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La conchiglia dell'essere. Poesia per Piero della Francesca

Parma, 9 giugno 2010,
Galleria Centro Steccata

Il libro di Patrizia Fazzi La conchiglia dell’essere, corredato da bellissime illustrazioni a colori, si richiama ad uno degli artisti da secoli al centro della storia della pittura mondiale, Piero della Francesca, talmente famoso che come Dante, Galileo, Leonardo, viene chiamato con il solo nome, Piero, che basta ad indicarlo. Questo amore e devozione della poesia per la pittura viene da lontano: basti pensare alla composizione di Dino Campana per un quadro cubista di Ardengo Soffici o alla straordinaria fusione di motivi tra Apollinaire e Braque, complice Picasso. Ma recentemente questa compenetrazione tra pittura e poesia, tra parola e immagine l’ha insegnata un grandissimo poeta del Novecento, Mario Luzi, quando ha intrapreso il suo Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini e ha cominciato a raccontare che cosa è la pittura quando non è più pittura ma soltanto immagine della parola, quando non è più soltanto pittura ma viaggio, tentativo di dichiarare, esibire, offrire il tessuto del destino di un artista: con lui nel ‘900 abbiamo cominciato a capire che cosa è la parola per la pittura e cosa significa la pittura che diventa parola, come nelle poesie di Patrizia Fazzi.

La conchiglia dell’essere, il cui sottotitolo è Poesie per Piero della Francesca, ci dice che si può visitare l’unicità della grande opera d’arte con la parola. Leggiamo i versi della poesia iniziale che dà titolo al libro: “Perfetto | nitido | sospeso | dalla conchiglia dell’essere | si tende || filo che scende | arcano | guscio di luce che s’imprime nei volti | ...nicchia gravitante di mistero...”. La poesia è dedicata alla Pala Montefeltro, straordinaria opera, con la famosa conchiglia e l’uovo sospeso, immagini che hanno dato luogo a tante interpretazioni e che non sono più solo ‘pittura’: fino a Piero la pittura richiamava personaggi realistici, veri, esistiti, ma lui crea una pittura misteriosa, metafisica, simbolica: alcuni studiosi hanno visto nell’uovo la rappresentazione grafica della Trinità, altri della perfezione, ma questo quadro rimane ‘unico’ nella sua misteriosa essenza.

Le poesie di questo libro riescono a scolpire con la parola, meglio di tanta critica, l’unicità di altre opere pierfrancescane, come avviene nel componimento L’utopia salvata, scritta per la Flagellazione, rappresentazione statica, architettonica di un evento drammatico. Patrizia Fazzi con i suoi versi ne rende la fissità, la struttura architettonica, il valore simbolico assunto da ogni elemento del dipinto (lo sfondo nero, la bianca colonna, i vestiti dei personaggi, il cielo chiaro):

Si diparte all’infinito
il nero enigma..
Ma bianca si erge la colonna...
In rosso porpora e grigio
avanzano i saggi
convergono
ribaltano la scena
e si apre il cielo
...rinasce la mente...
brilla dorata sul flagellato
il braccio teso all’azzurro...
alla costruenda polis ...

Questo è il grandissimo Piero, inserito nel suo momento storico e al tempo stesso capace di collocarsi in una dimensione atemporale, come sottolinea il titolo, non casuale, della poesia: è un’’utopia’, ma ‘salvata’, perché riflessa in un ‘senza tempo’. Qui la poetessa coglie il passaggio dall’Umanesimo alla fase cinquecentesca dell’arte.

Altra intuizione meravigliosa di questa serie di poesie (che sono molto di più di quello che qui viene detto e ognuna delle quali meriterebbe una lettura attenta e un discorso a parte) è quella relativa alla stupefacente Madonna del Parto, la più misteriosa delle opere di Piero: due angeli che aprono un sipario e la Madonna piena, carica, con la sua veste ampia, lei più alta delle altre creature (e qui vengono in mente i versi di Dante “umile ed alta più che creatura” del XXXIII canto del Paradiso), più alta e imponente perché vergine, donna, partoriente, madre : qui Piero interpreta una realtà religiosa che diventa poesia già nei versi iniziali del Il sigillo sacro:

Si apre dignitosa
nella veste azzurra si espande
crinale di vita che si annuncia
fessura ancestrale
che da sempre si fa grembo...
Si incrociano i colori
come nel contatto scambievole
si rinnova il mistero della nascita
e slarga il sipario alla creatura nuova...

Mai una Madonna era stata rappresentata così ‘fiera’ e ‘dignitosa’, quasi una domina, e i due angeli sono una idea originale e simbolica che aprono al mondo una visione nuova: Piero rende visibile il sacro, una visibilità non consueta nelle opere precedenti, Piero non fa dottrina ma scienza biblica, rappresenta con la sua pittura l’invisibile, il mistero e Patrizia Fazzi - basta leggere le poesie - l’ha intuito e reso benissimo.

Questo libro è importante non solo per la poesia in sè ma anche per l’argomento, che non è da poco, è un argomento che fa tremare le vene e i polsi, perchè mettersi accanto a Piero della Francesca per, in qualche modo, interpretarlo è una bella sfida e, credetemi, ci è riuscita, leggete il libro e vedrete. E per di più con una straordinaria semplicità, senza arzigogolare, senza percorsi tortuosi per il lettore, in modo diretto e chiaro.

Il libro fa seguito alle raccolte Ci vestiremo di versi, 2000 (titolo programmatico: progetto utopistico allora quello di ‘vestirsi di versi’, ma realizzato oggi), Dal fondo dei fati, 2005, e Il filo rosso, dedicata al ‘segno’ e ‘simbolo’ dell’artista contemporaneo Giampaolo Talani. La conchiglia dell’essere è frutto di un lungo studio e di un’ampia preparazione culturale – non a caso Patrizia è stata allieva e collaboratrice di Giorgio Luti, emerito critico e docente – che le hanno permesso di impiegare la sua sensibilità per scrivere varie composizioni anche per un altro artista di rilevanza internazionale, legato a doppio filo con le geometrie di Piero, ovvero Walter Valentini, le cui opere Patrizia Fazzi ha visto esposte qui alla “Galleria Centro Steccata” di Parma.

Nella poesia La tenda azzurra dedicata alla “Porta del cielo”, imponente tavola a tecnica mista di Valentini, i versi sono indirizzati a spiegare un valore pittorico:

E’ un pannello di note arricciate
un’azzurra calata di vite rapprese
sulla soglia del vuoto
o nel pieno di una storia voluta
un invito alla vita
da raschiare con unghie mozzate
eppure ricrescenti e affilate...

Questa immagine delle unghie che raschiano rispecchia perfettamente le opere di Valentini, specie nei quadri dai colori bianchi o grigi e con essa Patrizia Fazzi ha dichiarato la sua poetica rispetto agli aspetti formali e al senso dell’arte di Valentini, che si tramuta nelle ‘unghie mozzate”. E ancora Patrizia Fazzi scrive:

Noi, fili tesi e inchiodati
smarriti ed obliqui
eppure protesi a cercare armonie
a intrecciarsi sghimbesci
schivando meteore impazzite
...cercando la luce, la luce...
per il nostro rettangolo chiaro
per quel segmento divenuto
d’improvviso
infinito.

Il “rettangolo chiaro”: qui viene in mente la sezione aurea che è alla base delle opere di Piero e del meraviglioso trattato di Luca Pacioli De divina proportione, in cui questo studioso voleva dichiarare che nell’universo esiste una ‘divina proporzione’ e il pittore avrebbe dovuto scoprirla nella natura e tentare di raffigurarla. Anche il quadro di Walter Valentini è l’analogo tentativo di scoprire come si possa entrare da quelle porte appena segnate dal filo nero in un mondo disperso, disgregato, quello segnato dalle “unghie mozzate” della poesia. E notiamo le sfere rotte del quadro, che ricordano le sfere di Pomodoro, le sfere violente che la terra ha fatto scoppiare, le “meteore impazzite” come le ha chiamate la nostra poetessa. E al tempo stesso quella porta con la ‘tenda azzurra’ ricorda l’arco della “Maddalena” di Arezzo, il “semicerchio | che l’innalza al cielo”: una continuità di temi, di moduli e linee tra autori lontani nel tempo ma vicini nello spirito, pur nella differente cifra stilistica.

Piero usava molto i colori, mai a caso, ma con valore simbolico; Valentini sembra abolirli e i suoi quadri sono spesso monocromatici: prevalgono il bianco, il grigio, l’oro, un tocco di blu...In realtà i colori ci sono, ma avviene come nei film in bianco e nero, che avevano dei colori bellissimi, perché lasciati all’immaginazione (pensiamo a quelli di Hitchcock...). Quando Valentini fa i suoi quadri monocolori e aggiunge appena delle scrostature o graffia con le unghie, allora saltano fuori i colori, che non si vedono subito ma ci sono: il bianco di primo piano, di secondo piano, quello più pallido o più forte, il suo straordinario grigio cenere...(le sue opere mi ricordano un po’ quelle di Eugenio Montale realizzate con le cicche e il caffè, con toni giallini e grigi, perché non è tanto la materia, ma come la si impiega che conta nell’arte e che le dà un senso).

Tutto quello che si fa nella pittura diventa un messaggio e la poesia che arriva - o prima o dopo – descrive, interpreta e Patrizia Fazzi ci è riuscita in pieno anche mettendosi ‘in contatto’ con le bellissime e poetiche geometrie di Piero della Francesca e di Walter Valentini.

Recensione
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