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Letti bianchi

In questo libro di Mariagrazia, tanto esile quanto intenso, costituito solamente da 10 liriche corrispondenti ai 10 “letti bianchi” di una corsia ospedaliera, seguite da un breve e non meno intenso scritto del suo compagno Luciano Ricci, sempre vicino a lei anche nell’espressione artistica, si ritrova tutta la potente delicatezza poetica (l’ossimoro è necessario…) dell’autrice.

La stessa vis poetica che in passato, in E nella sera un’ombra, ha saputo dar voce alle ombre delle antiche necropoli etrusche, o ha saputo far parlare, in Mai più, gli alberi di Sant’Anna di Stazzema e dei suoi borghi, drammatici testimoni di uno degli eccidi più abominevoli avvenuto nel 1944, ma anche la stessa che ha dato una gioiosa voce ai piccoli elettrodomestici o ai cari oggetti di una casa amata. Anche le sue opere più recenti lo confermano, come N.O.F. 4 centottantadue metri di follia, dove a parlare è un lungo muro inciso da un internato, o in Trittico, dove risuona l’anima di tre grandi musicisti dell’800.

Una capacità rara: saper cogliere in ciò che resta del passato la linfa vitale che ci unisce ad esso, ritrovare in ogni cosa inanimata lo specchio di una vita catturata, con gioie, drammi, speranze, dolori ed ogni sentimento di cui questa è rimasta impregnata. Un dono per i soli poeti, che sanno vedere oltre, ascoltare da bocche che non esistono.

In Letti bianchi sono i bianchi lettini di una corsia ospedaliera a prendere voce. Ognuno di essi si fa carico delle sofferenze, dei piccoli o grandi drammi della persona che ospita e racconta. Mariagrazia, narratrice e ascoltatrice alla volta, disegna un’umanità piena di dolore che lei accoglie e virtualmente abbraccia con tenera condivisione, soffermandosi in particolare sul letto n.2, dove il suo compagno, ancora dà prova di eccezionale coraggio nell’affrontare le traversie dell’esistenza. Non sembri assurdo. Spesso sono proprio i luoghi di dolore quelli dove meglio si comprende il senso della vita, la nostra e l’altrui; e magari ci si riappacifica con essa. Più difficile è capire il perché di tanta sofferenza, affidarsi a un disegno sconosciuto che imperterrito continua a manifestarsi e a martirizzarci.

Queste 10 storie, narrate con voce ferma e chiara, dolce e asciutta, scevra da ogni ridondanza linguistica che possa appesantirle, ci offrono un raffinato e composito quadro in cui vengono messe bene in risalto le diversità di un campionario umano riunito dal caso in un unico luogo, lì giunto per differenti motivazioni, eppure unito da una comune sofferenza, dal bianco di quei lenzuoli che tutti dovranno condividere per un po’. Eccetto l’ultimo… ormai vuoto. In questo significativo vuoto, in un silenzio carico d’impotenza e di domande sospese, Mariagrazia termina il suo percorso: «Rigettato l’ultimo visitatore, le porte finalmente si serrano… / Cala l’ombra di luci agoniche sui lunghi corridoi. / Calano i lamenti,inutili di consolazioni. / I letti bianchi tacciono, esausti di sangue, urina, odore, dolore. // Nessun oggetto più di loro è umano».

Una nota a parte merita il racconto posto a conclusione del libro Fra due date scritto da Luciano Ricci. In uno stile chiaro ed essenziale, privo di rancori o sentimentalismi, l’autore ci racconta la storia, il dramma della sua vita tra queste date. La prima a cui si riferisce è il 1943, anno in cui il ragazzo che fu, si ritrova tra le mani una mina inconsapevolmente lasciatagli da un bambino, che lui fa fuggire. L’esplosione, improvvisa e inevitabile, lo lascia privo di una mano e di un piede. Un letto ospedaliero macchiato di sangue lo accoglierà e passeranno mesi perché possa rientrare in famiglia, con due protesi ma sempre pieno di coraggio e fiducia nell’avvenire. Vittima di un maligno scherzo delle protesi, in una data a noi più recente, lo accoglierà un altro letto, stavolta bianco. Col coraggio che l’ha sempre contraddistinto Luciano affronterà con grinta anche quest’ultima disavventura. Due date simbolicamente segnate da questi due letti: quello macchiato di sangue di ieri e quello bianco di oggi. Auguri Luciano! Con tutta la nostra ammirazione per la tua forza d’animo.

Recensione
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