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In Parole a un pubblico immaginario Alfonso Gatto disse che la poesia appartiene a chi non si difende. In un tempo come quello dei giorni di oggi – un tempo in cui per essere attori della società civile sembra assolutamente necessario votarsi alla competizione, al calcolo e all’opportunismo – rinunciare a difendersi e fors’anche ad aggredire appare come un lusso che pochi, e per poco tempo, possono permettersi. Forse é per quanto si è appena teorizzato che la poesia, in questi anni, si mostra più impegnata a sopravvive che a vivere.

Narrare, come spesso fa la poesia, dell’uomo alle prese con le sue paure ed i suoi dubbi di sempre (con le inspiegabili “foschie” del suo universo interiore) è un’attività, una disposizione che, oggi più che ieri, rimanda a comportamenti comunemente percepiti come negativi; a comportamenti quali, ad esempio, l’eccessiva trasparenza nell’esprimere le opinioni e, appunto, la rinuncia alla difesa. Parlare apertamente e con trasporto delle proprie passioni è probabilmente un altro di quegli atteggiamenti che, all’alba del terzo millennio e seguendo il freddo criterio di catalogazione ormai condiviso dai più, può essere annoverato tra i più prossimi ai concetti di “eccessiva trasparenza” e “rinuncia alla difesa” in precedenza espressi; più vicini a quello che molti definirebbero un approccio poetico (nostalgicamente anacronistico) alla vita.

Dando voce, di contro, a chi della frequentazione della poesia non riesce ancora a fare a meno, si dovrebbero usare parole diverse; si dovrebbe forse affermare: resistere, resistere, resistere, anche passivamente, per tornare ad accettare l’idea che gli uomini, semplicemente, passano nella vita, lungo tutta la vita, senza appropriarsi di questa (ancora Alfonso Gatto delle Parole a un pubblico immaginario).

Passi variati di Maria Lenti è un libro che racconta, con passione, delle passioni dell’autrice; è un libro immerso nella poesia e da questa costantemente attraversato e sostenuto. Anche se si tratta di un’agile raccolta di tre racconti brevi, si ritrovano infatti, in questo volume (oltre alla grande apertura all’interiorità del mondo umano tipica della poesia e alla quale si è già accennato), tutte quelle lievi fascinazioni, quelle formidabili sorprese che avvolgono il lettore quando quest’ultimo, leggendo versi di valore, vede come materializzarsi la sublimazione di quei minimi momenti della vita che la memoria tende a non registrare.

La passione che viene raccontata ed esaltata lungo tutta l’opera, che da questa è pervasa (fino alle “Note” finali che contestualizzano abilmente gli eventi narrati e le evoluzioni di questi), è quella per la politica, per la vita politica partecipata attivamente attraverso l’esperienza di parlamentare nel corso di due legislature. Esprimersi in termini di “vita politica” e non soltanto e generalmente di “politica”, sottintende (per chi scrive queste righe e, si può essere certi, anche per Maria Lenti) la necessità di accettare un importante onere: il peso ed il rischio della conduzione di azioni che portano a risultati concreti; che portano a “lavorare e progettare il mondo”, come dice l’autrice, “per giorni da vivere in più e meglio, da vivere per noi…”.

Nel primo dei tre testi, in particolare - quello dal titolo “Teatro e cinema”, si incontra proprio la narrazione della visione di cui si è appena detto. La preparazione frenetica di una conferenza stampa per la presentazione di una proposta di Rifondazione Comunista sul cinema in Italia (quella per il cinema è un’altra grande passione della Lenti) è il pretesto per raccontare, con una scrittura doviziosa di particolari, densa ed incalzante, della tensione proattiva che dovrebbe essere il minimo comune denominatore di tutti coloro che si dedicano all’impegno politico.

In “Più uno”, invece, protagonista del racconto è la scuola, l’istituzione nella quale l’autrice ha lavorato e lavora (ancora una volta con passione) come insegnante di letteratura nelle medie superiori. Il confronto pubblico nel quale si difende e si critica (posizione della Lenti) la riforma Berlinguer, è l’occasione per fare del testo, in vari passaggi, quasi un saggio su come dovrebbe essere la scuola del futuro. Una scuola non solo al passo con i tempi, ma anche in grado di porsi e porre domande che rompano gli schemi ormai inviolabili della corsa al benessere e allo sviluppo economico; una scuola non solo capace, ad esempio, di aprirsi all’educazione stradale, ma di interrogarsi anche e soprattutto sul “perché di tante macchine, se siano inevitabili la loro “esistenza” e circolazione, se un altro tipo di trasporto sia possibile, magari solo pensabile”. Tutto questo, in ogni caso, a tutela dello studente; a tutela di quell’irrinunciabile “senso di un “oltre” rispetto a quel che”, sempre lui, lo studente, “sta studiando ed imparando” e che lo attende, inevitabilmente, nella vita di tutti i giorni.

In “Onorevole, io voto per lei”, infine, ci si trova improvvisamente di fronte alla politica vissuta nell’ambito dei rapporti interpersonali. Lucilio, che a novant’anni contatta l’autrice per ottenere la tessera del PRC, incarna in qualche modo la dolce ricompensa per chi concorre alla progettazione del “mondo per giorni da vivere in più e meglio”, di cui si è già trattato. In altre parole, Lucilio incarna (amplificandola proprio perché non più giovane) la speranza di poter vedere, un giorno, un mondo migliore, un mondo realmente costruito a misura di noi uomini e nel rispetto dell’ambiente che ci ospita.

Recensione
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