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Con la sua solita voce fresca e incantata Nevio Nigro pubblica un altro libro di versi. Uguale a se stesso, come dentro la dolcezza di una favola, egli sorride alle cose e alle persone e inonda della sua tenerezza e della sua malinconia ogni rapporto, cioè ogni incontro. Ormai siamo quasi abituati al suo ritmo che non si concede se non alle emozioni e lo fa con il piglio di un incisore che sa tratteggiare l'essenziale del suo sentimento senza peraltro vestirlo di chincaglierie. Nigro ha pubblicato il suo primo libro nel 1976 e da allora è rimasto fedele all'esile canto del suo cuore, cercando di cogliere a volo gli improvvisi sussulti che lo scuotono, le trame sottili di momenti che per lui si fanno emblematici e rigorosamente dolci.

Nel mondo del poeta afro-calabro-torinese c'è una circolarità dalla quale non si è mai mosso. Le descrizioni si affidano alla delicatezza, le immagini sono nitide e le tematiche quelle del lungo e inesausto serbatoio della lirica, a cominciare da quella dell'Antologia Palatina fino ai quadretti di Sandro Penna, come se Nigro avesse bisogno di compiacersi nell'acciuffare le immagini di cui è perfino geloso. Ma poi si rende conto di avere trovato delle perle, dei tesori e allora le condivide con il lettore che si abbevera alla sua grazia e ne sente la musica di sottofondo fatta di nostalgie e di ritorni, di albe intraviste e di colori amati e perduti.

Questa volta il poeta dichiara chi è uno dei suoi grandi padri, Vicente Aleixandre, e fa omaggio alla memoria di alcuni amici scomparsi, come Enrica di Giorgi, Armando Patti, Ida Cafaro Guasoni, Lorenzo Masuelli e si sottrae accuratamente alla citazione di nomi importanti che nel corso degli anni lo hanno avallato, per esempio Giorgio Bárberi Squarotti e Maria Luisa Spaziani, forse per evitare di chiedere attenzione per interposta persona. Ma credo che basti da sé la sigla di Crocetti per garantire la genuinità di una poesia che ancora sa parlare al cuore con i soliti tocchi orientali, con i sussurri del ricordo e con gli accenti del sogno. Si legga proprio Un sogno (Tripoli e lune) per rendersi conto di come il poeta delinei le cose irrorandole di mestizia ma sempre aperte alla speranza, nonostante "quell'aurora | disabitata". Da sottolineare che molte delle poesie non sono inedite ma sono state scelte opportunamente per dare al volume una compattezza che offre il ritratto di questo poeta il cui mondo è ricco di risonanze fiabesche e di attese infinite.

Recensione
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