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Il senso delle cose in Raffaele Piazza

Scorrendo la produzione poetica di Raffaele Piazza, ci soffermiamo su alcuni suoi componimenti che possono definirsi determinanti per la sua evoluzione lirica.

Nella lirica “Il senso” il poeta si rivolge ad una "fiorevole amica" offrendo al lettore il "senso" della quotidianità, proposto in chiave di esplorazione sensoriale, in un viaggio che parte da "stanze vegetali" (vista), assapora nel ricordo "sangue sudore" (gusto/olfatto) e culmina nello "squillo del telefono" (udito). Infine c'è la sospensione dell'incredulità: "ferma il tempo"...e poi lento, il ritmo del canto riprende e continua..."accarezzati la gioia dei capelli (tatto) / porta in salvo la carta e l'inchiostro", un imperativo sensuale che esorta a toccare la bellezza e a portarla via lontano, nel luogo "futuro anteriore", al sicuro, "nella mappa della tua mente", sempre riferito all'immaginaria interlocutrice.

Dalla quotidianità alla natura, in “Sosta per l'azzurro luogo”, esprime invece il senso dell'immensità nei colori di un tramonto, proponendolo al lettore come una diapositiva proiettata in un immaginario volo nelle sfere alte del cielo, sin dove il poeta sospinge la fantasia di chi guarda e di chi ascolta, il proprio e l'altrui tessuto emotivo, "proteso ad altra meraviglia", senza "delusione" ma solo con "rigenerazione".

Nell'immaginario poetico di Piazza compare anche la figura della donna, decantata con ascetica contemplazione o cruda sessualità. Una dimensione alta e senza compromessi, quella di Raffaele in "Chiara", pura nel suo flashback gotico-medioevale avventurato d'arte di ieri, al di là del vetro dello specchio di oggi, mattino di lamiere e palazzi sul filo di una diade costante lui/lei, presente/passato, che culmina nel punto sacro del sogno donde origina soffio di colombi, sparpagliato e aperto nella memoria del tempo reale/virtuale, unico/universale, velato di fragole e sorrisi nella quotidiana "aria della sopravvivenza". L'amore espresso nella natura riesce a sbocciare anche in una camera, in tutta la sua forza coinvolgente che supera le pareti della stessa camera.

Questo, il titolo di un'altra sua intensa lirica, “Camera” appunto. Anche qui ritorna e si respira il quotidiano ad ogni passo, felpato di suppellettili e arredi, oggetti e fotografie in una casa ordinaria, in una vita ordinaria che però, ad un tratto, diventa straordinaria: "una stella diurna...per le alberate della città". L'amore supera ogni cosa con la sua magia rinforzata, naviga oltre le pareti della "camera", approdando lungo "la linea della vita sulla mano", per riprendere e continuare il suo viaggio, dicendo ancora: "ti amo e da qui parte ogni cosa". L'amore cantato dal Piazza non ha confini spazio-temporali ma sembra voler conservare sempre un aspetto “duale” nelle sue manifestazioni. Nella lirica “Il gioco della Musa” si avvertono sensualità al sapore di fragola, si vedono strade al colore di arcobaleni, come i misteri delle età, nel tempo fluido e inesorabile in un cammino verso il bene: tema, questo, in lui spesso ricorrente, scorrere del tempo/bene, fuga del tempo/male, tema stavolta stemperato nel blu mare/cielo/mare con la complicità della "Musa", che "gioca" a salvare il poeta dalla "selva oscura", quindi dal noto simbolo del peccato e della corruzione, come da dantesca memoria.

Anche il poeta, come l'autore del Canto I dell'Inferno, diventa simbolo dell'intera umanità e, smarrito nel peccato, ricorda l'esperienza salvifica della sua musa purificatrice; ma Piazza, a differenza di Dante, non viene da quest'ultima guidato, come Virgilio muove la Ragione nell'Opera dantesca, anzi dalla stessa Musa viene “soggiocato” riconoscendo, al momento della consapevolezza, “solo della musa il gioco”. In un'altra sua lirica, “La Conchiglia di Mirta”, i viaggi di Raffaele, nel femminile universo rosa conchiglia, spogliano la realtà dalla finzione, trasportano in una dimensione autentica anche se onirica, glaciale anche se pulsante, di amore e vita nel dualismo quotidiano dell'esistere. E si può rimarcare, questa volta sul tema del “tempo”, il concetto del “doppio”, delle antitesi, degli opposti, delle partenze e degli arrivi. Talvolta i suoi trasferimenti sono orientati verso il passato, come nella lirica “Chiara” dove l'autore crea una dimensione alta e senza compromessi, pura nel suo flashback gotico-medioevale avventurato d'arte di ieri, al di là del vetro dello specchio di oggi, mattino di lamiere e palazzi sul filo di una diade costante lui/lei, presente/passato, che culmina nel punto sacro del sogno donde origina soffio di colombi, sparpagliato e aperto nella memoria del tempo reale/virtuale, unico/universale, velato di fragole e sorrisi nella quotidiana "aria della sopravvivenza".

Nella lirica “A illuminare il tempo”, Piazza invece riesce a bloccare il fluire del tempo nell'ispirazione di un momento, descrivendo partenze e arrivi nell'afoso vuoto estivo, fotogrammi di luce nella fuga del tempo. In questa lirica maggiormente il poeta riesce a far sognare il lettore, a condurlo per mano nello sguardo d'insieme dell'esistenza, che comincia e finisce attraverso i moduli ritmici del tempo, anch'essi incasellati e definiti da un inizio e da una fine, scanditi dalle stagioni, dalle lune, dal giorno e dai viaggi dell'anima. Una lirica in cui terra e cielo si uniscono, per il tramite di palazzi a terrazze sulle nuvole, dove Raffaele posa il suo sogno e quel suo “rigenerarti vorresti”. Un desiderio, una speranza, ancora una volta proiettata nei desideri e nelle speranze di un immancabile interlocutore, presumibilmente femminile.

Per concludere questa rapida interpretazione di alcuni dei testi dell'autore è tappa obbligata soffermarsi sul suggestivo poemetto “Paesaggio bianco”, in dedica a Pasolini, che può definirsi un viaggio interiore nel suo osservatorio lirico, con la presentazione di calzanti e delicati neologismi, operazione questa a lui gradita, invero anche ben riuscita. Come acqua sorgiva la poesia di Raffaele Piazza disseta pulita e incontaminata, chiara di visioni e soluzioni. Il suo è un “paesaggio” intimista che fa da contrappunto a quello naturalistico del reale, in cui si specchia un cielo “inazzurrato” di nuvole ed emozioni. Uno scenario “candido” come la voce dei sentimenti che il testo rilascia, come il canto che dai versi ritorna, come l'amara e risoluta certezza che dalle parole trasuda, di una “sotto specie umana” postmoderna, trafitta dal “tempo sanguato”.

Raffaele si destreggia poeticamente per immagini, riprendendo contenuti classici, in una dimensione moderna, a tratti filosofica ma spietatamente attuale. E continua a tessere, lungo tutto il testo, la trama poetica, la voce narrante del “bianco” e la sconfinata forza trainante, pulsante ed eterna della poesia, oltre i confini dell'immaginazione. Incisa nel testo è la musicalità del verso, giocato e “scomposto” con maestria metrico-ritmica, evocando suggestioni jazz in cui, al pari del maestro J. Coltrane nel brano “A Love Supreme (Pursuance)”, il poeta formidabilmente sovrappone variazioni ed armonizzazioni alle sequenze narrative/musicali di base, improvvisando e fraseggiando oltre le scomposizioni metriche usuali. In tutte le sue liriche Raffaele Piazza ritorna nelle strade del tempo, nelle città della memoria, affacciandosi con l'occhio saggio del filosofo, la penna magistrale del poeta, il cuore sincero dell'uomo, nato per dare e ricevere amore.

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