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Lunamajella

La leggenda narra che Maja, la più bella delle Pleiadi, fuggì dalla Frigia e si rifugiò fra i boschi montuosi d’Abruzzo per portare in salvo suo figlio, il gigante Ermes, ferito gravemente in battaglia e bisognoso di essere curato con l’erba miracolosa che cresceva alle falde di un monte. Ma la neve copiosa impedì la ricerca dell’erba ed Ermes morì. Sconvolta dal dolore, Maja lo seppellì nel Gran Sasso, che assunse il profilo del “Gigante che dorme”, ed ella vagando sconsolata si spense nella montagna che l’aveva accolta e che, prendendo l’aspetto sinuoso da quella madre impietrita, “bella addormentata” riversa su se stessa e con lo sguardo rivolto al mare, venne chiamata Majella.

Di questo mito ancestrale non v’è traccia visibile in “Lunamajella”, intensa raccolta poetica di Gian Piero Stefanoni ispirata al paesaggio abruzzese, soprattutto a quello montuoso e scabro che si snoda dalle cime del massiccio appenninico fino ai paesi in cui “non sai/ se sono pietre, o case le figure (…)/ (…) appoggiate ai costoni”, eppure la memoria implicita e taciuta del mito fa da presupposto metastorico ad una condizione attuale di desolazione e solitudine, che sembrerebbe connaturata a luoghi marchiati da un dolore antico,da uno strappo fatale.

Ma in questo autore ogni rimando leggendario è in apparenza assente, la sua attenzione è tutta centrata nel rilievo plastico conferito a rocce, pietre, cime, borghi, piante, figure di un territorio ben precisato nei nomi dei paesi (Pennadomo, Lama dei Peligni, Fara San Martino) e dei suoi figli noti (John Fante, Ettore Troilo, Vittorio Clemente, F.Paolo Michetti), attraversati tuttavia da un’inquietudine metafisica che trascende il dato concreto fino a far dell’Abruzzo una terra dell’anima. Terra tanto amata dall’autore, che non è abruzzese, da venire adottata idealmente,indagata nelle sue molteplici valenze etnografiche e storiche, e assurta a vessillo di valori nobili che resistono malgrado la sofferenza e la desertificazione dei luoghi, come la fedeltà alle proprie origini (“questo desiderio di toccarsi e di restare”), il coraggio nell’affrontare le avversità, il valore della testimonianza (“l’uomo lungo il pianoro/è terra che resta nella semina”, come si legge nei versi dedicati al partigiano Troilo), la salita intesa come elevazione (“le anime come uccelli si lanciano”), il culto della parola autentica, che viene scavata ed estratta con dedizione “sotto la roccia”, come nel testo esemplare dedicato a John Fante.

Lo stesso titolo dell’opera, “Lunamajella”, è un ossimoro che unisce luminosità e matericità, cielo e terra, e che nel primo componimento eponimo scova“altre aquile in volo” nel profilo roccioso del “Grande addormentato animale”. Sono otto le poesie-sorelle intitolate alla “Lunamajella” e offrono una vivace sequenza di variazioni sul tema, pur se tutte compattate da una parola affilata e “secca”, asciutta nel lessico, sciolta e lineare nel ritmo, che ben esprime quella ricerca di spogliazione da orpelli retorici che caratterizza l’intera raccolta di Stefanoni, dove comunque echi e suggestioni della grande poesia del novecento italiano (soprattutto del desolato Caproni dell’ultima stagione) rimandano ad una robusta e stratificata consapevolezza letteraria.

Come ulteriore omaggio alla terra d’Abruzzo, l’autore ricorre all’aiuto di un altro poeta, l’abruzzese Mario D’Arcangelo, per fargli tradurre alcuni componimenti nella parlata dei luoghi attraversati. Non si tratta appunto di una traduzione totale dell’opera: dei trentasei testi in essa presenti ne vengono tradotti sedici,e sono versioni non scandite da una regola programmatica ma nate forse solo dall’empatia creatasi fra i due poeti per far scattare una sorta di controcanto fra le due lingue, che aggiunge ai versi apporti sonori imprevedibili,fungendo da valore aggiunto ad una ricerca poetica aperta all’ascolto di altre voci, altre culture, spinta con sana generosità oltre la frequentazione del proprio ego.

Recensione
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