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Ormai da tempo le edizioni Save As di Barcellona aprono piccole ma preziose finestre sul panorama poetico italiano; avvicinano – selezionando tra ciò che nell’attuale iperproduzione in versi si distingue per caratteri come discrezione, passione ed originalità – due tra le tradizioni letterarie che più di altre hanno parallelamente prodotto, nel secolo appena concluso, voci di assoluto ed indiscusso valore. L’iniziativa editoriale curata da Carlos Vitale offre al lettore, in una veste grafica semplice e pregiata allo stesso tempo, la versione in lingua originale e la traduzione in spagnolo di testi di poeti italiani contemporanei, forse accomunati tra loro proprio dal fatto di appartenere a quel genere di uomini e donne che nella penombra e nel silenzio di cui la poesia si nutre, vivono e persistono tracciando comunque, con le loro opere, un percorso di ricerca.

Ed è un percorso anche quello delineato dalle tredici poesie di Prima del potere di Walter Nesti; un viaggio, si potrebbe dire, che da una dimensione di assoluta desolazione conduce, digradando dolcemente, all’approdo di una speranza pronunciata sottovoce ed intrisa di nostalgia e di ricordi lontani. Si va, infatti, da visioni come quelle che mostrano il Dio muto che tace nei tabernacoli vuoti e che descrivono la preghiera come un fiore purpureo che si apre | all’olocausto del dolore a versi che raccontano un’intimità rivissuta nella memoria (Ricordi il sole fermo all’apertura del tunnel | l’odore del muschio premuto dalle ginocchia | eri docile cuore aperto sul sasso dell’incontro), a parole che sottendono alla precarietà umana e che questa accomunano all’idea del futuro come possibile illusione (Trema nei fiumi vacui della sera | la risposta a quel nerbo di speranza | avanza la sua immagine straniera).

Di questo itinerario – del breve ed intenso momento di abbandono alla vita che Nesti ci dona – si può ancora dire che vari sono i protagonisti del versificare e che questi si alternano continuamente, a volte sovrapponendosi tra loro, lungo lo scorrere rapido delle pagine. Si può qui parlare dell’attenzione dedicata alla moltitudine degli uomini che popola il mondo, dell’”io narrante” del poeta e di quel “tu” (che spesso si tramuta in “noi” nell’istante del ricordo) cui l’autore si rivolge con insistenza e che dal dialogo con il quale si dà il via al recupero irrinunciabile della memoria. E’ proprio nei tratti in cui si cede spazio alla rievocazione del tempo passato che il poetare di Nesti si fa più alto. E’ proprio in questi frangenti che l’autore ci rammenta, e rammenta a se stesso, che sopravvivere nel nostro mondo, in un luogo dove il gelo diffonde il suo silenzio, è forse meno faticoso e triste se a guidarci non è l’umana inclinazione al dolore – l’istinto che ci porta a stringere solo la nebbia del viale – ma, piuttosto, il desiderio di non dimenticare quanto già sperimentato, quel nerbo occhiuto vecchio che grida nello spessore di nebbie scarlatte | la sua gioia diroccata dagli anni.

Recensione
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