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Vivere inventando un sogno

Soaltà, l’ultima opera in versi di Guglielmo Peralta, narra di una terra di confine, di un luogo – delineato e descritto con sfumati riferimenti spazio/temporali – che ci appare come sospeso tra un’immagine riflessa allo specchio ed il corpo fisico della stessa. E’ proprio da ciò che s’intravede e sosta (senza peraltro essere percepito appieno – spesso affatto – dagli umani sensi) in quella dimensione in bilico tra buio e luce e tra sogno e risveglio, che i versi del poeta palermitano traggono nutrimento e di quel nutrimento, di quell’universo così etereo ed indecifrabile, raccontano.

Dunque soaltà: fusione tra sogno e realtà, coesistenza di due momenti dell’essere che nel vivere comune di oggi quasi si escludono, tracciano percorsi vicini – reciprocamente visibili – ma rigorosamente paralleli. L’operazione, l’esperimento di sciogliere la realtà nel sogno e viceversa obbliga in qualche modo l’autore a produrre versi che sono innanzitutto atmosfera surreale (“…e quest’ombra | che adesso mi conduce | è una luce infinita…”; “…aggiungere stelle alle stelle | mare al mare cielo al cielo”), spaesamento (“…sogno | che prende | il posto | del luogo”) e sorpresa da condividere con il lettore (“E se ci scoprissimo | ad un | tratto | a | parlare | il linguaggio | del sole!?).

C’è poi, e soprattutto – perché è questa l’essenza della poesia di Peralta, il giungere contemporaneo del poetare e del filosofare: un verso che è già pensiero, una parola che è, al tempo stesso, dolce abbandono e profonda riflessione. E’ un esercizio, un contenuto ed una forma, ciò che si è appena descritto, che pervade l’intera architettura dei testi e che pone in evidenza la volontà dell’autore di tentare di cogliere l’istanza prima – diremmo l’urgenza primordiale – del dire umano (“Un altro cielo | è la terra | col suo verso di stelle | Dall’oblò della parola | segreta | il navigante la vede | e vi pianta il suo grido”) e di suggerire una via per vivere la vita che è oltre l’istinto della razionalità (“A l t r o v e | sarà nascita e luce e | questo senso dell’ombra | che esploro | per vivere inventando | un sogno al giorno | strappato alla saggezza | dello sguardo”). E’ un percorso che varca i limiti dell’osservare comune ai più – quell’osservare nel quale si riconosce un unico orizzonte; un itinerario lungo il quale soltanto la voce di dentro, soltanto una pronuncia alta e sincera può divenire chiave di volta per una nuova interpretazione del mondo (“S c o n f i n a r e | per giungere due volte alla meta | per trarre luce | dall’ombra itinerante || Sia sentiero di segni leggibili | la mappa indecifrabile | e acceda la coscienza | al familiare linguaggio orizzontale”). Arricchito dall’occhio vigile e fortemente critico sulla società di inizio millennio (“In un mondo come questo | anche il consumo di una bibita ghiacciata | è un’etichetta di rivolta…”) che si scorge – unitamente all’alternarsi di stati d’animo quali la disapprovazione per le scelte umane e l’ormai amara rassegnazione per le conseguenze che ne derivano – in ?uo vadis, la sezione finale del libro, e dalle prose esplicative del “mondo di soaltà” raccolte ne Il cavaliere della visione rotonda, l’ultimo volume di poesie di Guglielmo Peralta si avvia a conquistare uno spazio nell’attenzione e nella memoria dei più attenti fruitori di poesia. Avremmo piacere che questo viaggio cominci proprio con alcuni versi tratti da Soaltà; versi che sono di buon auspicio per nuovi ed intensi esiti della poesia peraltiana: “Per quali ignoti sentieri | verrà la mia pittura di versi | a celebrare il sogno sulla tela”.

Recensione
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