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La piega storta delle idee

La Lucania, per molti aspetti, è ancora terra inesplorata e sarebbe perfino facile stabilirne le ragioni, visibilmente politiche, ma è inesplorata anche dagli studiosi di poesia che ormai si fermano, per lo più ai soliti pochi nomi degli anni quaranta cinquanta del secolo scorso per tracciare una identità che per fortuna è cresciuta e si è diversificata da allora, cercando strade diverse e più efficaci, lontane dalla retorica e dal compiacimento che si vantava di stare nell’attenzione di Carlo Levi o di De Martino e degli antropologi più accreditati.

Leonardo Sinisgalli è una traccia feconda che però non ha avuto la dovuta gratificazione dei poeti; Rocco Scotellaro è diventato icona di un qualcosa che neppure lui avrebbe condiviso; Michele Parrella è stato disperso tra i calanchi; Pio Rasulo ha acceso fuochi non solo del Basento per poi andare in direzione dell’estetica; e non parliamo di De Robertis…

L’impressione è che la Lucania non sia stata capace di valorizzare il grande patrimonio poetico che ha posseduto e possiede (per il presente mi vengono in mente i nomi di poeti come Luciano Nota, Antonella Radogna, Maria Antonella D’Agostino, Ione Garrammone) nonostante gli sforzi e la devozione critica, storica e filologica di Giovanni Caserta.

Una premessa (che andrebbe allargata e giustificata criticamente) per arrivare a parlare di La piega storta delle idee, il volume di Giovanni Di Lena uscito l’anno in corso per le Edizioni Archivia di Rotondella.

Di Lena ha le idee chiare sulla funzione della poesia, come dice Nelo Risi, anche per lui il poeta “è un supremo realista” e deve denunciare il malcostume. Ovviamente bisogna che lo faccia non come gesto che accusa il singolo e i comportamenti dei singoli, ma come azione etica e civile per scardinare i modi di fare e di vivere.

In quarta di copertina il poeta parla di poteri forti difficile da scardinare e parla di “torpore che avvolge i più”, e avvalora le sue convinzioni con versi che vanno dritto alle situazioni sia nella sezione Lacerazionie sia nella sezione Vicinanze. In quest’ultima affiorano anche momenti un tantino intimistici, che però non cadono mai nel patetico.

Ho letto con estrema attenzione sia la prefazione di Raffaele Pinto e sia la postfazione di Antonio Rondinelli. E non si può che essere d’accordo con i due studiosi, perché sono riusciti a fotografare sia l’uomo, sia l’ambiente in cui vive e sia la sua indignazione che gli detta parole-gesti di tempra molto forte che ci ricordano la grande stagione neorealista che comunque non seppe far uscire dal pantano né le problematiche scottanti che piagavano e piegavano i paesi lucani, né i rituali della sottomissione.

E’ vero, la libertà va difesa senza avere mai una sosta, perché se ci si pensa bene, e Di Lena lo dice a chiare tinte, “Non ci divise l’orizzonte: / fu la nostra vicinanza / a separarci”.

Voglio sottolineare una particolarità di tutto il libro, ma credo di tutta la produzione poetica del nostro autore: a volte ci sono immersioni nella poesia gnomica o didascalica, ma fatte con eleganza e con sobrietà, sicché non viene scalfita per niente la grazia espressiva.

Recensione
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