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Guerra Carestia Peste. Con i frati Cappuccini nell'opera manzoniana

Letture, i cappuccini a Milano, dalla peste di Manzoni alle persecuzioni moderne.
Un libro ripercorre il lavoro dei Cappuccini milanesi

Padova, 28 agosto, 2020
4:00 PM (ACI Stampa)

1630, a Milano, nel pieno della pestilenza che sta decimando la popolazione. Renzo Tramaglino vaga per la città stretta dal terrore e dalla morte, assiste con il cuore dolente a scene colme di pietas, come quando incontra la giovane madre che porta in braccio la figlioletta morta nel carro degli orridi monatti.

Entra nell’inferno del Lazzaretto, in cerca della sua Lucia e di tutti quelli che ha perduto, nelle convulse vicende degli ultimi anni. Nel Lazzaretto incontra fra Cristoforo e alcuni suoi confratelli, che ogni giorno vivono in questo girone dantesco tentando di portare un po’ di luce e di fede. Alessandro Manzoni ha creato scene memorabili nei suoi Promessi Sposi, ma se le sue “creature” sono appunto scaturite dalla fantasia creatrice è alla realtà storica e a quella che conosceva personalmente che lo scrittore ha guardato per creare il suo capolavoro e consegnare all’immaginario collettivo anche figure memorabili di religiosi che davvero hanno dato testimonianza della loro fedeltà alla propria vocazione. I cappuccini, soprattutto.

Con il loro saio riconoscibile da lontano si sono aggirati per secoli nei luoghi più tristi e pericolosi, tra tormenti, malattie, solitudini, morte. I cappuccini hanno dimestichezza con le sciagure della vita degli uomini, le condividono, nella consapevolezza che, in questo modo, rendono visibile e concreta la misericordia divina nella vita quotidiana. Un grande santo cappuccino è Leopoldo Mandic, così caro a tanti pellegrini che anche in tempo di pandemia non hanno rinunciato a visitare il santuario a lui dedicato, a Padova.

Di recente è stato pubblicato un saggio sul tema Guerra, carestia, Peste. Con i Frati Cappuccini nell’opera manzoniana, scritto da Francesco Di Ciaccia, docente, studioso di chiara fama proprio del corpus manzoniano, autore di numerosi studi e saggi. Questo studio, in particolare, analizza il mondo dei Promessi Sposi anche dal punto di vista della presenza dell’ordine religioso, in primo piano nell’ordito narrativo del romanzo. A cominciare dalla presenza del formidabile fra Cristoforo. Lo vediamo, ad esempio, uscire dal suo convento a Pescarenico, mentre osserva il paesaggio intorno a lui, sprofondato in una visione non pervasa dal senso idilliaco della campagna, ma dalla consapevolezza della miseria e delle difficoltà in cui vive la maggioranza della popolazione, esposta ai colpi dell’arroganza di signori e signorotti, dalle guerre condotte per ambizioni e sogni di potere, per un diffuso uso dell’oppressione e della violenza. Incontra persone, a cui non può neppure fare dell’elemosina e può offrire loro compassione e preghiere. Del resto, come viene ampiamente sottolineato nel saggio stesso, i cappuccini considerano la legge della carità come imprescindibile, a cui si sottopongono con una disciplina rigorosa, anche fisica.

Nella Presentazione del saggio fra Costanzo Cargnoni ricorda che i frati sono stati a lungo nell’assistenza ai condannati a morte, ai malati gravi, a cominciare dagli appestati. Si cita l’esempio di san Giuseppe da Leonessa, a testimonianza di ciò.

Il saggio del professor Di Ciaccia permette di compiere un viaggio nel mondo manzoniano, un mondo, come sottolinea l’autore, segnato dal male e dalla caducità umana ma al tempo stesso riconsacrato a Dio attraverso gli umili, i dolenti, gli oppressi e a chi si fa “prossimo” accanto a loro. "Anche la natura si colora di divino e direi proprio di un divino inteso nel senso cristiano, nell’opera del Manzoni", scrive Di Ciaccia, ricordando, tra gli altri, l’episodio di Renzo che ritrova il fiume Adda dopo aver vagato nel terrore per tutta la notte, e nell’alba sente il rintocco delle campane e tutto quello che lo circonda è animato da questo senso della Grazia che spira ovunque.

Un saggio dunque per riscoprire dunque l’infinito mondo dei Promessi Sposi, quell’esperienza della peste che tanto ha da dire anche ai nostri giorni. Ma anche la presenza di un ordine religioso, come quello dei cappuccini, scaturito dal rigoglioso fusto della spiritualità francescana, la cui storia si intreccia con la Storia universale, talvolta riuscendo a trasformarne persino il corso. Questo appare con chiarezza attraverso una figura e una “storia nella storia”, citata nel saggio e che da sola varrebbe la trama di un romanzo: frate Pacifico dalla Scala, spintosi nei luoghi del Levante, come scrive lui stesso da Aleppo il 19 luglio 1627 al padre Guardiano dei cappuccini di Messina. Nella lettera egli spiega che "si è già fondato un conventino nella città di Costantinopoli, con meraviglia (…) anche dei turchi che pure, per carità, ci fanno abbondanti elemosine. (…) Abbiamo ottenuta dal Grande Turco l’autorizzazione di abitare non solo in questa città di Aleppo e di vivere secondo la religione cristiana, ma di andare in tutti gli stati dove ci sembrerà opportuno. Il grande signore permette a tutti i cappuccini di andare e di abitare in tutte e città, villaggi e castelli del suo impero, di celebrare la messa, di predicare e battezzare coloro che sono attirati da Dio al cristianesimo secondo la nostra legge, senza che nessun pascià, giudice, turco o soldato possa impedirlo che ci venga imposto di pregare in alcuna maniera, né per i viaggi e neanche per passare in quelle zone dove vorremmo insediarci: un’autorizzazione che, finora, non era mai stata accordata a nessuno".

Francesco Di Ciaccia, Guerra, carestia, peste. Con i Frati Cappuccini nell’opera manzoniana, Edizioni Biblioteca Francescana Milano, pp.549, euro 34

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