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Strade di versi

In questo mondo letterario in cui lo scrivere poesia si allarga a macchia d’olio, ciascuno si appropria del suo spazio di superficie sopra il liquido uniforme. La sostanza di fondo è comune. Poeti. Personalità diverse. Nessuno è più bravo di un altro. Qualità obiettive di voce, di senso, di sentimento, scelta lessicale, fanno la differenza della scrittura.

Con due libri di poesia, Paolo Carlucci ha definito la sua Poesia del tono alto, un albero della lingua cui sia stato tolto il vertice di verticalità del sublime per un gusto democratico del moderno. Non taglio drastico. Non come per certi alberi potenti, resi bassi a portata d’uomo. Gli olmi, per esempio, o i platani.

La rasatura su questi giganti del verde, con criterio selettivo, ad ogni cambio di stagione, azzera l’ardore delle svettanti vette fino all’astio d’arsura della nudità del tronco invernale. Lasciato tale e quale. Solitario. Monco. Senza braccia. Lucidato della fragile pelle di natura, una colonna di marmo, senza foglia di acanto, senza ornamento corinzio. Alberi moncherini, magari a lettera V: V come vuoto. Albero che beve e respira in stato di secca.

Questo gli darà nuova energia, dicono i giardinieri, una nuova nascita.

E’ così in vastità la poesia moderna. Tagliata via l’aria del suo più alto ‘a solo’, la laringe poetica soffre di ictus, si paralizza (quanto a lungo, se si cura con la luce?). Risorge a salute, ma sembra temere, si abbassa alla terra, cauta, perde volo la voce a dire ciò che è prossimo, giù, con-terra-neo. Sceglie di camminare, non di prendere quota, di volare. Nel farlo medita.

Privilegio dell’iniziare. Lettera A come ascesa, come risalire. E con più forza d’attacco, a fiotto di germogli, che vedi a cerchi, a spazi, in tondo, sul ceppo rustico del troncato. All’improvviso di nuovo rigoglioso il canto, a sfida. Con il singhiozzante vento autunnale mangiafoglie avrà tanto da fare. Tanto che sembra sempre prima-vera la stagione, lussureggiante di palpiti verdi.

Così ritorna alla poesia moderna prepotente l’io, un filo di coscienza ingarbugliato a districarsi in percorsi labirintici. Paolo Carlucci ha scelto il suo piano scrittorio nella chiarezza delle forme: energia pulsionale di parole semplici ma con volontà di alto eloquio, giunte ad orecchio quasi sotto dettatura.

Chiarezza e amore di un professore di lettere. Che porge e declama come scrive.

In paragone al primo libro pubblicato, in questo secondo la scrittura si complica, c’è uno scarto di prospettiva. Non come avviene all’arte figurativa, imitazione della natura, contemplazione del paesaggio che la luce esalta, ma fornace che accende le idee, che crea oggetti lavorati di terra. Così si crea un gioco di versi che gioco non è, un gioco serio, misto di verità e di immaginazione. Appare all’occhio tale e quale, senza misteri, il soggetto umano al centro del quadro che lo ingloba, il poeta che si lascia prendere dall’euforia. Camminando, cantando parole poetiche fra ruderi di Storia, il testo si espande lieto a lato del sorriso.

P.C., già poeta della luce e dei paesaggi isolati, nella affollata solitudine della città trova le contraddizioni dello spirito che tutti anima e congiunge - percorsi di vita in transito. Se ne fa compagnia. Per strade, per versi. Città visitate, luoghi diversi.

Roma soprattutto. Roma popolosa, Roma antica e nuova, cui è riservata gran parte del libro, la città che il poeta percorre quotidianamente, dal centro storico, a Trastevere e oltre, o viceversa, gli dà il punto privilegiato dell’osservazione, e poi della riflessione poetica. Incontri, sguardi, taciti e loquaci annunci, animazione di allegra ironia, invece di prendersi sul serio, ed anche prova di scherno scherzoso, o di disappunto, di disapprovazione.

I versi, quartine di un lampo, o testi più lunghi, scelta stilistica che a volte si avvale del dialetto, muovono la parola in una musicalità innata, di un suo stampo personale, dizione chiara, animo puro della visione che discende amorosamente dalla tradizione, fra endecasillabi e settenari sonanti, che il poeta spesso taglia per non sembrare troppo ritmico.

Si può citare Noemi Paolini Giachery che dice (sebbene a proposito di Ungaretti) : “poesia come esperienza di vita, in un certo senso mistica e iniziatica, aperta al mistero e alla trascendenza” (N.P.G.,‘Le ragioni dell’ovvio’, Edilet, 2011).

Quando tempo presente diventa anche quello passato, se l’amore non è rottamato, i poeti vivono e rivivono - loro grazia – melodicamente, in atteggiamento di riflessione quasi romantica, ciò che è di natura transitorio per la visione.

Pietosa vis

Le ceneri dei Lari
un’urna di pietà
tra il fuoco e le spade.
Roma ha un giorno.

(2008)

Recensione
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