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Prefazione a
L'attimo e l'infinito
di Pietro Nigro

la Scheda del libro

Giuseppe Manitta

L’attimo e l’infinito, già dal titolo, racchiude in sé le due aspirazioni della poesia di Pietro Nigro: la realtà storica e biografica in cui egli vive, l’idealità o “futuralità” stessa cui la poesia e l’esistenza aspirano. Siano di fronte divisa in due sezioni, la prima che dà il titolo alla raccolta, la seconda costituita da un’antologia di versi tratti da testi pubblicati alcuni decenni fa. Si tratta, però, di un percorso unitario che, a ben vedere, si segnala pienamente come lettura del mondo contemporaneo, in cui l’io si relaziona al mondo e non si staglia in una autoreferenzialità spicciola. Ma, a differenza di molta versificazione che dialoga con la realtà, questa è intessuta di un lirismo che vive nella storia e, quindi, non ha perduto (e non perde la sua diacronia) l’interesse per l’equilibrio e la raffinatezza. L’infinito che Nigro cita nel titolo consiste nella meta del percorso tracciato, quasi raggiungendo egli stesso la meta che appare quale aspirazione in Ritornerà il gabbiano: «Ritornerà il gabbiano / che volò dietro la porta del tempo / a riportare certezze / di un ritorno illimitato / quando le labbra susciteranno / parole ibernate nell’attesa». Il poeta è, infatti, certo che anche le illusioni coltivano speranze e sono proprio queste che possono dare una certezza all’instabilità del presente. La dialettica tra la deriva e la possibilità di una salvazione si concretizza in un’alta considerazione della speranza: «Datemi un appiglio ancora / ad eternare il presente. // Ho solo speranze d’armonie di cieli ignoti».

C’è una differenza sostanziale tra il poeta e gli uomini o, meglio ancora, tra il poeta e l’uomo contemporaneo nella sua generalità che consiste nella coscienza della ragione, così come si esprime in una bellissima preghiera laica rivolta alla vita: «… fammi natura che vivifichi un dio / luce di un indistruttibile presente / e splenda agli occhi di uomini / a cui sembra negata la ragione». Quest’ultima considerazione permette di valutare l’ingerenza delle maschere all’interno del nucleo relazionale, una caratteristica che sonda la fragilità e l’inconsistenza di alcune convenzioni sociali. Perché la maschera, per Nigro, non è semplicemente quella pirandelliana, ma si estende alla società stessa, ai suoi luoghi comuni, alla sua impalpabilità di corpo a sé stante: «Sono stato ad Amsterdam che mi avevano detto spregiudicata. // Ma vi ho trovato le stesse luci rosse / forse un po’ più appariscenti / meno ipocrite dei bui recessi / dove si vende l’anima e la carne. / La vita ha passioni che nasconde / per paura di una gente / che le sue stesse colpe sprezza / solo negli altri» (Amsterdam).

Nella ricerca della sostanza delle cose attraverso un andare a ritroso, Pietro Nigro si caratterizza per il recupero dell’essenza esistenziale. La poesia, in tutto ciò, ha un valore fondamentale, salvifico direi, in quanto espressione più alta dell’anima, ma al contempo luogo per eccellenza della riflessione. Tuttavia, ciò che l’autore contempla non è semplicemente la scrittura, ma la fascinazione insita in ognuno di noi. Indicativi i versi di Muore la poesia se: «Muore la Poesia / se non procacci speranze di voli supremi […] / Muore la Poesia / se alimenti sterili vanità […] / Muore la Poesia / se non hai chimere da coltivare / trance di verità invalicate, / ma rattrappite ali sulla melma della vita».

In questo orizzonte possiamo cogliere tutto il valore civile e in particolare la tensione storica di L’attimo e l’infinito, considerando anche la sua appendice. L’opera letteraria si tramuta in pungolo di riflessione e, quindi, attua il dialogo con il suo lettore. Questa capacità è chiara, ma altrettanto la sua considerazione meridionalistica, in cui emerge il valore del Sud e la difesa per una terra martoriata, ma indefessamente attraente, come la Sicilia. L’autore ama le cose semplici di questa terra, che rievoca in modo sublime e affascinato, ma soprattutto la genuinità e la purezza: «Lascia che io respiri ancora / aromi di pane secco / d’olive e di menta / al riparo di quel muro di pietre / e di roveti, / tenero dono di duri padri, / o volo estremo di provvidi gabbiani / su neri germogli / affogati nel fumo di ciminiere / che lascia poco spazio al cielo».

L’oblio, della propria terra così come della propria coscienza, riduce in povertà. Riappropriarsi del perduto significa ridestarsi e ricordare. In quest’ottica è importante fissare e vivere intensamente gli affetti, anche nella loro diversità: «Irrefrenabile scorgi nei miei occhi / ed io nei tuoi / questo senso di mutuo perderci / io e te in noi / nell’attesa di una notte propizia / in cui si scontrino i nostri due sogni». Il viaggio e il sentiero che si percorrono vedono una variata angolazione di osservazione. Il caso del sentimento amoroso è chiaro se, considerati i versi appena citati, leggiamo anche quelli tratti da Quella sera a Montmartre: «Ma disfa il tempo storie d’amore / che lentamente si dissolvono / in tremule chiazze d’ombra e di luce / e non sarà più nostro il domani».

L’esperienza poetica di Pietro Nigro, così come appare chiaro da questa raccolta, s’inserisce in una meditazione sulla parola e sul mondo, inquadrandosi come una ricerca del tutto personale, capace di cogliere gli aspetti della realtà interiore e di quella esteriore, i moti della storia e della società, mantenendo in questo orizzonte il gusto per la metafora e per la raffinatezza stilistica, cosa non sempre usuale.

Materiale
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