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Le città martire
        nella seconda metà del Novecento

Saigon

Poca luce è rimasta
quando tramonta lento
Il simbolo di pezza
che nero stende il vento,
ancora più straniero
col salvo di una firma.

A confortare in cielo
restano le preci
degli alberi combusti
prima che un mulinello di sabbia
faccia il deserto.

Voli frattanto
con l’ultima libellula,
e ti sovvengono
le fabbriche del dolce miele,
sfumando l’astro
fin che il vincente manca.

La nave suona in plancia,
ed isolotto nasce
in mezzo a quelle nubi
che fanno un mare.

Mostar

Chi ha ucciso la casa gialla
mentre soffiava ancora lo scirocco?
Le novelle ed i racconti
a tinte fosche di Natasha,
od i riti per pace feconda
dei seni al vento di Marina?

Resta solo una parete vuota,
senza il segno dell’anima di carta
dove risuona l’angolo diritto
più muto del silenzio.

Attorno sono macerie
di persone e di cose.

Se fossero ancora d’erba
cercherei le residue chiazze
nel polveroso ormai orto di guerra.
Ma nella sterpaglia a terra,
vicino ai pegni dell’albero trafitto,
trovo solo un ritratto di donna
su un auto in corsa.
Allora torno al ponte dove
il drastico coraggio dell’oblio
sarebbe la peggiore delle morti.

Orano

Cuore lontano
quella che chiamavano Patria:
resta a ricordo
in una divisa bianca.

Nelle terre d’oltremare adesso
suona una incerta armonica.

Per ragnatele nuove,
un implacabile lunario
squarcia una zucca ormai marcia.

Putrido truògolo
di una ciurmaglia
stracciona e puzzolente,
nel tortuoso sciamare
di quattro drappi al vento.

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