Servizi
Contatti

Eventi


Religiosità cosmica nell'Opera di Anna Maria Ortese

La visione cosmica di Anna Maria Ortese non emerge da una descrizione fisica dell'universo, ma si può ricomporre gradualmente dalle sue pagine. Infatti la sua scrittura non è solo filosoficamente esistenziale, ma aperta su quadri cosmici di lirica religiosità. Al centro della sua attenzione si pone la terra, nobilitata nelle sue potenzialità, in dialettica di parità con le altre orbite celesti ruotanti nello spazio. Si avverte l'entusiasmo della Scrittrice nell'appropriarsi del libero ed emancipato spazio galileiano e delle istanze della Rivoluzione astronomica, per riscattare la terrestrità dalla sua posizione inferiore nel sistema metafisico medievale. Sul globo terrestre si gioca il mistero dell'esistenza, che accomuna sincretisticamente tutte le forme di vita oltre le separazioni e gerarchie, create arbitrariamente da culture e civiltà. Viene ipotizzata una civiltà prima ed autentica che permise, nell'età mitica, comunione e reciprocità di vita ed è ancora possibile come auspicio ed utopia. E' la favola rincorsa dalla Ortese e dall'uomo moderno che, scontando la selettività disgregatrice delle moderne scuole e chiese, sente il fascino e il richiamo di un diverso più umano sistema di vita, ritornando con la memoria al mito classico e biblico. Le due mitologie nella Ortese si incrociano, creando un quadro problematico e sincretistico di riferimenti, con immagini oscillanti tra archetipi di pagana nostalgica classicità e promesse di redenzione purificatrice, di ricorrenti passioni santificanti.

Lo spazio terrestre si pone, nella visione augurale della Scrittrice, come luogo pacificato e florido tra cielo e mare, che lo incorniciano col loro splendore; il cielo con le sue luci sembra tutto rivolto verso le creature terrestri, le conforta, le illumina, fa sentire la sua volta non oppressiva, ma aerea ed umanizzata nel suo coinvolgimento verso le cose di quaggiù. Questi lumi celesti entrano in tante parte dell'opera narrativa come nei racconti di Angelici dolori( Lume solitario) e nelle pagine del romanzo Il porto di Toledo ,dove la vita della protagonista tra dolore e povertà viene alleggerita dai notturni stellati che avvolgono la sua casa. Se nel Leopardi gli astri oscillano tra confidenzialità ed enigmatica lontananza, fino a produrre crisi e smarrimento nella povera creatura richiamata, come la Ginestra , alla sua solitudine esistenziale, nella Ortese la cintura celestiale rimane cornice e sostegno rasserenante verso le debolezze del vivere umano. Il mare si pone sempre come orizzonte di splendore e di romantico infinito.

La condizione terrestre è così decorata nella rappresentazione della Ortese, certo corrispondente a quel tempo ingenuo e mitico prima che intervenissero elementi di malizia e corruzione, su cui filosofie e religioni hanno ampiamente argomentato. Non mancano il dolore e la morte, intrinseci al dinamismo temporale eracliteo, ma vita e morte si compenetrano creando un universo umanizzato, in cui la metamorfosi muta le forme vitali senza annullarle, ricreandole variamente e perennemente. L'armonia mitica trovava in sé, nella sua capacità di animare ed umanizzare tutte le forme dell'universo naturale, una forma di superamento dal dolore e dalla morte. Alla caduta di questa armonia la Ortese dedica la sua riflessione, implicita o esplicita nella sua opera, con occhi problematici su un orizzonte storico di snaturamento. La terra diventa uno spazio frastagliato, percorso da fratture e barriere ; è il luogo delle norme, delle definizioni in cui la ragione, mentre si impegna a creare un sistematico ordine nel pullulare indefinito delle cose, disgrega e frammenta, crea dolorose ingiustificate gerarchie , classi e livelli. Alto e basso diventano non sezioni materiali dello spazio, ma collocazioni sociali fisse ed emarginanti; anzi per alcune specie si aprono abissi e cunicoli sotterranei, come luoghi infelici della pena e della caduta. Si può trovare in certi racconti una specie di inferno alla maniera dantesca, contrassegnato da mancanza di luce e inabissamento, come la città di Granili nel racconto omonimo (Il mare non bagna Napoli, Adelphi). La caduta, però, non è dovuta a peccato dell'individuo che si è allontanato dalla via del bene voluta da Dio, bensì all'arbitrario sistema della ragione, che eleva ed inabissa nei suoi piani selettivi di potere e dominio del mondo. Forme di esclusione ed emarginazione sono anche le immagini simboliche del pozzo, dove sono destinati a precipitare tutti gli esclusi dalla comunità degli eletti e dai loro valori codificati: nel pozzo precipita la fanciulla Floridia nel Mistero doloroso, punita per il suo impossibile amore verso il principe Cirino; nel pozzo precipita l'iguana , scontando la sua precedente appartenenza al genere umano secondo il nuovo statuto che le nega l'anima.

La visione di Anna Maria Ortese si ancora ad idee ed immagini biblico- cristiane, ma riorganizzate in modo personale, con l'attenzione sempre a quello spazio terrestre in cui si condensa l'intera storia delle creature e in cui si annidano le ragioni del bene e del male di vivere. Ritornano variamente le idee di passione, purificazione, olocausto, settimana santa, e vari rituali del cattolicesimo barocco impregnano i suoi racconti. Per la Nostra Scrittrice l'uomo torna ad uccidere Dio tutte le volte che violenta la Natura nelle sue più varie ed anche minute forme di vita. Il fiore, la minuta e fragile iguana, la fanciulla povera dei quartieri bassi di Napoli, quando vengono asserviti ed esclusi dai beni del mondo da fruire in comunione, segnano una nuova morte di Dio. Di religiosa angoscia per la divina Madre violentata si caricano i personaggi dei suoi romanzi , fino ad affrontare una vita di passione per sopperire al male del mondo; Elmina nel Cardillo addolorato enuncia una sua filosofia del dolore e si pone dalla parte degli esclusi , fino a perdere i vantaggi della sua condizione per proteggere un povero folletto dalle aggressioni dei nuovi statuti sociali; Lemano nel Porto di Toledo viene investito dei simboli sacramentali del Cristo sofferente , disponibile ad offrirsi per l'avvio di una nuova era; il conte Aleardo nell'Iguana si impegna per la salvezza di una povera iguana asservita , in quanto animale, al burbero potere degli uomini dopo essere vissuta in un rapporto di comunione e di amore con loro , tanto da meritare il nome di Estrellita. La vicenda del conte , nei toni onirici e deliranti dei capitoli finali, diventa simbolica e paradigmatica, assurge a paradigma della storia dell'umanità, dai tempi dell'armonia edenica alla sua volontaria corruzione .Il conte, nell'annebbiamento della malattia, assiste al processo per la morte di Dio, presentato come "una semplice farfalla bianca, addormita su una foglia....un bruco debole e semplice, ma con pure ali...Aveva antenne d'oro e occhietti assai buoni, assai puri e tristi...il conte sentì quanto la sua uccisione fosse imperdonabile, e il lutto delle Costellazioni infinito." (L'Iguana, Adelphi,p.164). La morte dell'iguana caduta nel pozzo e quella della divina farfalla coincidono nel porre fine al paradiso dell'isola, . a "Quell'autentico paradiso, il solo che conosciamo, il quale è sulla terra , e viene dato dietro versamento di denari." (L'Iguana, p.169). La storia dell'isola dell'Iguana diventa la parabola di tutta la storia dell'umanità nella sua vicenda di autenticità e caduta, rivissuta dalla mente del conte Aleardo, e quindi dal pensiero dell'Autrice che in essa proietta nostalgia ed utopia. Nella protesta accorata verso le svolte ciniche e materialistiche della modernità, la Ortese propone un messaggio di conversione nell'immagine poetica dell'isola felice di marca ungarettiana, cioè la terra incontaminata , il corpo celeste, miraggio di un mondo purificato dal male. Amore e solidarietà nel grembo di una natura innocente sono i capisaldi del pensiero della Ortese, delle convinzioni che assurgono a vere credenze con il loro carico di contrizione ed auspicio salvifico. Elmina, nella sofferenza del povero fratello minorato, sente la voce di dolore della natura tutta, impersonata nel Cardillo "voce connaturata alla primavera..alla stelle..alle buone notti d'estate...Fa piangere e diventare buoni." Per questa idea di bene, insieme memoria e proiezione salvifica, ella si ritira dal mondo e fa voto di povertà, rendendosi vittima sacrificale di una religione senza barriere e dogmi, rispondente alla vita della creatura nel cosmo. (Il cardillo, p.368)

Materiale
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza