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Pietre

“Restare diritti è difficile / il Potere ci piega / e / favorisce la mediocrità. // Increduli, / assistiamo al trionfo / della frivolezza”, dal significativo titolo “Incredulità”, questa poesia di Giovanni Di Lena, inserita in un segnalibro che accompagna la sua ultima silloge pietre, mi ha particolarmente colpito, perché coglie lo stato d’animo fortemente sorpreso e smarrito di un poeta “civile” che assiste amareggiato alla situazione attuale dell’Italia e del mondo e che tuttavia intende resistere all’andazzo che spinge verso il ripiegarsi all’accomodamento conformistico e opportunistico.

E, a bella posta, la dedica “ad Elisa Claps e Ilaria Alpi, a Giulio Regeni e alle vittime celate nel mistero” che introduce la raccolta non lascia spazi ad incomprensioni del pensiero del Poeta. A sottolineare la sproporzione delle forze in campo, a seguire, ecco l’immagine di chi si oppone ad avversari potentissimi con il lancio di pietre, un gesto antico e nuovo di ribellione.

Le armi di Di Lena sono le parole-pietre di cui si compone la silloge, scelte con cura e indirizzate verso obiettivi molto precisi. Non senza aver rivolto a se stesso e agli altri suoi colleghi un invito a resistere alla prostituzione morale che “ti gira intorno, t’accarezza e, / con grazia, tenta di soggiogarti”, abbeverandosi “alla fonte della Musa”

Nella sua lotta quotidiana, contro le ingiustizie, la corruzione, l’illegalità lo sorregge l’esempio paterno ( nella poesia “nodi”): “Lavorava in rigoroso silenzio e / ogni sera/ mi donava una morbida carezza. // Non aveva padroni mio padre / e rispettava la Legge”. Attinge al suo “stile di vita”, maturato in un’esperienza dolorosa e traumatica, che mai dimentica le sue origini ed è solidale con i poveri di oggi (“senza veli”): “Frantumato il mio sogno, / imparai a vivere in silenzio / e a fare della rinuncia / il mio stile di vita. // Ultimamente, però, / la crisi economica mi spaventa. / Negli occhi lucidi della gente / rivedo il bambino che io ero”.

L’amore per la sua terra pietrosa e l’indignazione per quanto viene, da sempre, perpetrato ai suoi danni prorompe lucida, acuminata, ma mai gridata (in “silenzio clamoroso”): “Quali segreti cela / questo silenzio sibillino? / Gli scarti del nord? / Il potere corrotto del sud? / Nuove cospirazioni? // Lo Stato mi ha umiliato! / Minacciato dal silenzio / che, come un’ombra, si espande, / vivo una lercia tragedia”. A volte, raramente, lo spinge all’invettiva contro i politici locali e nazionali (in “facce di bronzo”): “Inconciliabili promesse / rimbalzano – giocose – / nell’aria butterata / di questa terra. // Non cambia il vento. / Nuove facce di bronzo, / cloni dei vecchi ladroni, / pronunciano bugiarde verità”; (in “petrolio”): “Spaventati dallo spettro della fame / ma rabboniti con un pezzo di pane amaro / obbediamo a massari coatti / e doniamo la nostra pelle / a lupi da riporto” i quali contraccambiano con: “idrocarburi in brodo / cotti nelle acque del Pertusillo”.

In altre poesie emerge la triste condizione dei lavoratori odierni, condotti ad uno sfruttamento inaudito e impensabile fino a pochi anni fa: “Voci esteriori / ordinano la giornata / nell’agone lavorativo. // Il Bangladesh è qui, / in questa terra fottuta / dove la mano virtuosa del padrone / non ti tocca, / ma ti graffia la vita (in “salotti express”). Il poeta si piega (in “nastro trasportatore”) sulla triste sorte di un operaio dell’Ilva: “Giacomo è morto di lavoro precario. // Un’ora di sciopero. / Tanto valeva la sua vita!” e conclude, indignato: “Se Cristo venisse a trovarmi / Lo accompagnerei nella nuova Babele, / dove l’ipocrita colata di parole / confonde gli animi e / offende la memoria”. Il tema ritorna con desolazione in “precarietà operaia”: “Non contiamo più niente: / siamo i deportati della globalizzazione, / le pedine delle multinazionali … La precarietà plasma i princìpi, / sgretola le forze / e incatena la libertà. // Custodite nella memoria, / le nostre conquiste / bruciano nella notte”.

Ma qual è la condizione attuale del Poeta? In una poesia riepilogativa della sua vicenda umana intitolata “perdenze” Di Lena confessa: “In fondo, so di non avere nemici, / ma gli amici dove sono? / Qualcuno è venuto a mancare, / parecchi hanno cambiato strada, / qualche altro ha tradito i sentimenti. // La solitudine non sei tu a cercarla, / è il tempo che te la offre, / naturalmente”.

Insomma per tornare al segnalibro d’avvio (ed è singolare che la poesia non appaia nella silloge): “Restare diritti è difficile: / il Potere ti piega / e / favorisce la mediocrità. // Increduli, / assistiamo al trionfo / della frivolezza”. E insieme a questa incredulità la sensazione di aver vissuto per nulla e propugnando valori che non sono quelli a cui si uniforma la vita odierna.

Da segnalare l’acuta nota critica di Pino Suriano che accompagna il volume che segnala un Di Lena che, fedele al suo stile scarno ed essenziale, “da poeta politico è divenuto poeta della nostalgia” e che non grida perché la poesia “ha l’arma potente del sussurro”.

Giovanni Di Lena è nato nel 1958 a Pisticci (Matera), dove vive. Questo dato essenziale insieme all’elenco delle sue raccolte poetiche è quanto rivela di sé nel risvolto di quest’ultima sua opera. Noi però sappiamo che, attento e sensibile osservatore della realtà quotidiana, la percepisce con un coinvolgimento emozionale totale. Il travaglio generazionale e personale di Giovanni Di Lena ha trovato la propria dimensione in otto opere letterarie:

E’ autore, infatti, anche delle raccolte “Un giorno di libertà” (1989), “Non si schiara il cielo” (1994), “Il morso della ragione” (1996), “Coraggio e debolezza” (2003), “Non solo un grido” (2007), “Il reale e il possibile” (2011), “La piega storta delle idee (2015), a cui va ad aggiungersi “pietre” (maggio, 2018).

Roma, 20 ottobre 2018

Qui di seguito un scelta di poesie dalla raccolta “pietre”.

al Poeta
La prostituzione morale
è un lusso che si concede
chi burla se stesso,
è un dazio che paga
chi sublima il proprio io.
La prostituzione morale
ti gira intorno, t’accarezza e,
con grazia, tenta di soggiogarti.

E tu?
Tu non cedi alle sue lusinghe,
non baratti il tuo pensiero
con caramellati distintivi
neanche quando sei denutrito
e hai bisogno di aiuto.
Tu, Poeta, rinvigorisci
placando la tua sete
alla fonte della Musa.
nodi
Erano tristi gli occhi di mio padre
quando fissarono i miei
quella mattina d’autunno.
Erano pulite e callose le sue mani!
Lavorava in rigoroso silenzio e
ogni sera
mi donava una morbida carezza.
Non aveva padroni mio padre
e rispettava la Legge.
Gli sciacalli saccheggiarono la sua casa;
restò al palo
come un cane.
Venne l’inverno
e la pioggia non lo risparmiò.
Alle ferite della guerra
si sovrapposero – spietate – quelle civili.
Era solo, sempre solo,
ma non ebbe paura mio padre
e quando, a fatica, riuscì
a strapparsi il bavaglio
anche la Giustizia gli fu contraria.
Era un uomo perbene, mio padre,
ma aveva gli occhi tristi.
senza veli
Da bambino, le mie mani smaniose
si fermavano sempre a mezz’aria.
La miseria era palese:
non potevo andare oltre l’uscio
e morivo nel ripostiglio.
Frantumato il mio sogno,
imparai a vivere in silenzio
e a fare della rinuncia
il mio stile di vita.
Ultimamente, però,
la crisi economica mi spaventa.
Negli occhi lucidi della gente
rivedo il bambino che io ero.
petrolio
Spaventati dallo spettro della fame
ma rabboniti con un pezzo di pane amaro
obbediamo a massari coatti
e doniamo la nostra pelle
a lupi da riporto.
Taciturni, altri animali ci osservano.
L’Ente, ingrato,
ci concede gli avanzi procedurali:
idrocarburi in brodo
cotti nelle acque del Pertusillo.
precarietà operaia
Non contiamo più niente:
siamo i deportati della globalizzazione,
le pedine delle multinazionali.
Il governo snobba le proteste,
emette diktat artificiosi
e ci scaraventa sul lastrico.
Non abbiamo più nulla:
persa è la dignità,
fratturati sono i sentimenti
e il sangue
non scorre più nelle vene,
ma sulle vie della disperazione.
La precarietà plasma i princìpi,
sgretola le forze
e incatena la libertà.
Custodite nella memoria,
le nostre conquiste
bruciano nella notte.
perdenze
La giovinezza ha le sue calde debolezze.
Taluni fantasmi di quell’età
ogni tanto si ripresentano e
provocano squilibri nell’anima.
In fondo, so di non avere nemici,
ma gli amici dove sono?
Qualcuno è venuto a mancare,
parecchi hanno cambiato strada,
qualche altro ha tradito i sentimenti.
La solitudine non sei tu a cercarla,
è il tempo che te la offre,
naturalmente.

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