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Lord Glenn. L’anima di Byron nel cuore di un cane

«I cani sono migliori degli esseri umani perché sanno ma non dicono» scrive Emily Dickinson. Questa espressione è emblema del rapporto millenario uomo-cane, un rapporto di amicizia, di confidenza, di fiducia, cominciato almeno 15.000 anni fa. Questo rapporto privilegiato è continuato nel corso dei secoli, come ci è stato tramandato attraverso l’arte figurativa, la letteratura, la mitologia, ad indicare che il rapporto di amicizia e di fiducia non è mai venuto meno. Ma oggi è ancora così? Cosa direbbe un cane, un cane qualsiasi che potesse scrivere la storia della propria specie? Be’ forse la prima cosa che salterebbe agli occhi sarebbero i numerosi tradimenti dell’uomo nei confronti dell’amico fedele, ma certamente grande parte avrebbe anche quell’amicizia strenua da parte di coloro che hanno avuto e continuano ad avere fiducia in lui, perché vi hanno trovato un compagno, un amico, un confidente. Della vasta letteratura sui cani, si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia, e l’argomento, se trattato con amore e con affetto, è sempre nuovo e allettante, soprattutto se dietro la narrazione c’è uno stile di vita.

Brina Maurer è una narratrice attenta, ma si mostra soprattutto profonda e passionale nel suo recente romanzo Lord Glenn. L’anima di Byron nel cuore di un cane. Proposto al lettore come “Manoscritto di Ossolungi”, appare quale seguito ideale del “Manoscritto di Missolungi” di Frederic Prokosch, il quale aveva romanzato l’autobiografia di Byron. Era noto che il poeta inglese annotasse, su taccuini, pensieri ed emozioni: ma è anche vero che i suoi amici alla sua morte bruciarono tutti questi scritti e nessuno mai si era lasciato andare all’idea di creare un falso, di riscrivere le memorie del famoso poeta inglese. Byron, spirito libero e passionale, alla sua morte non poteva finire nel nulla. E la sua anima che fine avrebbe potuto fare? Brina Maurer, nel proseguire la narrazione del Manoscritto di Missolungi, racconta come l’anima di Byron si è reincarnata in un cane di nome Glenn, idea che appunto viene ripresa nel sottotitolo: L’anima di Byron nel cuore di un cane. Il volume si apre, infatti, con un dialogo tra Byron e dio (indicativa è la minuscola).

Il nocciolo e l’anima del romanzo, a mio avviso, sta proprio nella parte iniziale, negli antefatti, in quelle pagine che vedono dio e Byron prendere la decisione della reincarnazione. «Ma sei sicuro di volere proprio lei?» chiede, perplesso, dio a Byron facendo riferimento a Brina, la donna che lui aveva scelto come compagna. E il dubbio di dio è: «tieni presente che Brina non crederà mai veramente che Glenn sia Byron». Tutto questo Byron lo sa, ma sa pure che l’amore è capace di spostare anche le montagne: «Glenn sarà attratto dall’acqua, dal mare come me […]. Il meglio di me sopravvivrà in lui». Tra il cane e la donna ci sarà una profonda empatia «sarà una passione inesauribile, la loro […]. Il nostro sarà un amore proibito, assumerà tante forme in tante, infinite vite; non si esaurirà mai. E lei lo sentirà, lo vedrà nei miei occhi». E quando dio gli ricorda che lei è già sposata e che quindi le sue fantasie sono assurde, Byron risponde: «È proprio per questo che voglio diventare un cane, altrimenti non avrei nessuna speranza di conquistarla! Lei ha bisogno di una creatura soprannaturale, del vero amore romantico, non di quello umano volgarmente procreativo» (p. 16). Dopo un dialogo serrato, dio è quasi costretto a cedere, ad ammettere che l’anima di Byron è un’anima superiore, e che lui, dio, «non vale più di un ragno, perché un ragno vale quanto un bimbo, che non vale più di un cane, che non vale meno di un gatto. Però, solo l’uomo mi è riuscito così male, così pieno di sé».

L’esaltazione della vita, della maestà di Dio, della sua immagine quale protettore della vita dell’universo e dell’uguaglianza di tutti e del diritto di tutti alla vita, non poteva essere espressa in maniera metaforica meglio di così, anche se l’apparenza potrebbe apparire blasfema. Il concetto ci ricorda le parole di Byron, il Byron vero, che scrisse riguardo al suo amato terranova Boatswain: «Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità, Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia, e tutte le Virtù dell’uomo senza i suoi Vizi».

Glenn ha l’anima del poeta, dell’uomo, dell’animale, dell’amico, ha le sue esigenze, le sue idee, la sua espressività, la sua emotività, è un cane-uomo. La sua compagna, amica e confidente è una donna-cane che «non vuole figli ma cani, e questo non la rende meno completa come donna» (p.15), secondo quanto afferma Byron nel dialogo con dio prima della rincarnazione. Un’unione felice, una simbiosi emotiva e partecipativa che diventa metafora, monito, consiglio, e trasposizione del rapporto uomo-animale, ma soprattutto padrone-cane nell’attuale società che spesso calpesta gli affetti e i diritti degli animali. Ormai i presupposti ci sono tutti. La relazione tra Byron-Glenn e Brina andrà sicuramente bene. Forse erano predestinati. E dio si vede costretto ad ammettere che non tutti gli uomini gli sono riusciti male, dal momento in cui Brina «è riuscita meno male degli altri».

Il romanzo di Brina Maurer fa idealmente parte di un progetto per la difesa degli animali (dei cani in particolare) che è quello del “Progetto Parco-rifugio” dell’E.N.P.A di Udine, che mira ad ospitare in un parco accogliente, e non in un canile comune, quei cani che vengono abbandonati spesso da padroni infidi, favorendone una maggiore possibilità di adozione e offrendo alla comunità locale l’opportunità di accrescere l’amore verso gli animali, in generale, e verso i cani in particolare.

Glenn è un cane malaticcio, malnutrito, un reietto che, pur essendo incarnazione di un genio, è costretto a vivere da randagio fino a quando non ha la fortuna di incontrare dei veri amici, che lo accolgono in casa, lo curano, si preoccupano per lui, gli offrono una famiglia e tantissimi affetti. La protagonista del romanzo, Brina, e il marito, Mattia, compiono un percorso umano di affiatamento e di avvicinamento che giunge alla fine ad una perfetta simbiosi. Glenn diventa sempre più umano e i protagonisti (il marito ha in questo una sua parte fondamentale) si avvicinano a Glenn, che sa anche parlare se si ha l’attenzione di volerlo ascoltare, interpretandone le esigenze.

L’autrice, ripercorrendo la storia di Glenn, espleta numerosi parallelismi con la biografia di Byron, come l’amore per il mare e per la montagna, il desiderio di vivere in spazi liberi, o l’avere dei difetti fisici: Byron zoppicava come Glenn, ed era malaticcio. Ma questi difetti non impediscono la sua adozione, anche perché la protagonista ha pure dei problemi di salute. Brina spesso chiamerà inconsciamente o volutamente Glenn anche Byron, sovrapponendo la sua immagine a quella dell’eroe romantico, in un profondo processo psicologico dal sapore junghiano nel realizzare un sogno magico di osmosi e simpatia.

Questo rapporto di amore e di amicizia durerà senza un attimo di pausa, nella buona e nella cattiva sorte, per tutto il romanzo, cosa che aiuterà il lettore non solo a scoprire un mondo nuovo, ma soprattutto a conoscere e comprendere meglio, oltre che ad amare, ogni essere, e soprattutto il cane, che degli animali è forse il più sensibile e il più vicino all’emotività umana. Tutto questo Brina Maurer ci fa comprendere ogni giorno e in ogni occasione di questo suo diario, una narrazione d’amore e d’affetto, ma soprattutto di crescita umana: «Non si accese subito la scintilla incendiaria, però poi, a ogni nostro sguardo, si sviluppava la reazione chimica tipica del colpo di fulmine e in petto battevano sempre i nostri cuori all’unisono. Era il mio Principe Azzurro. Mi ha reso protagonista di una favola senza fine».

Lord Glenn, che rappresenta il seguito delle avventure del precedente romanzo Glenn amatissimo, funge da anello conduttore con quanto è in cantiere di questa trilogia, Glenn di Raibl. Inoltre, ci fa capire che l’uomo, il quale crede di sapere tutto sul mondo animale, non sa nulla sulla sua emotività, sui suoi sentimenti, sulla sua sensibilità. Il romanzo, nella descrizione di quei gesti quotidiani, ci fa capire che in effetti c’è bisogno di una rivoluzione morale, di un modo diverso di pensare e di vedere i nostri fratelli animali, e di scoprire che anche loro hanno un’anima, ma soprattutto che la loro dignità è pari a quella dell’uomo. Questo concetto ci porta alla problematica, trattata qua è là nel cursus narrativo, dell’abbandono, che è diventata una “piaga sociale”, oltre che un’offesa gravissima nei confronti dell’animale tradizionalmente amico dell’uomo. Il cane non è un oggetto ma un amico, chi lo possiede non è un padrone, ma deve capire le sue esigenze e rispettarlo. La cosa più vergognosa è il tradimento. E cosa sarebbe l’abbandono di un cane che ha fiducia nell’uomo? Il rapporto d’amore tra Glenn e Brina non viene mai meno, come non viene mai meno tra Glenn e Mattia.

Il romanzo di Brina Maurer non è un romanzo sui cani, non è neppure un romanzo su un cane, come non è diario di fatti legati alla quotidianità di un animale in rapporto al suo ‘padrone’, ma un romanzo d’amore, anzi la rappresentazione di una storia d’amore che scopre l’affetto nei piccoli gesti, che scopre la vera amicizia, nata e cresciuta in un appartamento, durante una gita, durante una settimana di vacanza, nel chiuso di una stanza. «Non crediate - scriveva Konrad Lorenz - che sia crudele tenere un cane in un appartamento cittadino: la sua felicità dipende soprattutto dal tempo che potete trascorrere con lui, dal numero di volte che vi può accompagnare nelle vostre uscite… Al cane non importa nulla aspettare per ore ed ore davanti alla porta del vostro studio, se poi ne avrà in premio dieci minuti di passeggiata al vostro fianco. Per il cane l’amicizia personale è tutto. Ricordate però che in questo modo vi assumete un impegno tutt’altro che lieve, perché dopo è impossibile rompere l’amicizia con un cane fedele, e darlo via equivale ad un omicidio».

Una simbiosi che non viene mai meno, neppure nella malattia, anzi in essa si acuisce. La protagonista è molto apprensiva quando vede che qualcosa non va nella sua salute, lo cura, lo porta dal veterinario, capisce i suoi sintomi, li interpreta e ne compra le medicine, descritte in maniera dettagliata e somministrate con puntualità. Curarlo è come curare se stessa. Ma anche nella vita quotidiana dargli il cibo è un atto d’amore, significa capire le sue abitudini, come la ciotola messa sempre allo stesso posto.

Le gite sono la cosa più bella per Glenn, si sente davvero protagonista, e lo legano particolarmente alla sua amata, ma lo spingono anche a fare altre conoscenze, a conoscere i suoi simili, a farsi qualche amichetta. Ma Glenn è sempre diffidente, sta sempre all’erta. Non dimentica i cattivi gesti. Impressa gli rimane nella memoria la scena dei due ubriaconi, che lo prendono in giro, che lo maltrattano, che gli fanno paura. Due volti che non dimenticherà mai, e quando li incontrerà una seconda volta, riconoscendoli subito si metterà in guardia. Proprio in questo caso, il dialogo con Brina si fa intenso. Ormai si capiscono alla perfezione. In effetti «la donnacane era diventata sempre più cane e il cane sempre più umano»: la simbiosi è completata. Raggiunto questo stadio, la paura della morte e della separazione si fa intensa: siamo alla fine del romanzo. Una malattia mette tutti in ansia ed in apprensione; ma Lord Glenn non vuole morire, forse diversamente da Byron, e non ha paura della bellezza che si sta spegnendo e dello sfacelo del corpo, ma forse ha timore della separazione. La narratrice conclude: «la sensazione di morte imminente si faceva sempre più forte, rendendoci ancora più uniti. Il tumulto dei sensi non aveva raggiunto l’acme però. Per questo una vita intera non sarebbe bastata» (p. 179).

Il romanzo di Brina Maurer si legge con piacevolezza, la partecipazione dell’autrice alle vicende narrate si fa intensa e credibile e, scaturita certo da un profondo amore per gli animali, spinge il lettore ad amarli, a conoscerli, ma soprattutto ad arricchirsi emotivamente ed umanamente.

Recensione
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