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Nel suo primo libro di poesia Paolo Carlucci si è dato, corpo e anima, al paesaggio. Vi ha immerso occhi e pensiero, come nell’urgenza del primo amore. Non c’è ombra d’umano, se si eccettuano due brevissimi intarsi di passo, in: “donne nelle vie | trionfo di voluttà | orgoglio di beltà” (‘Verde Labirinto’, vv.6-7); e in:“Voci di donne | alle finestre | tra le torri” (‘A San Pellegrino’, vv.4-6), guardate da un’assoluta lontananza. Se l’uomo appare, se ne sta nascosto, da dietro il sipario dei tempi: “Tra case ed industrie | la casa del Signore, | industria dell’arte | s’eleva, cantiere | di altissima fatica, antico sudore..” (‘Sul Duomo di Civita Castellana’,vv.1-6). Oppure si tratta di vita riprodotta, teatrale: “Qui sento ancora il riso | della Commedia nuova,dove | un servo, in corsa tra amanti, | che per un amuleto | sono sconosciuti fratelli, | Dio diviene sulle scena” (‘al Teatro di Ferento’, vv.7-12).Tutto è natura.

“Fuochi nei campi, | fiamme di luce | nel verde,..” (‘Ginestre in fiore’, vv.1-3). Da lì proviene la forza della luce, del vento, del mare, della Terra infine che lo sostanzia: l’impermanenza (..permanente!) di tutte le cose: dove si ferma il suo sguardo. Su tracce del passato ardono rovine:“Arde la pupilla e si disseta | nel suono di morte rovine | umide di vento | chiare di paesi consumati da secoli | sotto l’implacata luce” (‘Paesaggio’,vv.1-5). Nessuna altra voce s’ode. Intorno è tutto un “canto di silenzio” (‘Sulla spiaggia d’Alberese’,v.6). In solitudine segreta, il poeta spazia fra clivi, si esclude dal mondo degli umani. In armonia con la natura onnipresente, che vive combatte cede, semplicemente, senza rimpianti, non chiede dialoghi. Lieto del suo pensare, in sintonia con ciò che è e diviene, nello spirito sacro dell’accettazione, si uniforma al creato, ama il suo destino. “Nel tormento del giorno | un lenzuolo di pietra”, (Le ore di Civita’, vv.1-2).Un poeta di animo puro, privo di complicazioni psicologiche: naviga in flussi di luce, si sposta con fari di vento, e di quello si compiace. Se può, sosta a guardare “in una siepe di tufo | la magia di un campanile” (Sutri, vv.4-5); complice “di una natura | che dorme tra i miti” (‘Verde labirinto’,vv.5-6). Tale è Tuscania, Tuscia, l’antica Etruria: il suo ‘paese dell’anima’. Ritratto in sé come in cartolina. Per la poesia, un canto d’amore, un progetto tematico.

La giovane poesia ha un figlio che discende dai padri, si esprime aderendo al reale, senza oscurità d’impatto interiore, dice pane al pane, vino al vino senza paura, non ha bruciato i libri della tradizione. Il lettore non fa fatica a seguirne il respiro lirico. Sul piano del linguaggio, che è già concentrato sull’essenziale, questo poeta lavorerà di cesello nelle prove future. Il suo temperamento di ricerca di perfezione lo porterà a liberare i versi di qualche inezia di superfluo, o di eccedente. La luce diventerà il ‘risultato’ del suo discorso poetico, non solo il leit-motif di nominazione – e il canto del vento si alzerà dal suo stesso articolarsi prosodico. Il ‘poeta del paesaggio di Tuscia’ ne partirà, per diventare cittadino del mondo.

Recensione
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