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«Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che è stato concesso di scrivere». Con questa espressione di Jorge Louis Borges mi piace cominciare questa nota di lettura del volume di poesie che raccoglie Duetti solisti di Marco Baiotto e “Frecce di luce” di Claudia Turco, due giovani poeti che si affacciano con forza e qualità al mondo letterario contemporaneo. Ogni poesia è misteriosa, ma dietro ogni poesia c’è una realtà che scaturisce dalla vita, una realtà che sfugge spesso all’autore stesso come al critico, e perciò va interpretata, ma l’interpretazione è sempre un qualcosa di soggettivo. Una poesia è bella o meno bella a seconda se è riuscita o no ad emozionare e a coinvolgere il lettore. Non solo, ma anche se offre una tecnica forbita ed uno stile personale. Nella poesia di Marco Baiotto e di Claudia Turco ho trovato entrambe le cose: il potere di suscitare emozioni, il potere di saper esprimere la propria intimità, e soprattutto uno stile accattivante, semplice, coinvolgente, immediato, che fugge da ogni ampollosità. «Posizioni dunque di netta anti-retorica poiché, invece di ridursi in aggettivazioni deboli e prolisse, la poesia si fa densa di sintesi e ogni parola scandita pare che divenga molteplice irradiando attorno a sé, come un alone, tutte le sue più preziose e intime significazioni» scrive nell’ampia prefazione al volume Raffaele De Lauro. Eppure tra la poesia di Marco e Claudia esiste una profonda differenza, ed è proprio questo che vorrei evidenziare.

La poesia di Claudia Manuela Turco è tutta interiore, una poesia che scaturisce da una profonda esperienza traumatizzante. Forse la chiave di tutto è nella dedica, che evidenzia i concetti principali e gli ideali della propria vita: «Dedicato a mio marito e a pochi altri spilli di luce che combattono per la bellezza, ovvero per la difesa dei cani e contro ogni forma di pornografia e volgarità». L’amore, la bellezza, la natura, la moralità sono viste come esperienza che volge verso la luce e quindi verso la felicità, benché la felicità, come la bellezza, è sempre trapunta di sofferenza e dolore, di spilli e di frecce. Non per nulla la sua silloge, che comprende una selezione da diverse raccolte, ha come titolo “Frecce di luce”. Il primo gruppo di poesie evidenzia un’esperienza in negativo in rapporto all’esistenza, tra dolcezza e veleno, tra vita e morte, ed è il punto di partenza per giungere, attraverso un percorso sofferto, alla luce finale. Emblematica in tal senso è la seguente lirica: «Ho conosciuto il dolore del mare; | ho bevuto il suo veleno. | Nello scrigno della bellezza racchiude l’inganno». La traumatica esperienza personale permette al lettore di immedesimarvisi, vi vede i propri mali, i propri tormenti, le proprie sofferenze, che sono «gigli imbrattati di sangue | per un uomo mai stato fanciullo». Dolore personale che si trasforma in universale, ma da cui scaturisce sempre uno spiraglio di luce. E guai se non fosse così. Significativa in tal senso è la poesia “Un lupo”: «Un lupo | incanta la luna, | un bacio sognato | apre una ferita invisibile, | un fascio di luce | chiude ogni feritoia e spiraglio». Se nella prima raccolta c’è questo aspetto negativo, nella seconda appare il cammino verso la felicità. La poetessa, raccolti i brandelli di se stessa, cerca di ricostruire la vita, cerca di riconquistare la felicità perduta e di ricostruire i sogni distrutti. Ed infatti la prima lirica afferma: «Libere catene di nubi | ai confini del cielo | riportano | fragranze di primavera». A permetterle di raggiungere questo obiettivo è l’altro da sé, il compagno di viaggio. «Due rettangoli luminosi, due finestre sul cortile, | erano interlocutori silenziosi | che fingevano di non conoscersi». Nasce il dialogo, ed il dialogo porta alla serenità interiore, come evidenzia la lirica “Pugnali d’amore”. Ma si tratta di una dolce battaglia, una battaglia combattuta insieme e vinta insieme. Vinta in due, tra «parole | fatte di silenzi, | sguardi, cenni, | brezze e fruscii». Nella silloge successiva “Architetture” l’esperienza traumatica e traumatizzante è superata. La ricerca della bellezza e della felicità è costante. L’amore vince. La poesia di Claudia, benché non sembri, oltre ad una poesia interiore è una poesia d’amore, una poesia di una vita felice, conquistata tramite le profonde ferite delle spine dell’esistenza.

In posizione quasi speculare alla sua poesia sta, nello stesso volume, quella di Marco Baiotto. Essa è diversa sia sotto l’aspetto tonale che emozionale, poesia già libera e liberatoria in partenza, ma lo stile è controllato, la forma curata, ogni parola calzante. La ricerca stilistica è costante. In Marco, infatti, si intrecciano diversi stili, che vanno dal petrarchismo ad uno stile aulico alfieriano, da un linguaggio moderno ad uno personalizzato. La sua poesia spesso fa riferimento a personaggi della cultura, della letteratura, della storia. Si tratta di una galleria di stati d’animo, di emozioni, di sentimenti, di esperienze, quasi in una totale rappresentazione umana. Ma mentre in Claudia è possibile riscontrare un percorso umano interiore attraverso le sillogi, in Marco esiste solo il rapporto uomo-poesia-bello estetico, che manifesta una pacatezza e serenità interiore. E nell’ambito della ricerca del bello estetico si colloca la sua poesia d’amore, amore chiaramente rivolto verso la sua compagna. Un’emozione sincera e travolgente. Significativa è in questo senso la poesia “Desiderio”, in cui il rapporto con l’amata è di totale sottomissione. Vuole essere il mare per subire le carezze del vento, vuole essere ape per sfiorare il bocciolo di pesco, vuole essere elfo per rincorrere la sua fata, vuole essere notte per tenere per mano il giorno, vuole essere ciliegio per poter godere un alito di primavera, vuole essere acqua cristallina per poter rispecchiare la luna. I termini di paragone sfiorano il simbolismo e il richiamo al libro della Bibbia “Il cantico dei cantici” è evidente, benché Marco rielabori in senso completamente moderno la sua esperienza d’amore, che si snoda nel rapporto spazio-tempo. La fantasia si fonde con l’infinito, la ricerca della bellezza si fa quasi ricerca della divinità. Il culto del bello è culto per la vita. Nasce così un desiderio di luce, mentre il poeta «ama smarrirsi nell’immensità del cielo notturno». Lo spirito e la materia si fondono, si fanno emozione interiore e in questo frangente è tormentoso pensare ad un abbandono. «Utopia l’amor come amicizia, | troppo debole lo spirito o paura di noi stessi non so, solo so ch’eterno peccato è l’aver perso per sempre il tuo affettuoso calore». La realtà si fonde allora con il mito e il sogno. Il mito è la conquista definitiva dell’essere, dell’incanto, della felicità ricercata insieme.

La poesia di Claudia Turco e di Marco Baiotto, uniti nella vita, così come in un volume di poesie, bello e stupendo, si completa a vicenda, ed essi insieme, come in una favola, ci offrono una poesia che corre verso la luce, come insieme due innamorati volgono verso l’alba.

Recensione
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