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Tematica mortuaria nella poesia di Giovanni Giudici

Mentre l'era tecnologica in Italia si schiudeva sulle rovine della guerra e celebrava i suoi fasti, facendo parlare di miracolo economico, gli intellettuali man mano si dissociavano dal sentire comune, ponendo in evidenza la faccia oscura dell'ideologia, innescando dubbi sui suoi esiti a livello umano. In pratica, all'imponenza di un pensiero che proclamava il suo dominio nel cosmo, corrispondeva una reazione non solo di dissenso, ma di smarrimento ed alienazione, con l'immagine dell'uomo abbandonato alla sua insicurezza e piccolezza creaturale. Il cosiddetto pensiero forte proveniva da un io dominatore, centro di una nuova metafisica fautrice di nuovi valori, al di là di quelli umani e teologici del passato. L'intellettuale, di contro, si fa portavoce di un pensiero debole, concentrandosi sull'umano, su un atteggiamento di “dimagrimento”, di nudità caricaturale dell'essere spoglio dei suoi appellativi di fiducia ed integralità, votato solo all'attesa di una possibile indeterminata oltranza. Predomina nel loro pensiero profondo ed anche inconscio il senso del destino e della morte, in sensibile contrasto con l'idealismo ottimistico della rivoluzione economica tecnologica.

Già Ugo Foscolo poneva al centro della sua poesia la problematica della morte e del sepolcro in un'epoca in cui il potere borghese enfatizzava le idee opposte di successo e benessere. Nel Novecento, quando il sistema tecnologico sembra non avere rivali nell'assetto del mondo, soppiantando tutte le altre fedi, nell'interiorità dell'uomo si fa strada la coscienza di una sconfitta e di un'impotenza irrimediabile. Non si possono neppure recuperare gli antichi valori a difesa dell'uomo e della sua componente spirituale ed eterna, per cui avanza e si diffonde un quadro di malattia e morte. La stessa scienza non sembra assicurare, nell'astrazione del suo linguaggio tecnico, paradisi e protezione, configurandosi come un'organizzazione ed istituzione disumana ed ostile. Giudici, come Volponi, Buzzati ed altri, rappresentano questa anima del pieno Novecento, ripiegata sulla piccolezza dell'uomo, sempre più creatura mortale senza altri attributi che quelli della sua impotenza, ridotto alla sua essenza biologica, che lo espone al male e alla morte.

Nella poesia di Giovanni Giudici si assiste alla concentrazione sulla tematica mortuaria che, nei termini problematici in cui si pone, accomuna il nostro poeta a Pirandello di numerose novelle in tal senso focalizzate. Varie poesie mettono al centro l'evento della morte in numerose accezioni e proposte, dal suicidio, all'evento di cronaca, al suo trattamento burocratico ed utilitaristico, al dilemma del trapasso e alla difficile ansiosa relazione tra aldiqua e aldilà, con l'apporto di un'ironia che accentua la dolorosa problematicità mentre sembrerebbe sminuirla. Sono gli stessi temi di numerose novelle pirandelliane, sviluppati con analogie di critica attenzione ed inquietante ripiegamento. Non si può neppure tracciare una distanza tra la tipica essenzialità poetica e l'espansione sequenziale del racconto, perché Giudici dà alla sua poesia forma e dilatazione narrativa; una novella come “Di sera un geranio” o l'ultima sequenza di “Soffio” presentano una tale concentrazione tematica e dilemmatica sul mistero della morte , da poter stare accanto a poesie come “La storia della mia morte” o “Basta spettatori”. Si evince, nel confronto, come la morte imponga la sua centralità in una scia di smarrimento e proietti un alone di implicite inspiegabili domande. La fenomenologia del trapasso diventa un'esperienza si smarrimento e di inquietante paradosso proteso verso un'insolubile opacità, svuotandosi di tutti i rituali della bella morte, densa di promesse, sia a livello teologico che storico. Nello scenario ottimistico della società industriale avanzata, Giudici pone il tema della morte, proprio come Foscolo argomenta non del potere di Napoleone o del benessere della città più prospera ed eminente del Nord, ma dei sepolcri, conferendo ad essi un'aura maestosa che la borghesia non riconosceva o deviava verso i suoi successi materiali. Anche il nostro poeta, con il suo tipico sarcasmo, sfida i codici della sua felice epoca con la descrizione della sua morte.

In questa poesia d'impianto narrativo egli non assume toni edificanti ed apologetici, non si rivolge alla società per offrirle una formazione spirituale con la riproposizione dei valori classici messi a rischio, come Foscolo; non compie un poema allegorico per indagare sui misteri dell'aldilà e riportare , con la forza icastica della poesia, l'uomo sulla via del bene, come Dante. Egli depone l'aureola del vate e assume i toni dimessi dell'uomo che si trova a vivere la sua esistenza in quel particolare mondo, ben connotato del secondo Novecento, in cui è tramontata ogni visione umanistica della grandezza e dignità dell'uomo. Non dà al testo una dimensione pubblica, non seleziona un suo uditorio e non presenta concetti universali per un uomo universale, parla di se stesso e descrive non il fenomeno della morte come tema argomentativo, ma la sua propria morte, immedesimandosi nell'evento e vivendone tutti i sintomi e le ripercussioni nella sua carne e dal vero. Si evidenzia la paura dell'io che deve affrontare la realtà ultima, il bisogno di conforto di qualcuno accanto a lui e il proposito di superare i lati critici per dimostrarsi all'altezza della situazione, una nota di semplice stoicismo nel fingere sicurezza per non apparire bambino, ricordando forse la tipica paura del bambino nello studio dentistico. Ma quello che più importa è la modalità che connota questa morte, l'apparato burocratico che la attornia e la definisce come atto dovuto, inappellabile non a fronte di un destino o piano divino, ma per motivi di alleggerimento sociale. Sembra si tratti di un problema sociale, che il governo degli stati legiferi non solo su aspetti politici ed economici ma anche biologici ed esistenziali, fino ad amministrare la nostra vita in toto, decidendo perfino il giorno della nostra morte. Giudici attribuisce dunque alla società i tratti di un totalitarismo che assorbe l'individuo, decidendo della sua utilità ed inutilità nell'ambito del suo apparato, fino ad eliminarlo come “ingombro” al momento opportuno. L'ufficio preposto alla pianificazione della morte con i suoi strumenti come la cassa e il patibolo, la figura dell'impiegato e il documento normativo, sono tutti distintivi di un'organizzazione sociale collettivistica che assembla ed unifica nell'unico parametro possibile, quello del profitto e dell'utilità. Non è ammessa altra forma di vita al di fuori della programmazione statale, per cui è facile diventare scomodi, sterili , e quindi residui da eliminare. Non esistono dignità e rispetto per l'uomo, né sentimenti di pietà , solo il singolo, nel suo spazio privato e segreto, conosce e soffre i contraccolpi dell'apatico sistema. La poesia è descrizione della sua morte, come morte dell'individuo nella nostra società. Si sente nel testo la critica del poeta verso le forme di pianificazione sociale, che sottraggono libertà e vita all'individuo, riducendolo a pedina dell'apparato, produttivo, politico e pubblicitario; concessioni e retribuzioni rientrano negli obiettivi generali, mentre la vita singola e personale è abbandonata alla solitudine, e perciò anonima e svuotata di entusiasmo. Il poeta porta tale problematica, vissuta nella sua condizione di funzionario, alle estreme conseguenze, con il ricorso all'ironia fino ad attingere al grottesco non senso dell'io marionetta di una non vita. Nella poesia di Giudici un velo grottesco avvolge la figura del funzionario colto nelle sue operazioni lavorative, in cui servilmente consuma la sua alienazione, fino all'ultima tappa ridotta a mera disposizione burocratica, deprivata di quell'aura di sacralità e mistero che fin allora aveva conservato. Perfino Pirandello riesce a conservare intorno all'estinto un senso di riserbo e una certa cura rituale, pur se consegnata poi all'arbitrio del caso e ai deboli propositi dei viventi. Alla paradossale pianificazione Giudici risponde con una poetica altrettanto paradossale, che si coagula, dopo la grottesca messinscena nell'aula dei servizi funebri, nell'assiomatica formula conclusiva del voler”vivere la morte piuttosto che morire la vita” Se si aggiunge che la sfida di protrarre la morte avviene in una bella giornata di sole, che sollecita l'istinto di conservazione, il senso della pregnante formula apre un'eco infinito di citazioni e reinterpretazioni. La conclusione riassume, nella paradigmatica formula, tutto il ragionamento di Giudici, la sua nevrosi sociale, il suo risentimento di umiliato ed offeso, la ricerca disperata di una via d'uscita, ora cercata nel paradosso, ora nell'abbassamento alla mera condizione animale, ora nel riconoscimento della realtà senza veli, scomoda ed inquietante. Qui la luce del sole e l'anelito alla vita non forniscono alcuna allusione metaforica a possibilità di vita oltre la morte, vuoi trascendente vuoi storica ed immanente. Torna in mente la ricerca del sole dell'uomo foscoliano, che non si separa volentieri dalla vita, aspira ad una qualche permanenza e la ottiene sulla base degli affetti e dei meriti. Ma in questa poesia, in conformità alla visione di Giudici, si capisce che l'uomo vuole riappropriarsi della sua vita vivendo la sua morte, cioè tutto il fenomeno del morire e del venir meno, che comporta tutta una serie di sensazioni e stati d'animo, e perfino quei passaggi lenti che la natura gli concede, accogliendolo nel suo grembo. Il poeta, così attento alla dimensione biologica, si immedesima in tutte le fasi oscure di questa escatologia, contemplando la riduzione progressiva dell'ingombro corporeo, fino alla finale reintegrazione nel tessuto terrestre , con cui si fa tutt'uno, in un'ultima pacifica consegna al ciclo del destino terreno. Quindi la morte è vissuta non come segno anagrafico, subitanea rimozione di un ingombro fuori dagli sguardi produttivi, e neppure come atto che separa repentinamente gli atomi della nostra aggregazione in senso lucreziano, ma evento prolungato dello sfaldarsi dell'io, da vivere con personale curiosità e partecipazione.

Questo percorso fisiologico antropologico si evince da un testo particolarmente efficace, quasi una teatralizzazione della morte a cui Giudici si è spinto. “Basta spettatori”è un vero esercizio di esplorazione nel fondo della fossa, dove penetra il pensiero, assaporando un punto di vista diverso dal solito verticale. Il poeta scopre, assumendo una veduta escatologica, non altri mondi dell'anima, ma la necessaria traiettoria del proprio corpo. L'io vigile riesce a capire che c'è un se stesso senza il”me”, cioè una vita terrena che continua indipendentemente dalla volontà, la vita del corpo che man mano si libera della forma e del peso, facendosi mondo nella mutazione col mondo. I versi sembrano riecheggiare l'io dantesco che registra le fasi della sua penetrazione nell'infinito, fino all'abbandono e al cedimento; anche qui c'è un io che registra i suoi accadimenti, senza altra reazione ed intenzione, sciolto dalle cose della storia, sempre più all'unisono con una volontà che non è la sua, ma necessità, mondo, natura. Il corpo vive un arretramento di sé, una liberazione dal tempo e dalla storia, un appiattirsi al fondo, un diventare impalpabile, un essere non “sul fondo ma io il fondo”. Sembra una descrizione cruenta che il poeta rivolge agli spettatori, e quasi vuole giustificarsene, ma è anche una poetica dell'infinito conforme alla visione biologica personale. Risulta una visione pacata, come ogni trascendimento possibile all'immaginazione dell'uomo.

La ricorrenza della morte nella poesia di Giudici riflette il travaglio del secolo, in cui essa ha steso largamente i suoi tentacoli e ed accresce il suo potere con un'azione invisibile e sommersa tra gli incunaboli del propagandistico ottimismo. Il progresso scientifico, mentre sembra infondere dinamismo e vitalità, sostituendo alla natura la sua realtà produttiva, non fa che essiccare le sorgenti della vita e distruggere la libera creatività, allungando il velo della morte. La narrazione della morte in Giudici non offre alternative, non apre altre dimensioni, non prolunga le speranze umane in nessuna direzione, permane chiusa e fredda, attestandosi soltanto sulla mera fenomenologia, cioè sull'evoluzione del corpo che, diventato vuoto residuo, svolge la sua necessaria traiettoria nel grembo della terra. Perfino in Pirandello si riscontra qualche apertura verso l'ignoto che può assumere risvolti di possibile eternità: non si tratta della tradizionale eternità metafisica tracciata dalla fede religiosa, ma di un'eternità che l'individuo riempie di suoi personali pensieri e di presenze finanche superstiziose, come le anime del Purgatorio in processione nella novella dell'Angelo centuno, o delle lievi figure sospese in una cornice primaverile da Paradiso terrestre nel finale della novella Soffio. Per Giudici è già importante prolungare la vita in seno alla morte, riuscire a pensare, in una sorta di immedesimazione divinatoria, il lento disfacimento corporeo come una forma residua di vita, una metamorfosi consistente nel passaggio dalla forma individuale a quella del tutto. Un gioco di luci ed ombre si stende nella mitologia mortuaria, tra la scienza che rende edotti del fenomeno di trasformazione e la poesia che riesce a dare la luce della continuità all'arida morte burocratica e senza fede, l'unica luce a cui Giudici poteva appellarsi in coerenza con la sua visione biologica. La negazione dell'eternità dell'anima si evince nella poesia Le cose, le spine, in cui tra le citazioni dantesche e l'allusione ad un itinerario verso il richiamo di un punto luminoso, si introduce ex abrupto la cacciata dell'anima che ha osato un'avventura troppo audace. Nonostante il “costato graffiato” dalle spine diffuse lungo il percorso e gli ammiccamenti cortesi dell'amico che lo guida “ dal giardino superiore a farmi segno- così e così scansale non avere paura”, l'anima non raggiunge la sua meta e deve riconoscere la sua miseria. Rimane pur sempre in Giudici, tra le pieghe coerenti dell'argomentazione, lo smarrimento dell'uomo di fronte alla morte, colto in quell'attimo significativo dell'addio alle cose della sua quotidianità; sull'angoscia di quest'ultimo sguardo del defunto, sospeso ed aleggiante sugli oggetti che perdono anch'essi senso e consistenza, concordano Giudici e Pirandello: In Di sera, un geranio, Pirandello fissa lo sgomento e la pena di colui che senza il corpo vorrebbe ancora aderire alle cose che restano per sé senza più lui, sospese in mezzo alla camera.; sembra che le cose siano mera illusione, “pareva ci fossero e invece non c'erano; suoni, colori, non c'erano;..e la morte, questo niente della vita com'era.”Giudici, in Futuro semplificato, guarda agli oggetti che gli sopravvivono, lo zufolo,il marranzano, il souvenir per il figlio, legando il mio del possesso al mai più, tra la nostalgia del passato e la vanità del futuro. Le cose, si può concludere con le parole di RilKe, hanno bisogno di noi che pure siamo i più caduchi, ricevono nome da noi e noi stessi portiamo con noi il loro ricordo, per cui il senso di tutto riposa su questa fragile ma vitale collaborazione.

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