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Il profumo delle memorie

Il titolo “Il profumo delle memorie”, racchiude in sé la chiave semantica di tutta la silloge; anche la riproduzione del quadro di Charles Courtney Curran ne è una riproposizione visiva altrettanto pregnante, infatti le poesie, in genere, propongono il passato e la naturale malinconia che lo avvolge, ma nello stesso tempo proiettano il lettore verso l’’incanto profumato che la memoria emana, poiché, quando parecchi anni della nostra vita sono ormai trascorsi, il ricordare oggi, momenti ed eventi di ieri, diventa quasi spontaneamente foriero di un immaginifico domani non più racchiuso nei limiti del tempo e dello spazio, ma proiettano nell’eternità, verso l’infinito, a cui rimanda anche l’immagine della copertina, dove terra, mare e cielo conducono con un climax visivo ascendente, verso l’in-finito, verso l’eternità. Olfatto e vista sono quindi organi sensori che, evocati dal titolo e dall’immagine, creano coinvolgimento emotivo, prima ancora di cominciare la lettura dei versi. La pluralità linguistica (italiano, sloveno, tedesco), in cui le poesie vengono proposte, non tradisce, come accade talvolta nelle traduzioni, l’identità speciale del poeta triestino, poiché tali lingue fanno parte del suo patrimonio espressivo e della gente che nello stesso territorio di confine è nata e vive, pertanto, è come se il poeta volesse omaggiare la sua gente e nello stesso tempo dire loro che non importa quale lingua parlano, l’importante è che lo leggano e nel condividere il suo pensiero e il suo sentire, leggano, comprendano e condividano se stessi.

I fiori, le bacche e le erbe crescono nella terra, non importa di quale paese. Le farfalle volano nell’aria senza preoccuparsi se sono italiane o tedesche. Così sostiene un personaggio del romanzo Sassi vivi di Anna Rottensteiner, autrice nata a Bolzano, città anch’essa pressoché prossima al confine. Insomma, a prescindere dal diverso genere letterario utilizzato, è come se entrambi gli autori dicano al lettore che non è importante il luogo in cui si è nati e la lingua che si parla, ciò che conta è comunicare, esternare l’uomo senza confini, nel suo specifico essere uomo, nella sua unica e comune identità umana, unica come l’aria in cui volano le farfalle ed unica come la terra in cui crescono i fiori, le bacche e le erbe.

Il tempo passa tra “temporali e bonacce” (I miei giorni mortali, pag. 18) e spesso il trascorrere inesorabile del tempo fa sì che pensieri e ricordi riempiano la mente e si ripercorrano “tortuosi percorsi / scavati nell’intorpidirsi dei giorni “ … e poi “Di tutto questo sordo / rimestìo / rimane poi solo / una vertigine cupa / e un dolore spossante / che stentano a dileguarsi” (Il sordo rimestìo dei giorni, pag. 22).

Ma talvolta può anche accadere che nelle “ore di tedio” nei “… momenti di grigia monotonia” (Il profumo delle memorie, pag, 25), nella solitudine che, con l’età che avanza, spesso ci circonda, la memoria sia foriera di profumo aleggiante “un’aura cosmica / … / una brama d’infinito / che illuminerà … le solide / e calde banchine d’approdo”.

Però ciò non accade spesso, infatti di solito lo sfogliare gli appunti della memoria, i sogni audaci della gioventù per trovare in essi la forza propulsiva del presente e del futuro, determina soltanto la consapevolezza del presente, la coscienza dell’impotenza nel viverlo e realizzarlo. Il tempo indifferente scorre sempre eguale nel succedersi dei giorni e non si preoccupa certo dell’avvicendarsi dei destini umani, né di lui che aspira alla luce, che vuole ritrovare “il paradiso perduto /creato prima del dolore / e della morte” (Al di là, pag, 44), pertanto quando percepirà “l’approssimarsi della sua ora / …”, aspetterà che “una tagliente sferzata di luce” lo attraversi e lo avvolga “ … nel manto della bellezza / primigenia forza creatrice / che in sé tutto nuovamente attira e assorbe” (Nell’approssimarsi della mia ora, pag. 42).

Il contenuto dei versi denota nel poeta una profonda esigenza di eternità, proposta spesso attraverso la metafora della luce, del mare, del cielo, anche se non si evince chiaramente se tale eternità sia metafisica o terrena, se insomma ci sia in Giovanni Tavčar il desiderio di trasumanare il vissuto nella dimensione cristiana della visione divina o se la sua aspirazione all’eterno coincida con il foscoliano “ … finchè il Sole / risplenderà sulle sciagure umane”, ossia con un’eternità terrena, affidata alla sacralità della poesia.

Lo stile è pertinente ai sentimenti e al pensiero che il poeta vuole comunicare, sia per pregnanza lessicale, sia per ritmo dei versi che trovano anche in assonanze (es. Come in un’aerea danza: “sera / … / tersa …”), consonanze (es. Al di là: “ … solari  / … / … ritrovare / … / … dolore / …”) o sporadiche rime (es. idem: “ … scompongono / e si ricompongono / …”), le complici adeguate a suscitare le ripercussioni esistenziali che il poeta vuole trasmettere.

Recensione
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