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Pensiero e filosofia nel racconto di Tabucchi

Tabucchi non ha la gioia del raccontare, ma del pensare; infatti i suoi racconti hanno un respiro breve, come se l'autore non fosse interessato ad attrarre il lettore con l'invenzione ed espansione di una storia, ma alla dimostrazione di un'idea, di una visione della vita. L'Autore attraversa tutte le epoche in una lettura non filologica, ma destoricizzata dell'esistenza dell'uomo, come a dire che l'uomo coincide con l'anima e non con le sue parvenze storiche. Il materiale disposto in citazioni, epigrafi in esergo, o disteso nel corpo del testo, indica l'univocità della ricerca, in cui possono indistintamente ritrovarsi l'avventura socratica, la sentenziosità della tragedia greca, l'angoscia del pensiero nichilista, l'attesa musicale ed orfica di un evento rivelatore. La religione misterica ed esoterica sembra accompagnare tutto il percorso umano, dalla ritualità greca all'attesa romantica di Hölderlin, alla ricerca di una nuova metafisica e di una autentica identità: questa traiettoria viene scelta da Tabucchi come sintesi e pensiero unificante. Nella problematica tabucchiana si toccano, in tal senso, le frontiere più urgenti del pensiero contemporaneo, laddove esso si fa pensiero unificante e simultaneità cosmica. Egli attraversa tutta la cultura, ma alla luce di un'idea centrale, quella dell'uomo e delle peculiarità dell'esistenza, sottratte alle illusioni storiche e alle sue insoddisfacenti ideologie.

Tabucchi, da pensatore più che letterato, avvertendo il crollo delle ideologie storiche, per cui si apre per l'umanità un'era nuova e densa di enigmi, si trova a rielaborare personalmente le idee dei filosofi del nostro tempo perfino nell'uso di una certa e ben riconoscibile terminologia. Il passaggio epocale, a cui si riferiscono i filosofi, separa e divide la storia in un passato, degno solo di racconto e rispetto archeologico, un futuro da costruire. Tale demarcazione non è repentina, ma lenta e progressiva, come di qualcosa che si va spegnendo fatalmente e in cui non valgono nostalgie e resistenze. Rivelano questo passaggio Nietszche e i suoi discepoli, che gli succedono nel difficile compito di chiarire il messaggio arcano del primo veggente. Nell'avviare e cogliere il fatidico passaggio, lo Zaratustra comprendeva le difficoltà dell'uomo, orfano degli antichi valori fissati nel segno indelebile di metafisiche soprannaturali, ma, nello stesso tempo lo incoraggiava a riscontrare i segni della svolta nella maturità dei tempi, adeguandosi ai nuovi profili del cammino dell'esistenza, tra incognite e svelamenti. Logorate in una millenaria ripetizione le idee date come verità assolute, cosa bisognava cercare? Quali nuovi valori? Quale visione della vita si poteva ricostruire? Un testo di un filosofo attivo nell'area del pensiero contemporaneo si intitola "Oltre la linea", indicando con tale terminologia, nel logoramento delle certezze del passato, il trapasso alla realtà del nichilismo, i cui segni si colgono apertamente e sono sotto i nostri occhi: l'avvento delle masse, il dominio della tecnica, la distanza dell'essere nell'oggettualità materialistica generale. Ma Heidegger ha offerto una ulteriore elaborazione di pensiero, intendendo portare all'attenzione non più solo la linea dell'avvento nichilista, ma la linea di attesa di nuovi valori e della ricomparsa dell'essere, pur se in un evento di fioca luce notturna. Nell'angoscia e nel mistero inquietante che contrassegnano l'umanità, Egli prospetta la possibilità di una nuova metafisica e del rifarsi vicino dell'essere tramite la percezione sofferta e silenziosa dei poeti.

Questa visione problematica della vita e del suo fitto cosmico mistero non appartiene solo ai filosofi, ma anche a poeti e scrittori, accomunati dalla stessa temperie culturale e dalla stessa tipologia saggistica di comunicazione. In dialogo con le avventure dell'odierno pensiero esistenziale, Tabucchi non rinuncia, in quanto scrittore, alla costruzione e contestualizzazione di una storia, per poi vanificarla insieme con il genere narrativo di riferimento, per l'urgenza di altri interrogativi e per quell'ansia metafisica che lo spinge "oltre", dalle tappe dei sentieri terreni fino alle vastità cosmiche del mistero. Lo svuotamento di eventi ed ideologie, il vanificarsi del viaggio del suo Ulisside nelle regioni del tramonto esperide, le ambiguità e gli assurdi di una ricerca sempre interrotta ed inconclusa pongono l'Autore in un tempo di inoltrato nichilismo. La soglia è stata varcata senza rimpianti, ma si sente tutto lo smarrimento di una realtà sconosciuta ed inquietante contrassegnata da comparse e voci irrelate che hanno perso l'ordine e la consistenza dell'evento; le tappe del cammino di ricerca, corrispondenti ai paragrafi narrativi, si addizionano senza soluzione in un risultato di niente di fatto. Nelle ultime pagine del Notturno indiano i due personaggi, il protagonista e la fotografa, vivono tale esperienza assurda e nichilista nel progetto di un libro che è riflesso speculare dell'esistenza. La fotografa ascolta il progetto dell'amico, ma è insoddisfatta, chiede il prosieguo di una vicenda che non ha trama né linearità, proprio come la vita del suo interlocutore che si racconta nel suo paradigmatico viaggio indiano.

La terminologia, le titolazioni, gli esergo, le citazioni, sono altrettante testimonianze dell'appartenenza di Tabucchi all'area del pensiero contemporaneo. Il "filo dell'orizzonte", i racconti di Equivoci, il tempo frantumato del romanzo epistolare "Si sta facendo sempre più tardi", il musicale "Notturno indiano"ci danno il quadro di un pensiero che è sospeso tra il nulla di una realtà indifferente e spersonalizzata e la ricerca di un Oltre da cui attingere valori e messaggi di senso. La ricerca tabucchiana dà l'idea di svolgersi in un clima notturno e arcano, anche quando si percorrono le vie turistiche e cittadine con i personaggi risorti della sua memoria, teso e pieno di allusioni, di enigmi e note da decifrare. Citazioni musicali, ritmi giocati sull'alternanza di parole e silenzio, sono come geroglifici che dispongono all'attesa e ad un prolungato ieratico rituale. I poeti scelti da Heidegger come pastori, capaci di percepire il mistero della radura terrestre, sembrano identificarsi con i personaggi di Tabucchi, come il protagonista del Notturno indiano o l'astronoma della cosmica comunicazione nel solitario osservatorio cileno. Sono personaggi amanti della solitudine e del silenzio, quasi scorporati o che trovano nel corpo un peso inibente per la realizzazione dell'anima: Pereira nel'acqua termale sente alleggerirsi la pena quotidiana dell'esistenza corporea, l'aria che trasporta le nostalgiche nenie dei santoni nel notturno paesaggio indiano fa dimenticare la pesantezza delle ingombranti valigie corporee ; acqua ed aria figurano come mezzi impalpabili che preparano il dolce naufragio. Nella radura, spazio indifferenziato della vita, Heidegger riconosce dei segnavia tramite i quali gli uomini sensibili ed interiori potranno orientarsi nella notte e riportare l'anima alla comunicazione con Dio. Montale, poeta di nota e sofferta tensione teologica, avverte, pur nella materialità comune e volgare, il respiro inatteso e sorprendente della poesia, come deità lontana che si rifà presente.

In Tabucchi, nonostante i tempi stessi frastagliati ed interrotti impediscano l'itinerario di ricerca, quando ormai sembra che sia troppo tardi e si approssimi la Parca, l'ansia di verità non cessa, resta febbrile come in un notturno insonne, trovando momenti di grazia cosmica e totalizzante. La navigazione nel mare infinito della cefalea porta Tristano alla gioia di un approdo che richiama per analogia il punto Alef conquistato da Borges, altro ricercatore di eternità.

Tabucchi astrae i personaggi dalla realtà storica e fenomenica o li tuffa nell'equivoco e nell'illusione in cui non esistono storia e fondamento; in tale inconsistenza strutturale il personaggio di Tabucchi utilizza le cose e le parole non secondo la logica del mondo, per fini sociali e comunitari, ma per un percorso individuale e solitario. Si aggira per le vie del mondo, conosce itinerari turistici, ma privilegia sentieri personali ed inediti, non raccoglie discorsi, ma frazioni di essi, voci irrelate che si dispongono in trame paradossali con vere e proprie forme di veggenza. Si entra nella dimensione dell'Oltre in cui vivono e risorgono fantasmi portatori di idee e destini eterni. Cose ed oggetti diventano, come in Montale, segnavia metafisici, presenze marcate da fissità destinale.

Il finale di Notturno indiano risulta come la tipologia emblematica del raccontare tabucchiano, motivo itinerante e circolante, formula del suo pensiero sciolta nel vissuto esistenziale dei suoi personaggi. Questa formula è la ricerca di sè, che si protende nei vari libri e capitoli, come altrettante tappe di un percorso che non trova appagamento e conclusione e si alimenta di rinvii ed attese.

"C'è uno che cerca un altro, glielo ho detto, c'è qualcuno che mi cerca, il libro è il suo cercarmi."; il perché di questa insistente ricerca è sfuggente, ma si aggiunge "....Forse cerca un passato, una risposta a qualcosa...In qualche modo sta cercando se stesso. Voglio dire, è come se cercasse se stesso cercando me.." Queste parole sono la formula della poetica tabucchiana, di una letteratura intesa, appunto, come pensiero e non divagazione. Incontri, colpi di scena, descrizioni e scenari, ingredienti classici del raccontare sono posti al bando, sono, come il personaggio spiega alla fotografa, fuori cornice, cioé svuotati di interesse ed inefficaci al fine della ricerca. Il dialogo tra i due personaggi riflette due visioni dell'attività letteraria, cornice evasiva e piacevole o presa di coscienza della vita, e le due posizioni si escludono a vicenda come nel racconto "Il rancore e le nuvole".

Una specie di narrazione continua lega i racconti come in un filo ciclico, all'insegna di un divenire che è ripetizione, come nel fiume del Siddharta, immagine del flusso vitale e della sua ciclica necessità. Nel racconto dei treni diretti a Madras, prodromo abbreviato del Notturno, la meta è l'India delle tradizioni religiose al cui apice c'è Shiva, il signore della danza della vita, topos figurale del più esteso pellegrinaggio del romanzo verso i centri del misticismo esoterico. L'India offre l'adeguata cornice straniante per la ricerca misterica, come se quì si potesse toccare la visione unitaria di quei destini frazionati ed interrotti in quella dialettica delle parti che è il mondo. Questa ricerca narrativa carica di angoscia sembra una rappresentazione in atto del nichilismo. Ci pare di risentire la dichiarazione del filosofo di questa area quando afferma che, morto Dio, anche l'uomo non se la passa bene, sospeso sulla X di una irrealtà priva di fondamento. I personaggi di Tabucchi sembrano poggiare sul nulla, aver perso i parametri dello spazio e del tempo, conoscono la vanità della loro ricerca, sembrano arrivare troppo tardi alla meta, spingono la loro rotta fino alle estremità cosmiche e fin nell'oltremondo, per trovarsi faccia a faccia con i vani fantasmi dell'illusione anziché con le immagini divine.. Ma, sulla rotta della musica di un Notturno o di un Requiem, di un'icona o di un'immagine sacra, Tabucchi non rinuncia a ritrovare il senso profondo dei destini, avventurandosi nelle rotte dell'invisibile. Anche per Tabucchi, come per Calvino, non sono le città reali con le tentacolari realtà, ma le invisibili, quelle capaci di comunicare con le ampie profondità cosmiche. Così i personaggi di Tabucchi sono figure emblematiche che parlano da un tempo universale, assimilato al silenzio, alla morte storica, alla magia notturna, richiami di altrettanti luoghi emblematici, quali il giardino orientale di Marco Polo e del Kublai Khan calviniani, o della pirandelliana villa del mago Cotrone.

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