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Prefazione a
Ci vestiremo di versi
di Patrizia Fatti

la Scheda del libro

Perché la poesia?

Cara Patrizia,

mi chiedi due parole d’introduzione alla bella raccolta poetica che hai curato con tanta passione, ed io non so fare di meglio che scriverti questa lettera un poco noiosa per dirti cosa penso del tuo lavoro.

Che dirti se non che, nel suo complesso, la struttura della tua raccolta mi sembra funzionare molto bene, fino a proporsi come una sorta di trepido diario, strettamente legato ai tuoi giorni, alle tue più segrete emozioni, alla tua vita.

Del resto mi sembra che al fondo della tua esperienza poetica esista un persuasivo punto d’incontro tra due grandi temi, amore e dolore, che sono le ragioni vere che sfidano il tempo, penetrando nello spazio più segreto della nostra esistenza.

Lo sapeva bene un grande del passato, che nel costruire la sua “teoria del piacere” indicava nelle “stravagantissime illusioni dell’amore” l’idea indefinita e indefinibile che costituiva il massimo dei piaceri dell’uomo: “Dalla mia teoria del piacere – scriveva Giacomo Leopardi nello Zibaldone – seguita che l’uomo desiderando sempre un piacere infinito e che lo soddisfi interamente, desideri sempre e speri una cosa ch’egli non può concepire. E così è infatti. Tutti i desideri e le speranze umane (…) non sono mai assolutamente chiari e distinti e precisi ma contengono sempre un’idea confusa, si riferiscono sempre ad un oggetto che si concepisce confusamente. E perciò e non per altro, la speranza è meglio del piacere, contenendo quell’indefinito, che la realtà non può contenere. E ciò può vedersi massimamente nell’amore, dove la passione e la vita e l’azione dell’anima, essendo più viva che mai, il desiderio e la speranza sono altresì più vive e sensibili, e risaltano più che nelle altre circostanze. Ora osservate che per l’una parte il desiderio e la speranza del vero amante è più confusa vaga indefinita che quella di chi è animato da qualunque altra passione: ed è carattere (già da molto notato) dell’amore, il presentare all’uomo un’idea infinita (cioè più sensibilmente indefinita di quella che presentano le altre passioni), e ch”gli può concepir meno di qualunque altra idea ecc. per altra parte notate, che appunto a cagione di questo infinito, inseparabile dal vero amore, questa passione, in mezzo alle sue tempeste, è la sorgente de”maggiori piaceri che l”omo possa provare” (6 maggio 1821).

E allora, cara Patrizia, non possiamo che riconoscere al poeta di Recanati il merito di avere toccato per primo il centro del problema, o almeno il merito a quell’aggettivo, “indefinito”, di aver coniugato in una sola dimensione gli ambiti che pertengono ai tre temi da cui siamo partiti – amore, dolore, poesia – se è vero che anche la poesia, come l’amore e il dolore, trova la sua origine nell’ambito indefinito della speranza, oltre il tempo e lo spazio convenzionali.

Aggiungerei, se me lo consenti, un altro codicillo leopardiano che mi sembra necessario per entrare davvero nel nodo “oscuro” del problema, nel misterioso rapporto che nella nostra vita coniuga la felicità e la sofferenza, il desiderio e il rimpianto, insomma i “fantasmi” che la poesia può trasmetterci: “I migliori momenti dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale. In quel riposo la tua anima meno agitata, è quasi piena, e quasi gusta la felicità (…) Così anche nell’amore, ch’è lo stato dell’anima il più ricco di piaceri e di illusioni, la miglior parte, la più diritta strada al piacere, e a un’ombra di felicità è il dolore” (27 giugno 1820).

Allora, come puoi constatare, la risposta alla tua domanda perché la poesia? è già stata data ed io potrei fermarmi qui, affidando con tutta raccolta. Ma c’è una obiezione di fondo che tu ed i tuoi futuri lettori (e mi auguro siano tanti) potreste farmi: su questa strada il percorso è obbligato e non può che condurci a un binomio che sigla il grande ciclo di Aspasia (“Fratelli, a un tempo stesso, amore e morte | Ingenerò la sorte. | Cose quaggiù sì belle | Altre il mondo non ha, non ha le stelle …”). Niente da dire: è necessario arrendersi all’evidenza. Ma lascio proprio alle poesie che tu hai raccolto e organizzato in un discorso molto coerente, l’ancora di salvezza, la tavola a cui il naufrago si aggrappa cercando scampo alla sorte stabilita dal fato. L’ancora di cui ti parlo – e che Leopardi ben conosceva – è la poesia ad offrircela, con l’approdo al mistero dell’esistere attraverso il ritmo delle parole, attraverso l’approdo che intravediamo al termine della parabola quotidiana. Ed è proprio su questo connotato liberatorio e sublimante che è impostato il tuo libro: amore come spinta vitale e sofferenza come coscienza dell’esistere e, al termine del percorso, l’approdo alla poesia come unità inscindibile, come forza salvifica che batte montalianamente “nelle vene del mondo”, surrogato ineliminabile di quella eternità che fortunatamente ci è negata.

Credo così di aver risposto all’interrogativo che hai messo al centro della tua raccolta, confermando, se è possibile, le tue conclusioni:

In fondo poesia è seguire
l’onda montante del cuore
surf scanzonato tra acque tranquille
o lotta con il vento e il mare,
è infilare parole
con l’ago dorato del ritmo,
tessere ordito di gioie
e trama di dolori,
magico effetto di vita.

Altro non saprei aggiungere sul tuo lavoro, se non confermare la qualità comunicativa del tuo linguaggio poetico, sia nei momenti di grande tensione affettiva (soprattutto nei versi per il padre e la madre), sia in quelli nei quali prevale una consapevole dimensione meditativa (ad esempio le poesie dedicate al tuo lavoro d’ insegnante: soprattutto nei versi di Alla II D e alle sue “tenere pianticelle”) come del resto nelle liriche in cui affiora un meditato sentimento amoroso. Ma, come prima dicevo, ciò che più mi convince è la capacità che la tua poesia rivela di raggiungere un messaggio al tempo stesso intimo e pubblico, muovendosi su di un crinale in cui al canto è davvero affidato il compito di trasmettere l’esito positivo di una ricerca autobiografica condotta senza risparmio.

I versi con i quali apri la tua raccolta (“Ci vestiremo di versi | come di carezze | e per una volta ancora | la poesia si farà amore | e ci salverà”) fiduciosamente ci introducono in un discorso che deve per forza condurci a un approdo sicuro che tutti ci riguarda (“Vola poesia | per tutti | anche per chi non ti cerca | e non i crede, | vola poesia | come un gabbiano, | come una preda inseguita, | (…) Vola poesia, | per qualcuno | sempre sarai | la goccia di pace | e di luce.”). Un messaggio allora di fede e di speranza.

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