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La dama di Onirion

Non sempre l’analisi di un testo letterario e questione di genere, anzi negli ultimi cinquant’anni le varie espressioni artistiche hanno sciolto alcuni canoni, cosi da rendere molte opere di difficile classificazione, secondo un metodo oramai classico. Il primo pensiero che sovviene leggendo La dama di Onirion di Marco Baiotto, il quale attraverso il sottotitolo specifica che si tratta di una silloge, e quello di trovarsi di fronte ad un romanzo, del genere fantasy-gotico. Abbiamo una dama, quindi una figura femminile, e un luogo di fantasia che si chiama Onirion, tra l’altro ricollegabile ad alcuni romanzi francesi di stile fantasy che ritrovano in quel mondo magico una ambientazione romanzesca. Niente di piu errato, invece. Tuttavia, esiste una trama sottesa che indica almeno due elementi presenti e nei quali l’opera s’immerge: la figura femminile e il sogno. Non e un caso che la poesia incipitaria consideri il sentimento amoroso e faccia riferimento al mondo onirico, pur evidenziando una “istrionica poliedricità” dell’Io, come si dirà più avanti.

E' pur vero, pero, che senza tradire quell’impressione iniziale derivata dal titolo si presenti una condizione narrativa soffusa, celata, un viaggio che inizia con Le crociate della poesia e che contempla, nelle altre tre sezioni, figure mitiche medievali (o cavalleresche) come il cavaliere, il drago e la dama. Siamo di fronte, dunque, ad una condizione dove il viaggio, la crociata per l’appunto, s’insinua nel rapporto tra l’uomo e la donna, all’interno del quale la figura draconica e il simbolo della dialettica. Ecco, allora, che l’opera di Baiotto dimostra, a nostro avviso, una complicata struttura che sarebbe errato ricondurre esclusivamente alla dimensione onirica e alla narratività, ma s’insinua perfettamente nel reale, filtrandolo intimisticamente, mantenendo tuttavia i legami con il mondo oggettivo. In questa nodalita espressiva il protagonista della poesia sembra essere quasi esclusivamente l’Io, con una autoriflessione dialogante che permette l’emersione della solitudine, cui si associano il ricordo, la maschera, il dubbio e lo smarrimento.

Il silenzio è una delle possibili trame, perche si ricollega direttamente al rapporto tra il cavaliere e la dama (tra l’Io e il Tu) in una condizione che non e semplicemente relativa, ma si estende all’oltre e all’inconoscibile. «E divengo Nulla, / nella clemente illusione dell’eternità, scrive l’autore riferendosi alla condizione del poeta, ma oltre afferma: Fin quando, ai confini del tempo, / risalendo il monte / dell’Indifferenza, / ho raggiunto l’ultima vetta, / ogni pulsione positiva e contraria ho sublimato, / distillando / Il Grande Equilibrio, / ma ancora e sempre, / solo il Nulla, silenziosamente, vuoto». Esiste, in questa concezione di specchi e di riflessi, propria della poesia di Marco Baiotto, una condizione duale, in cui la solitudine e il silenzio vengono spesso chiamati in causa. Esemplificativa la prima poesia della sezione L’ultima principessa, dal titolo Due soli, in cui l’infrazione della solitudine si fa onnicomprensiva: «Corro senza sosta e urlo ai quattro venti il mio dolore, / e quando sfinito crollo sull’inclemente terra polverosa, / per sfuggire alla follia, / non mi resta nient’altro da fare / che sedermi ad osservare il silenzio, / in silenzio». Questo stralcio riporta ad una indicazione complementare, che sfocia nel sogno. Non è semplice vagheggiamento del poeta, ma osservazione delle cose (egli osserva persino il silenzio), della Principessa e del mondo. Ma, cosi come accennato, la visione dell’enigma e la visione dell’anima. Questa prepotentemente entra nella poesia con un dato lessicale imponente (circa una settantina di occorrenze), segnalando e dimostrando lo stupore (Il respiro delle cose) di fronte alla realtà, ma anche il valore introspettivo della scrittura: «Lungi dal voler giudicare, / troppi i riflessi dispersi e le incrinature deformi, / con fatica mi limito / del mio rozzo specchio l’immagine opaca ad osservare, / ad altri di ‘si regal pesante e nobile investitura bardati / il fardello del dipanar codesta inestricabil matassa».

La parola si dimostra essere, dunque, il luogo della peregrinazione, il cui valore ultimo si può sintetizzare nel termine “fine”, ma non inteso come conclusione di qualcosa, ma nel senso etimologico di finis, di confine. L’espressione dell’Io e il sondaggio gnoseologico di questi confini, riflesso del rapporto tra il cavaliere e la conoscenza stessa: «La sua scintillante corazza d’argentee scaglie, / da sapienti mani forgiata agli Albori della Conoscenza, / nulla può contro l’Invisibile Nemico, / se non accrescere la sua immensa forza / con quell’inesauribile linfa / attinta dalla Sorgente del Supremo Ideale: / Conoscere per essere libero, / Conoscere per servire». Esiste, dunque, una marcatura dell’essere alle volte enfatizzata dalla clausola “Io sono” che e anche dell’esserci (heideggeriano), e quindi del rapporto con il mondo. Il drago, che da il titolo ad un’altra sezione, sembra la personificazione di questo status, da cui emergono la “crisi contemporanea” e le rovine del mondo, come indica l’autore in una poesia. Non esiste, tuttavia, una ripartizione meccanica di temi e di motivi, esiste il libro nella sua concezione totale.

L’ultima principessa non è solo il titolo di una parte del libro, ma e anche la personificazione del sentimento e dell’approdo. Approdo, e qui apporto un ulteriore elemento alla mia analisi, che in se stesso e un confine, un punto oltre il quale non si sa bene cosa esista. Si realizza, nella figura femminile, la sintesi dialettica di un’intera poetica, la funzione pronominale dell’Io diviene duale (due e un termine che ricorre marcatamente), ma al contempo anche questa nuova essenza viene a relazionarsi alla solitudine. Nella nuova natura, trasformata, si ha lo slancio di un superamento: «Due gocce sole, / finissime da cieli diversi, / s’unirono in amplesso sul dorso / d’una lussureggiante foglia, / e da allora / fu impossibile distinguerle».

Il sogno sembra essere morto in alcuni istanti, anzi per essere piu precisi e molto spesso richiamato in negativo, tuttavia non vi e un’arresa. Non dimentichiamo che il titolo è La dama di Onirion e nella fusione delle due gocce già richiamate si prospetta la salvezza. Il viaggio, o meglio, la crociata (per rispettare il lessico dell’autore) si conclude nella donna e, nella tensione originale dell’espressione e delle strutture, Baiotto ritorna al concetto classico della tradizione petrarchesca della poesia italiana.

Recensione
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