Servizi
Contatti

Eventi


Il breve ma densissimo saggio esanima le figure minori dei frati del romanzo manzoniano, sui quali la critica è stata, non senza motivo, povera espositivamente se non proprio, con emblematicità facilmente comprensibile, angusta interpretativamente. In genere, non si è saputo vedere l’immagine degli «umili» manzoniani come segno, e non come significato: cioè come rappresentazione, in simbolo narrativo ed estetico, di un valore evangelico, e non soltanto come sceneggiatura a sé stante del pur rivalutato mondo umano di subalternanza. Intuizioni sul valore degli «umili» manzoniani si conoscevano già in alcuni critici, fra i quali è doveroso menzionare gli specialisti Umberto Colombo, Mario Pomilio, Giancarlo Vigorelli, Angelo Marchese, tra i più recenti. L’angolatura del di Ciaccia si presenta tuttavia nuova, perché trascende la stessa minorità e mostra come essa sia non negli o degli umili, ma esclusivamente della umiltà; è semplicemente ciò per cui l’uomo si eleva, in quanto «condizione cristica d’esistere e disposizione dell’annunciazione». Da qui le articolate considerazioni analitiche dell’autore, su basi testuali, circa la sapienza e la carità degli umili manzoniani. Le novità di interpretazione, o quanto meno di angolazione, passano attraverso il sarto del villaggio, il Cardinal Federigo, Lucia e Renzo, con un incalzare di riflessioni in ogni caso aderenti al testo, vivisezionato stilisticamente, strutturalisticamente, psicologicamente, così che apparirebbe quasi spiacevole ogni disquisizione accademica.

La prima parte del saggio è tutta occupata da questa introduzione metodologica, esemplificata in molteplici episodi: alla fine essa non dà comunque l’impressione di essere superflua, occasionale, propedeutica (benché impostata non eruditamente, ma ingenuamente) e posta come premessa alla seconda parte, soprattutto per dimostrare la tesi che il senso dell’umiltà, di cui i personaggi sono segno, sta nel suo essere nascosta, celata tra le minuscole pieghe del racconto; non la si può dire esaltandola; si può solo proporla, sommessamente insinuandola. Questo criterio è applicato, nella seconda parte, alla «intuizione manzoniana del mondo cappuccino», studiato non in generale ma nei singoli personaggi minori. Il critico conforta le sue affermazioni con abbondanza di documenti letterari e legislativi della scuola cappuccina secentesca, tra i quali compaiono fonti coeve finora non utilizzate da nessun studioso. Tra i manoscritti riservati dell’Ordine, il di Ciaccia, pur ignaro, come egli dichiara, di questo settore specifico, ha scoperto consonanze storiche con i cappuccini de I Promessi Sposi. Con prospettazione storicamente ampia, capovolge molte posizioni dei commentatori, coinvolgendo nella disamina, in qualche caso, Momigliano, Russo, Paolo Giudici. Passa quindi in rassegna le mosse, le parole, i silenzi dei personaggi studiati: rivela, ad esempio, la forte obbedienza e carità di Fazio, il sagrestano, che erroneamente si ritiene pensato dal Manzoni come superstizioso e scemo (pp. 76 ss.), o dimostra come la tabulazione di Galdino abbia una manzoniana referenza all’«omogeneità – per dirla con Ezio Raimondi – del tempo di Dio», che non abbandona mai i suoi figli, di contro all’«eterogeneità», e quindi alla discontinuità e problematicità, del tempo della storia (p. 73).

Particolarmente acuta risulta poi l’analisi circa il conflitto ulteriore del padre provinciale, basata su operazioni di critica testuale e comparativa delle successive edizioni del romanzo – come avviene del resto anche per altri episodi – sulla psicologia del senso di colpa e della «coscienza cattiva» : tutto ciò permette all’autore di concludere che non già la «diplomazia» in quanto tale fece condannare il prelato cappuccino da parte del romanziere, ma – pur entro il quadro dell’antipatia manzoniana verso la politica – fu il «compiacimento» del personaggio medesimo per la piega, egoisticamente vantaggiosa, assunta dalla controversia con il potere (p. 120). Numerose sono le pagine sul guardiano di Pescarenico e sulle ragioni della sua riprensione; sul guardiano di Monza, sui meccanismi dell’«amicizia», sulla fenomenologia dell’ingenuità, travestita dai critici precedenti; sui rapporti tra la famiglia nobile dell’ucciso e il guardiano del convento in cui si rifugiò Ludovico, ecc. La complessiva efficacia del libro è conseguita grazie a un’armonica unità tra prospettazione ermeneutica e verifica critica, tra l’articolazione delle disquisizioni e le osservazioni intuitive, tra ambientazione storico-oggettiva e scandaglio letterario, che penetrano fino alle radici dell’universo manzoniano.
Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza