltre il quale protendersi in una linea di fili e proiezioni. La chiesetta di campagna, descritta in una lettera del romanzo epistolare, immersa com'è nella solitudine e custodita da una particolare figura di donna, sembra alludere ad un mondo arcaico di Sibille e riti iniziatici. Un simbolo ricorrente è il libro cifrato in lettere segrete , in immagini simili a tarocchi, vero labirinto dei destini incrociati dell'umanità; è il libro che conosce le trame della vita di ciascuno, come nel teatro magico del "Lupo della steppa" di Hesse o nei tarocchi e mappamondi di Calvino. Sono le immagini artistiche disseminate nella narrazione e ingrandite nei loro particolari, come gli ex-voto o le immagini surreali di affreschi di Bosch. L'affresco non dà un'immagine d'insieme, ma, frammentandosi nei suoi infiniti particolari, disorienta nell'impossibilità di indicare una combinazione autentica, una sintesi ultima, una proposta coerente di senso. La stessa inquietudine proviene dalle irrelate voci e citazioni che attraversano i testi di Tabucchi, rinviando a possibili indefinite interpretazioni .Le figure che appaiono in queste aperture della coscienza autentica, sono come le figure assolute ed onnicomprensive del mito: sono attraenti e mostruose, fascinose e gorgoniche, araldiche e simboliche, si offrono alla contemplazione come specchi di un tutto arcano, positivo e negativo. Le immagini della sacralità mitico- tragica , accumulate nei cori, incrinano le false logiche dei personaggi, reimmergendole nel mare ignoto dei destini.

Tabucchi, nel dare forma ai fantasmi della coscienza, si pone accanto ad altri scrittori del nostro mondo contemporaneo, in un terreno di analogie e di archetipi. Questi fantasmi , infatti , veri archetipi della ricerca psicologica, si manifestano come in uno stato onirico o provengono da mondi alieni dall'usuale, mondi lontani come l'oltretomba o il sopramondo celeste delle costellazioni, in cui l'anima alleggerita può sconfinare. Il Poeta , comunque, conosce varie forme di trasmigrazione, implicite nelle possibilità stesse dell'arte, che filtra il reale con il pensiero, la memoria , l'immaginazione, strumenti di sincretistica profondità. L'arte funge da medium evocatore e navigazione nel mare dell'anima, perciò da sempre ha potuto convogliare in sè istanze di sacra ritualità e ricerca misticheggiante comuni alle varie culture. Lo Scrittore diventa un indagatore di destini e di misteri.

L'ultimo Calvino offre tutto un repertorio di labirinti destinali, disegnato con icone prese a prestito dall'arte e dalla cartomanzia, a suffragare l'insufficiente codice verbale. Si può ricordare il mappamondo o la scacchiera su cui Marco Polo e Kublai Kan cercano ogni sera, nel notturno del Palazzo, i sensi del mondo, trasformando il mondo in una scacchiera mentale; si possono citare i tarocchi che gli afasici cavalieri dispongono su un grande tavolo del castello e della taverna, per raccontare la loro vita nell'ottica mitica di eterni ritorni destinali. L'icona del tarocco si offre ricca di particolari, ma fissa e ieratica, suscita quasi devozione e magico sortilegio; nell'incrociato allineamento d'insieme i tarocchi formano un vero mappamondo, percorribile nelle sue infinite direzioni e quindi mutevole e speculare.

Nella narrativa di Tabucchi si verifica una continua immersione in un mondo di fantasmi, larve, presenze aliene che invadono l'esistenza, svuotandola della sua fattività ed efficienza logica fino a sostituirla del tutto. Si produce un rovesciamento del reale nel surreale, del visibile nell'invisibile e paradossale, finché l'illusione e la fantasia diventano realtà e verità. I racconti brevi, che costituiscono le varie raccolte, pullulano di esperienze che vanno oltre il limite, come abbozzi di viaggi iniziatici, disvelamenti di un oltremondo senza tempo, "arrivi" di memorie e creature eteree che parlano di strane lontananze, libri segreti, dissepolti nella fecondità del silenzio. Si possono ricordare i Volatili che piovono dal cielo e con la loro strana struttura di creature extraterrestri ispirano le scene dei dipinti del Beato Angelico; di libri non scritti si tratta nel finale di Notturno indiano, quasi commento e chiaro contraltare della vicenda stessa del romanzo, di Libri mai scritti, viaggi mai fatti, si parla all' interno del romanzo Si sta facendo sempre più tardi. Nella lettera dallo stesso titolo, (Universale Economica Feltrinelli, pagg.144 sgg.) si discute a lungo di un libro non scritto di cui si ricorda il titolo, il tempo impiegato a non scriverlo e la conformazione , corrispondente a quella di un romanzo romantico e non monumentale , ma breve per la gioia degli editori. L'Autore teme di trascriverne la storia per non depauperarla della purezza di cui essa gode nella profondità del pensiero, perché le parole che esistono " solo aeree, leggere, alate e dunque imprendibili, e libere di essere non essendo, proprio come il pensiero...diventano perentorie qui sulla carta, e quasi volgari, e grasse, con l'irrimediabile arroganza delle cose che sono." (op.cit., pag.146). La storia dentro la storia è quella di un'astronoma che ha vissuto esperienze paradossali , che vanno oltre i confini, perché tutto può succedere nell'universo: lei crea un particolare codice per comunicare con il figlio handicappato, una specie di linguaggio dell'anima che le riuscirà utile anche nelle sue osservazioni astrali; nell'0sservatorio astronomico più alto del mondo, in Cile, nella solitudine di un paesaggio innevato, prova una modulazione segreta per raggiungere la nebulosa di Andromeda, e da questa parte dell'universo , che ha bisogno di una traiettoria di due secoli, contando gli anni luce, giunge il messaggio di risposta, con la simultaneità del pensiero. Il codice segreto già sperimentato funziona ancora, rivelando la realtà dell'assurdo che appartiene alle fessure della coscienza. Il linguaggio dell'anima supera tutti i limiti dell'esistenzialità fisica e logica. E' una delle storie non scritte , cui l'Autore preferisce accennare nella brevità dei passaggi essenziali, per conservarle la paradossalità di varco nell'Oltre, reale e percepibile, ma non dimostrabile. Nella Storia di una storia che non c'è (raccolta I volatili del Beato Angelico, Sellerio, pagg.58 sgg.) l'avventura della creazione poetica è avvertita in tutto il suo enigma, a cui concorrono memoria ed immaginazione in simbiosi, silenzio e solitudine; oblio ed apparizione la rendono come una storia di fantasmi. Ogni storia, in effetti, è un residuo di fantasmi, cioè di cose passate, rimaste magari per anni nel dimenticatoio della mente o di un comò, per riemergere con una certa urgenza e un potere rivelatorio. I momenti notturni e febbrili della solitudine di case abbandonate o della quiete del sogno sono propensi all'incontro con i defunti che frequentano l'immaginazione di Tabucchi, tanto che un romanzo ha il titolo di Requiem, una specie di sonata o meglio orazione personale e sofferta, come un'esperienza individuale , non destinata ad un pubblico ed oratorio coinvolgimento. Il sogno di Requiem è l'incontro con il padre defunto, come a voler, a distanza di tempo, riprendere contatto con la sua malattia e la sua morte, con una domanda di senso che si identifica con l'offerta del figlio scrittore. Tutto il romanzo, inoltre, è incontro con fantasmi di defunti, ora rivissuto nel solo silenzio interiore, quello con la donna amata Isabel che permea della sua immateriale nostalgica presenza la casa solitaria sul mare come nella montaliana Casa dei doganieri, ora rimaterializzato come il prolungato incontro con l'amato poeta Pessoa lungo una vera traiettoria turistico- gastronomica per le vie dell'Alanteio. Anche Il filo dell'orizzonte suona come un'offerta religiosa ad un morto, per di più sconosciuto, sulla cui vita e morte meditare e piangere, come gli attori piangono sulla vicenda di Ecuba nell'Amleto.

L'interesse allo svelamento dei destini innerva l'opera di Tabucchi, per cui l'arte diventa un luogo dell'anima, strumento di evocazione, un'attività medianica e divinatoria. In Il filo dell'orizzonte tutta la ricerca sulla morte del giovane sconosciuto, che rende il libro quasi un romanzo poliziesco, è una ricerca sul perché e come della morte di un uomo, e più che altro su un destino inspiegabile, come inspiegabili sono tutti i destini; perché il giovane, durante l'irruzione della polizia in una casa di malaffare, si è trovato sulla traiettoria dei proiettili? Per caso o per eroica volontà ed oscuro olocausto? Ogni morte si contrassegna come oscura e casuale presenza sull'incrocio fatale del destino. Di qui il romanzo è accompagnato da un bagaglio di simboli destinali: Spino in una chiesa romanica lungo la strada delle Pievi ammira ex-voto, un affresco con Il cavaliere e la morte, un libro che parla delle strane combinazioni della vita. (Il filo dell'orizzonte, Universale Economica Feltrinelli, pagg. 44 sgg.) Il giallo sulla morte dello sconosciuto assume un'altra piega, come nei gialli di Sciascia, uno dei quali prende proprio il titolo dal quadro di Dürer, Il cavaliere e la morte, in cui il problema della vita e della morte diventa il percorso esistenziale che travalica il caso d'indagine. IL prete, di fronte all'interesse di Spino per le immagini enigmatiche del libro, si affretta a commentare che solo Dio conosce tutte le combinazioni dell'esistenza, ma solo a noi spetta scegliere la nostra combinazione fra tutte quelle possibili, rimarcando quel "solo a noi". Il problema non è però risolto dal rasserenante commento del prete, mentre gli incroci infiniti delle immagini e la loro lettura a più dimensioni proiettano foschia ed inquietudine. Alla risposta conciliante del prete, tesa a rassicurare con l'implicita filosofia cristiana della provvidenzialità divina connessa alla fiducia reciproca tra l'uomo e il suo Creatore, fa da pendant il dubbio del personaggio. Viene in mente il dialogo problematico tra Marco Polo e il Kan sulla realtà cosmica di cui si cercano gli invisibili modelli: l'ambasciatore veneziano, dopo aver percorso la ricerca in varie dimensioni, su scacchiere e mappamondi, assicura al Signore che potrà conoscere l'enigma quando lui stesso sarà diventato enigma.. (I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, I, pag.30)

Come le immagini artistiche e cartomantiche, anche le citazioni letterarie assolvono lo stesso ruolo di alfabeto di enigmi e incrocio di destini. Versi isolati dal contesto, epigrafi e motti, perfino frasi percepite e ritagliate dalla conversazione, diventano ricorrenze semanticamente pregnanti, luoghi di dubbio e domanda esistenziale. Il verso shakespeariano " chi era Ecuba per lui?" è luogo centrale della problematica esistenziale del Filo dell'orizzonte (pagg.97- 98), come la poesia Natale di Pessoa citata in Notturno indiano (editrice Sellerio, pag.61), o le frasi interrogative del dialogo con l'uomo- scimmia , o i sintagmi irrelati e sospesi come note portate dall'aria nel medesimo Notturno (pagg. 67 sgg.) In Ecuba Spino vede se stesso , perché le cose tornano e negli altri possiamo ritrovare noi stessi; piangendo sullo sconosciuto come su Ecuba, il Narratore - Spino è come se assolvesse ad una promessa fatta su un letto di morte e non mantenuta, che trovava modo ora di compiersi in modo impensato. I romanzi di Tabucchi si richiamano reciprocamente come offerta e come indagine sui destini altrui, che potrebbero essere i nostri e che solo si sono compiuti prima. A conclusione della memoria di Ecuba, viene riformulata l'idea di una geometria ignota "intuibile ma impossibile da formulare in un ordine razionale o in un perché... c'è un ordine delle cose e niente succede per caso; e il caso è proprio questo: la nostra impossibilità di cogliere i veri nessi delle cose.." (Il filo cit.. pagg.97-98)

Questi segni verbali o iconici quale messaggio o verità rivelano? E' difficile decifrare questo linguaggio, che si avvale di un codice diverso da quello usuale con cui si comunicano le verità comuni e quotidiane. Del resto l'immagine è sempre un segno-oggetto ambiguo e dai molti significati, a meno che non venga inserito in un contesto preciso in cui assumere una determinata funzione. L'immagine artistica, in particolare, ha bisogno di essere interpretata e la sua interpretazione, pur con tutti i riferimenti contestuali di appartenenza, risulta sempre polisensa e conserva quel tanto di oscuro proprio delle connotazioni dell'io profondo. Nell'immagine artistica si intrecciano il conscio e l'inconscio, e ciò spiega l'abbinamento con i settori della divinazione, dell'onirico e del profetico. Anche la parola, scardinata dal contesto logico, in cui assume una funzione pratica e sociale, perde quell'arbitrarietà a cui è stata volta, per riacquistare unicità ed autenticità, come provenisse dal silenzio e dalla lontananza della vita in sé. Diventa parola poetica che non accetta contaminazione, ma attraversa i secoli con la sua vera ed essenziale presenzialità. L'uso di tali segni in Tabucchi e in altri Autori citati esige dal lettore una particolare predisposizione, che smaterializza la lettura in un'attività meramente mentale ed interna. Infatti nell'anima si disegnano e modulano in modo univoco certe immagini e voci universali, come archetipi della coscienza, e in questi Autori, superata l'antica definizione di anima, la coscienza raccoglie le istanze atemporali e labirintiche del bergsoniano circolare flusso della vita.

In Tabucchi ritornano, nella fessure della realtà, le immagini prime con il loro linguaggio analogico in cui ritrovare i percorsi del destino. Anche nelle scacchiere, nei riquadri, nei mappamondi di Calvino si può notare tale idea di "ritorno"dei modelli destinali, identificati nei percorsi universali di Faust, di Orlando, di Amleto, e di Edipo considerato il modello di tutti i modelli, cioé l'archetipo della vita per antonomasia.(Castello dei destini incrociati, Einaudi, pag.102)

Cosa annunciano tali immagini nei loro incroci destinali? Ribadiscono l'essenza della vita, che sembra snodarsi in storie sempre diverse e dipanarsi nella linearità temporale, e invece ripropone le sue leggi, o la sua eterna legge , in cui le differenze sono solo gli accidenti. I fantasmi dell'aldilà, con cui Tabucchi cerca un approccio, sembrano muti e smarriti, chiedono ragione della loro vita, ma si iscrivono nella legge mitica dell'esistenza e in essa trovano risposta. La donna amata Isabel, in Requiem, ricercata attraverso un Portogallo arcaico ed arcano, offre il suo appuntamento nell'antica casa sul faro, ora diroccata, ma impregnata di memorie e propizia al silenzio di evocazione medianica, come il fantasma femminile della montaliana Casa dei doganieri. Il contenuto dell'incontro non è comunicato, ma ha il sapore dell'offerta e della stoica acquiescenza al destino. Ne Il filo dell'orizzonte le immagini della foto della famiglia del defunto stentano a riemergere attraverso la camera oscura e nel riapparire sono smarrite ed interrogative, proprio come le problematiche immagini mitiche , che nel loro arcano linguaggio, a partire da Edipo. tornano a porre domande sull'ineluttabile destino dell'uomo. Anche in Montale ricorrono queste interferenze destinali , ad esempio in Nuove Stanze (Le occasioni) e negli Orecchini (La bufera), con analogie di segni ed immagini. Il quadro della scacchiera, con le sue pedine "stupefatte" si associa all'offerta oblativa della donna amata, icona imperiosa dai segni sacrali. Ogni morte è problema e domanda sul proprio destino; coscienza pura e accettazione di una legge non scelta, quella del destino, è la tesi filosofica di Heidegger, in cui la verità aperta dall'inquietudine dell'angoscia non ha bisogno di svariati messaggi, emerge di per sé dal silenzio, e senza parole fa riferimento alla vita stessa. La coscienza , come nell'estasi mitica, avverte il "poter essere proprio dell'Esserci", come una specie di colpa dell'esistenza, "un progettarsi nella possibilità in cui l'essere è stato gettato..... sopportare di non aver scelto e di non poter scegliere.." (Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, pagg.334 sgg.)

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