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Il volume tratta della peste ne I Promessi Sposi e ne La colonna infame, individuando, sulla scorta del testo, i fattori tanto dell’intervento benefico quanto del conturbamento esasperato. Nell’insieme, il lavoro critico è orientato a rispondere al fondamentale quesito sulle ragioni della crisi in cui il Manzoni sarebbe incorso a proposito della peste, già al tempo della stesura del romanzo – un assunto affermato pure da altri citati dal di Ciaccia – che tuttavia egli continuò a svolgere a livello storico ne I Promessi Sposi. Non basta: la disperazione (una «specie di disperazione», a dirla con il Manzoni) coinvolgeva tutta la storia, dove essa implicasse problemi relativi alla Provvidenza, in quanto storicamente epifanica, precisa il di Ciaccia nell’introduzione. Ora, quale brano di storia non è tale che non solo non imponga una impietosa analisi oggettiva, ma anche non presupponga una rivisitazione, diremmo specialistica, della provvidenza teologica intorno alla fattualità? Un lavoro del genere non sarebbe stato insostenibile neppure per il Manzoni se egli non fosse stato difeso da un timore tendenzialmente scrupoloso, da perfezionista – come già rilevato dall’approfondimento, tra gli altri, di Giancarlo Vigorelli –, e sospinto da un amore più efficiente, che è nel silenzio. Questa ultima idea, già rilevata ottimamente da illustri critici, è tradotta in termini di «preghiera».

Ma andiamo con ordine. Infatti è interpretativo questo esito: il Manzoni cessò di percorrere i sentieri non solo romanzeschi, ma anche storiografici, salvo eccezioni pur esse significative, per l’antico bisogno di «meditar». Forse il critico non ha voluto dire che il Manzoni, ad un certo momento, ritenne più utile pregare che scrivere. Ammessa pure l’ipotesi, sarebbe più sensato, se mai, indagare come il Manzoni avesse capito ciò e, di conseguenza, quale significato letterario assumesse il silenzio. Dobbiamo perciò focalizzare l’inizio del saggio, al quale l’ultimo brano si congiunge come è dichiarato nella lettera introduttiva all’indirizzo del Direttore, per quella circolarità estetico-ideologica che vede nell’opera religioso-ecclesiale la spiegazione del perché la traccia letteraria della peste sia andata avanti, pur fra mani vacillanti.

La prima parte del volume (pp. 8-112) studia l’assistenza volontaria al lazzaretto, anticipata da brevissimi scorci ambrosiani concernenti le figure menzionate dal romanziere. La tesi dimostrata è che la sollecitudine non è falsificabile e che carità non è parola ambigua: approfondimento, questo, cui il di Ciaccia è pervenuto grazie al determinante apporto di Franco Cordero, il quale sostiene esattamente il contrario e al quale perciò il nostro attribuisce la maggior parte del valore del proprio lavoro. Per un dettaglio meno sbrigativo, è doveroso segnalare qualche elemento di questa sezione. In essa è seguita, con analiticità cronachistica, la vicenda genetica-istituzionale dell’assistenza al lazzaretto. Grazie al conforto legislativo secentesco, viene dimostrato attendibile l’elogio del Lombardo circa gli assistenti, non solo spirituali – un paragrafo a parte è dedicato all’assistenza propriamente spirituale, assurdamente tacciata di sadismo da qualcuno. Il puntiglioso svolgimento analitico si alterna a disamine globali, atte ad enucleare i presupposti etici del lavoro manzoniano, con considerazioni, ad esempio, sui «gradi della coscienza» emergenti dal racconto. Raccolti alcuni risultati della critica, anch’essi sottoposti a vaglio, l’autore procede ad ulteriori valutazioni.

La seconda parte si appunta su problemi letterari specificamente circoscritti, e tende a una formulazione interpretativa della Colonna Infame. Il critico sostiene l’esigenza illuministica di tale opera, ne difende il genere saggistico, al contempo svelandone le movenze narrative-romanzesche e definendone l’assetto morale. Benché necessariamente selettivo, il saggio-racconto manzoniano rivela, secondo il di Ciaccia, se non una competenza giuridica specifica nel Manzoni – che di fatto egli non possedeva –, certamente un acuto senso del diritto applicato non solo, o non tanto, all’excursus giurisprudenziale, quanto soprattutto all’indagine storiografica sui rapporti tra giustizia formale e giustizia morale. Vero è che la «macchina giudiziaria» ha una propria logica operativa deterministica, capace di stritolare, con il colpevole, anche l’incolpevole, ma ciò non è umanamente né giuridicamente senza profondo turbamento per la specie umana, della quale il Lombardo si è andato facendo voce e parola.

In questo campo il di Ciaccia è stato molto duro, in considerazione di chi ha attaccato polemicamente La colonna infame, oltre che per altri motivi, proprio perché il Manzoni non avrebbe «capito», o quanto meno accettato, il meccanismo cinico dei procedimenti penali. La problematica penale poi coinvolge quella inquisitoriale di marca ecclesiastica, ed è evidente che il Manzoni ha sorvolato sull’argomento: la questione è stabilire per quali ragioni lo abbia fatto. In ogni caso, il di Ciaccia mostra di contestare, a suo avviso sulle orme del Manzoni, l’attribuzione ecclesiastica della responsabilità, almeno totale o anche solo prevalente, in tutta questa faccenda «infame». A scandagliare come avvenga questo fenomeno e perché, non basta la teologia.
Recensione
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