Servizi
Contatti

Eventi


Prefazione ad
Armonici cromatismi emozionali
di Giovanni Ivan Tavčar

la Scheda del libro

Giuseppe Manitta

La letteratura è piena di musica, dei suoi trilli, delle sue malinconie, delle sue espressioni, delle sue esecuzioni e il testo di Giovanni Ivan Tavčar è un romanzo musicale, che coglie i segreti intimi della melodia e li riporta nella pagina con una consapevolezza preliminare: la musica e la sua interpretazione strumentale sono un dato interiore più che puramente tecnico. Così avviene per il suono delle note così per quello delle parole. Questa consapevolezza riporta alla memoria un serto di Malombra di Fogazzaro, non incluso dalla critica tra i testi che hanno contraddistinto il rapporto tra la letteratura e la melodia, in cui l’autore, però, condivide con Tavčar una considerazione: “Fuori di noi non c’è musica, non c’è che un vento. Le corde sono dentro di noi e suonano secondo il tempo che vi fa.”

Per comprendere quelle corde non basta sentire, ma studiare e immaginare le motivazioni della composizione, i suoi dubbi, gli aneliti, come scrive Marco, il personaggio di spicco di questo romanzo: “Sì, e questo è proprio strano. Diverse volte mi sono chiesto perché tanti musicisti così poco sanno delle ragioni musicali, della storia della musica, perfino dei compositori, che pure eseguono. Semplici esecutori, li chiamo io, non musicisti; non conoscono il periodo in cui una data musica è nata, le sue peculiarità, la personalità del compositore, il suo mondo interiore. Non è difficile capire, perciò, perché non riescano a comprendere, e naturalmente nemmeno a comunicare, il messaggio della musica che eseguono”.

I protagonisti del romanzo sono, infatti, tre musicisti che si conoscono al Mozarteum di Salisburgo e da lì nasce un trio che, per varie ragioni e in particolare per la relazione che viene a instaurarsi tra Marco e Melanie, trova una grandissima sintonia, con le premesse per scalare il successo. Ma le stesse motivazioni che l’hanno affiatato sono quelle che lo distruggono, lo limitano, rendono impossibile la sua completa formazione, nonostante a distanza di tempo il gruppo si ricomponga. E’ impossibile, leggendo questo romanzo, evitare un paragone con un altro testo, Il soccombente di Thomas Bernhard, per una serie di affinità che vi sono. Innanzitutto il luogo in cui s’intessono i rapporti, che è il Mozarteum di Salisburgo, la consistenza del gruppo (dato che anche in Bernhard si tratta di un trio) e il destino di chi soccombe, il dramma insito nel genio esecutivo del pianista.

Esistono, però, delle differenze sostanziali. In Tavčar non abbiamo la morbosità della ricerca del successo, ma al contrario, ciò che più interessa è scovare l’anima delle note, comprendere l’uomo che le ha scritte “perché solo comprendendo l’uomo, si può risalire alla sua musica, al messaggio della sua musica”. L’asse del romanzo, a parte gli elementi notati, non lega la perdizione al successo, ma vede nella musica l’elemento per eccellenza dell’io, vede in essa la salvezza e il rifugio. Ecco, dunque, che la concezione, rispetto al testo di Bernhard, è diversa.

Marco si avvicina alla perdizione a causa di una splendida ragazza che incontra a Salisburgo, con la quale condivide l’intimità del corpo e dell’interpretazione musicale. Di lì, il destino è segnato e si stabilisce lungo una zona a limite, che lui stesso definisce limbo, cioè un grigiore dove l’esistenza stessa e la musica, che per lui sono consustanziali, si sgretolano e perdono di valore. Ma sarà proprio l’amore per la musica, e l’ingerenza dell’amicizia di Lisi, a scardinare le chiavi del limbo, a permettere di riacquistare l’anima perduta. La vicenda di Marco, dunque, è una doppia storia d’amore: per la donna e per l’arte. E questi due elementi perderebbero di valore se non si collegassero a luoghi ben specifici, che oltre a Salisburgo, conducono a Vienna, Dresda, Venezia, Verona e tante altre città europee. Venezia, che è poi la città di Marco, si manifesta in tutto il suo splendore, sia nei luoghi noti che in quelli nascosti: “Venezia – ammette il protagonista – non si offre al visitatore frettoloso e superficiale. A Venezia ogni fretta è sprecata, inutile, dannosa. A Venezia bisogna saper aspettare, oziare, lasciar scorrere il tempo, guardare, osservare, memorizzare. Poi, pian piano, quando meno te lo aspetti, essa si apre, ti lascia passare, ti accarezza, ti offre tutte le sue bellezze, ti avvolge con le sue avvolgenti spire, come una fascinosa e conturbante amante”.

L’amore di Marco per tutte le arti fa sì che le città divengano una sorta di uovo di Fabergè, splendide di fuori e che racchiudono una sorpresa imprevedibile e altrettanto preziosa. Il percorso di tutti i personaggi, dallo slancio iniziale alla perdizione, al recupero di sé, nei limiti del possibile, si lega però non solo ai luoghi e alla musica in generale, ma intimamente a quella di Schubert, che costituisce una sorta di centro focale come le Variazioni di Goldberg di Bach per Glenn Gould di Bernhard. Nel nostro caso è Schubert il correlativo oggettivo dell’anima di Marco; ritornare alla sua musica significa impossessarsi nuovamente di sé.

Da tutti questi elementi nasce il titolo. Gli Armonici cromatismi emozionali di Tavčar raccolgono in sé le armonie musicali e gli arcobaleni dell’anima, creando infine un romanzo di emozioni.

Materiale
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza