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La presente rilettura del Cantico delle creature segue un itinerario concettuale molto chiaro, e tende a dimostrare, contro alcune enunciazioni critiche ormai consolidate, come  il «gusto» delle creature, per San Francesco, non si contrapponga al riferimento, intrinseco, alla trascendenza, ma, anzi, ne sia strutturalmente fondato, non solo nel convincimento, ma anche nel vissuto. Questo lavoro di F. di Ciaccia, senz’altro divulgativo ma gravido di sottesi critici e teorici, coglie l’umiltà come forma del superamento degli opposti: tensione al trascendente e tensione all’immanente.

Alcune osservazioni dell’autore, pur sempre attento al testo, si impongono per la ricerca di valori, nell’ambito della francescanità, universali: di fronte ad esse si ha l’impressione che nessuna ermeneutica della poesia-preghiera del Santo possa obliterare la «minoritas» della sua vocazione. Perciò il lavoro in questione può interessare anche studiosi accademicamente severi.
Recensione
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