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Passione e santità nella poesia di Alda Merini

Alda Merini è una delle voci più incisive e profonde del nostro tempo, in cui la vicenda personale trova consonanza con la storia globale, le sue svolte, i nuovi orientamenti spirituali. La visione creaturale dell'uomo, drammatica e patetica con risvolti di sacralità, accomuna la parola di questa poetessa a quella di altri poeti e pensatori del nostro secolo, non perché la Merini voglia fare eco al dibattito intellettuale, ma perché predisposta dalla sua sensibilità ad accogliere le inquietudini del nostro tempo.

La sua esistenza tocca i luoghi emblematici del dolore umano: la delusione dei sentimenti, lo scacco dell'intellettuale, la malattia, l'emarginazione; emerge quindi, nella sua travagliata biografia, una figura umana priva di promesse ed aureole, restia ai rinvii finalistici e, pur con l'intervallo illusorio di “qualche fioritura “, ancorata al travaglio della dimensione terrestre.

Intorno a lei, intanto, tutta la storia del Novecento va perdendo la sua carica politica ed istituzionale per dissolversi nella molteplicità e nella varietà delle storie vissute e raccontate. Non sono solo le moltitudini, già di interesse manzoniano, ad emergere alla ribalta della dignità, ma sono i singoli a voler partecipare alla storia con il loro bagaglio di vicende vissute, soprattutto interrogandosi sul loro destino umano; il desiderio di raccontare costituisce tanta parte dell'esperienza dell'uomo del nostro tempo, rivelando allo stesso tempo consapevolezza e problematicità, così da riempire le pagine della cronaca dei media come quelle più elevate della saggistica. Si tratta di umiliati e offesi, delusi, diseredati, nel quadro dell'apparente progresso tecnologico, e comunque creature che conducono la vita sulla terra nella lotta con i vari drammi, di cui ignorano fini e motivi e su cui si interrogano comunicandoli.

Alda Merini è, appunto, una delle voci più alte su questo versante di riflessione intorno alla condizione umana, enfatizzando la sua soggettiva esperienza fino a renderla emblema universale. Le sue parole sgorgano da una profondità prima ed antica, riportando alla mente l'idea tragica e classica del destino, con una sapienza di base che le vicende mitiche erano capaci di esprimere. Sistemi ed apparati intellettuali crollano per un recupero del pensiero delle origini, in grado di meglio esprimere la vera condizione dell'uomo al di là degli artifici e delle astrazioni della cultura. Anche in questo la Merini è una figura del suo tempo, nell'avvalersi delle sue illuminazioni per scendere nel grembo delle “Madri” ed assaporare tutti i “Nutrimenti terrestri”, con una adesione totale del senso e dell'intelletto che ricorda la poesia di Rimbaud, Gide, Rilke, e i percorsi delle attuali filosofie del Sospetto. Più che alla provvidenza con le sue vie consolatorie, le sue raccolte poetiche fanno capo ad una condizione destinale con muri e piaghe senza speranze di lenimento, ad esperienze di passione in cui l'uomo, come l'eroe antico di Eschilo e Sofocle, si fa grande nel soffrire e nel riconoscere giusta la sofferenza terrestre, perché tale è la terra, lager e deserto.

Questa visione di passione e santità è soprattutto affidata alle liriche di Terra Santa, momento culminante della vicenda esistenziale e poetica della poetessa; qui senso ed intelletto, formazione e carica soggettiva si associano e si compenetrano. La sua vita conosce la caduta e l'immersione negli inferi della malattia, che la emargina dalla società comune e la unisce alla società dei deboli, di quelli che meglio percepiscono le ragioni del vivere e formano la vera umanità; la debolezza, viene esibita e descritta senza riserve, vero contraltare ai miti della forza e dismisura disumanizzanti della società tecnologica, come nella vita e nell'opera di Simone Weil, a cui la Merini può essere accostata, se non per preconcetta volontà, per la capacità di osservare la vita dal basso, abbraccaindone con convinzione le miserie. La terra, manicheisticamente orrida e sacra, conserva i contorni del manicomio, luogo di delirio ed apocalissi, serrato e chiuso da mura che non permettono libertà di movimento e di comunicazione, dove giungono suoni e sensazioni della città vicina e pur tanto lontana, dove il tempo perde il suo abituale ritmo fino a collimare con una notte continua, le mani invano si tendono verso lo steccato o verso immagini e chimere di libertà.

Vengono alla mente le numerose angolazioni che la terra assume nella visione poetica del Novecento, la terra chiusa da muri e scogliere nella poesia di Montale, la terra desolata del pellegrinaggio dell'uomo nel purgatorio poetico di Luzi, ad indicare come anche nella letteratura italiana la dimensione terrestre, quella dell'umano e della Erde, venga evocata e svelata. Nella cornice della Merini mancano anche le evasioni fantastiche salvifiche che aprono un canzoniere d'amore nell'universo negativo di Montale, mancano le armonie del canto innografico di Luzi, mancano finzioni consolatorie e costruzioni intellettuali, che possano alleggerire la tensione trasferendola a livelli di più astratta spiritualità. Qui la parola conserva concretezza e vibrazione, descrivendo l'autentica naturalità e terrestrità in cui è radicata, per primaria appartenenza, la vita dell'uomo; la materialità delle sensazioni viene raccolta dall'intelletto che se ne fa lucido testimone e la traspone in metafore.Questa terra non è il mondo storico, ma la Erde iniziale, la Madre orfica delle Metamorfosi e delle Lamentazioni rilkiane, che si rivela con difficoltà e, quando si rivela, tocca le linee del destino come le trame dell'esistenza.

Tali valenze di sensibilità e consapevolezza esistenziale si ritrovano nella liriche della Terra Santa di Alda Merini, in un incontro di esperienza vissuta e cultura, di citazioni classiche e contemporanee; la sensibilità inquieta della poetessa, che si esprime in un crescendo di intensità, si era rivelata anche nelle raccolte precedenti e perfino nelle liriche a sfondo amoroso, dove l'amore, nella sua radicale naturalità, non viene vissuto esclusivamente come sentimento vitale gioioso, ma come necessità e legge da subire e patire, in modo perfino oscuro; tutta la vita si iscrive nelle sequenze del libro della natura. che fa germogliare il seme, lo feconda, ne determina la crescita e la fine. Nelle Nozze romane la vicenda personale dell'amore si inscrive nella “formula generale ed assume un aspetto inesorabile”, che l'animo giovane ma meditativo della poetessa così registra: Mi scaverai fin dove ho le radici, Tutto scoperchierai, Ferirai le mie carni, Avrai in potere le mie fondamenta.

Proprio questo svelamento, che l'io narrante della Terra Santa sconta direttamente nella sua prova personale ed esemplare, si riveste dei contorni sublimi della santità: il soffrire diventa santo, perché legge prima, appartenente al libro delle Tavole della natura, e rende santo chi lo riconosce giusto, non si ribella, trasforma, in una piena adesione della carne, la pena in gioia. La poetessa dice di incontrare Dio proprio nel momento del massimo degrado, associando ossimoricamente santità e dannazione, estasi e delirio. L'ossimoro, intrecciato di metafore corpose e citazioni bibliche, porta il sublime nella tragedia, in cui non può mancare quella religiosità arcana ed arcaica di una vita riportata alla sua essenza. A volte la pena fa aleggiare un senso di misteriosa punizione, ad opera di qualcuno che ha voluto annientare la libertà di chi volteggiava come albatro, ha tagliato la gola di chi prima appariva uccello gentile ; si suppone perfino che qualcuno, per riderci sopra, abbia preparato questo mondo di dolore come teatro di derisione, come macabro carnevale, e agli indizi di un profondo tranello scattano urli, oscenità, reazioni viscerali di corpi feriti. Sembra di assistere al parodico carnevale di alcune laude iacoponiche, in cui il giullare si espone volontariamente alla derisione della società benpensante, ostentando le deformazioni del corpo in modo così violento da sprigionare non più il riso, ma l'attenzione alla tragedia dell'uomo. Le attese sono intili e la devozione crolla, perché nell'inferno del male non giumgono manne, parole di Aronne, leggi di Mosé e anche la resurrezione non porta ai cieli, ma all'inferno. Ma dagli abissi dell'orrore la lirica della Terra Santa si risolleva verso le altezze sublimi della luce, dell'amore, del canto.La parola poetica sgorga da ginocchi piagati e dal sudario, come forma di riscossa e di profezia, come sopportazione del destino e inesausto interrogativo sul suo mistero.

Nel Poema della croce Alda Merini riprende l'idea della passione facendola convergere nella croce del Cristo, e le due opere sono talmente legate da darci l'idea che, in dissolvenza, come commenta Gianfranco Ravasi, al volto di Maria subentri quello di Alda; la potessa stessa riconobbe di essersi identificata con il Cristo alludendo alle crocifissioni della sua vita.Anche qui passione e riscatto sono associati, come nella sequenza:” Ecco la Terra Snta, ecco il deserto della fede.....perché il Verbo, la poesia, e persino gli angeli, e persino le mosche nascono da quella terra tragica e possente che è il dolore dell'uomo.” Forse le liriche del Poema si aprono all'annuncio di un nuovo Resurrexit, ma sempre alla base rimane lo spessore e la radicalità del dolore umano e terrestre che acquista in sé valore e senso.

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