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Controcanto

La raccolta di poesie Controcanto di Angela Ambrosini si articola in cinque parti di ispirazione per qualche aspetto diversa, l’ultima delle quali si intitola alla poesia Haiku di origine giapponese, riferita a poesie di tre versi di cinque, sette e cinque sillabe, semplici e ispirate a stagioni o momenti della giornata, comunque sempre attinenti a stati d’animo influenzati in qualche modo dagli stati della natura, poesie che cantano spesso la solitudine, la nostalgia per le cose perdute, la malinconia per il tempo che passa irrefrenabile.

Tali poesie, nella cultura giapponese in genere senza titolo, hanno nella raccolta della Ambrosini un titolo tra il realistico ed il simbolico. I temi citati sono per altro ricorrenti in tutta la composizione poetica della Ambrosini che canta in primo luogo la presenza incombente del tempo ed il suo trascorrere che misura e delimita la vita degli esseri viventi, un tema che è uno dei grandi temi della poesia di tutte le epoche. Ogni singola composizione, tranne le otto poesie Haiku, è introdotta da una citazione tratta dai grandi poeti cui la poetessa fa esplicito riferimento.

Questo uso di Angela Ambrosini che pone culturalmente le sue poesie in unione a versi o comunque frasi di altri scrittori di cui condivide significati profondi, circonda la sua ispirazione delle grandi figure con cui sente di essere in sintonia dimostrando in aggiunta di avere approfondito con competenza la cultura letteraria del passato e del presente, italiana e straniera. Non potendo trattare in una recensione tutte le composizioni con sufficiente analisi, vorrei soffermarmi, come accennato, su di un unico tema, quello relativo agli aspetti portanti che assume il tema del tempo per la poetessa. Nella poesia Tempus manet, la prima che dà avvio alla raccolta, un avvio importante e a vortice di idee vestite in immagini poderose, il tempo è presentato nell’immaginazione della Ambrosini come entità esistente in sé e per sé, è per così dire una personificazione o prosopopea. Di fatto esso “sta, spia, insidia come radice / che da crepacci di abissi aerea rinserri / in fulmineo cappio il piede” (17), come fosse un essere se non in carne ed ossa senz’altro in spirito per usare una metafora. Di conseguenza gli esseri viventi della poetessa, in particolare gli umani, appaiono quali configurazioni o fantasmi del tempo, sue immagini transeunti costrette a interpretare un esistere illusorio a fronte dell’unica esistenza reale che è quella del tempo che rimane, appunto latinamente manet comunque illeso ed invariato rispetto alle sagome che può assumere e cancellare a suo piacimento. Esso afferra il piede degli uomini per impedire a questi di camminare liberamente, come li trattenesse con la sua catena invisibile ma indistruttibile e potente, un laccio cui nulla può sfuggire.

Nella vita degli umani e della poetessa nulla dunque rimane tranne il tempo con la sua vita eterna, così che la spazialità dinamica che informa questa composizione vede ossimoricamente sullo schermo di fondo l’invisibile essere del tempo inteso come eternità e sullo schermo in primo piano tante figure visibili che trascorrono veloci per non più ritornare e sparire per sempre. Della vita dunque permane il tempo, quello eterno che nulla ha a che fare tuttavia con il tempo misurato per la singola vita di ciascun essere, un tempo che è nelle parole dal ritmo andante mosso della Ambrosini “stagione dell’animo perpetua”, stagione che resta sempre uguale, appunto perpetuamente rispetto al cambio rapido delle performance individuali, come in una performance teatrale di qualche lontana assonanza con tocchi shakespeariani, macbethiani in particolare (Macbeth, Monologo, Atto V, Scena V), dove l’uomo è un povero attore che dopo la sua breve performance non è più udito né visto da alcuno. Interessante è la citazione tratta da Cesare Pavese quale epigrafe di questa splendida poesia dai toni sinistri e cupi. Per Pavese la lentezza delle ore diviene insopportabile per chi vuol porre fine ai giorni per sempre, insopportabile per colui al quale manca ormai irrimediabilmente l’attesa di qualcosa, la speranza in qualcosa di nuovo, di bello. Se in Cesare Pavese il tempo è impassibile e insensibile rispetto alle attese degli umani quali che siano, nella Ambrosini esso è come un predatore, un rapace o una serpe o un’erba carnivora in agguato dalla sua profonda radice, in ogni caso una trappola per fermare, per impedire subdolamente, con colpi bassi – vedi il laccio al piede improvviso e non previsto da chi incauto procede nella inutile fuga –, l’avanzamento, la continuazione della vita senza il freno rappresentato dall’essere legati alla catena del tempo. Da un lato il desiderio di finire presto di vivere avendo perduto ogni speranza, dall’altro il desiderio di fuggire dalla presa del tempo, non dunque per finire di vivere, ma nella speranza, per quanto infondata, di potersela cavare, di poter evadere, nella speranza appunto di non finire di vivere, all’opposto dunque del sentire pavesiano come nell’epigrafe. In Pavese c’è il nichilismo totale, il rifiuto ormai della vita, nella Ambrosini c’è la fuga dal tempo, ma anche nessuna attesa che non sia mero inganno, qui dunque, nella mancanza di attese di cose buone sta l’assonanza imperfetta tra il senso dell’epigrafe e quello della poesia della Ambrosini.

Una nota sul titolo della poesia: si tratta di una elaborazione del detto latino tempus fugit amor manet, di derivazione in parte virgiliana, detto che vede un cambiamento nel verbo che ha per soggetto il tempo: non più fugit, ma manet, ciò in accordo con la configurazione che il tempo assume nella poesia della Ambrosini, quella di un’entità che resta invariata in eterno al contrario delle sue personificazioni caduche e passeggere nella vita degli umani. Non resta dunque l’amore, ma solo il tempo impersonale come entità spaventosa che rimbomba di stanza in stanza come nella suggestiva composizione La casa del tempo (28) ricca di intuizioni sconvolgenti che si susseguono a valanga e non danno tregua alla sensibilità, mentre la vita fugge lontano, come nella poesia dall’omonimo titolo Lontano (23). Per finire il cenno esegetico: le epigrafi stanno su stele, lapidi funebri o commemorative comunque, anche in fronte a libri, singoli capitoli degli stessi, singole poesie, come nel caso dell’Autrice. Essendo il contenuto delle composizioni non lieto come per altro sempre nella grande poesia, l’epigrafe si associa in particolare alla sua presenza nel grande insieme della morte travestita o vestita da invisibile tempo che non può essere sconfitto da nulla di umano.

E per concludere questa recensione con un verso della Ambrosini poderoso nel ritmo e nella lapidarietà dell’espressione, ecco una citazione dal Testamento del vecchio marinaio: “Io lo so, io che navigai / nello splendore dei giorni marini” (41), dove il rimpianto del passato non si fa sentimentale effusione, bensì intensissima e infinita nonché virile nostalgia di vita che si sente fuggire, infinita come infiniti sono stati gli orizzonti a disposizione del marinaio ormai giunto alla fine del viaggio, intensa come può esserlo quella di chi non abbandona la vita di sua volontà, ma è guerriero che deve soccombere costretto ad abbandonarla nella lotta impari con un tempo sempre uguale a se stesso, illeso dall’invecchiare, eterno. Per rendere conto della raccolta di Angela Ambrosini, ricchissima di sensazioni, impressioni, intuizioni dall’epicentro profondo e pensieri espressi in un linguaggio dalle sintesi audaci e complesse, ci vorrebbe un saggio o studio lungo. Basti comunque il cenno di analisi condotta in questa recensione per dare almeno un’idea della potenza espressiva della poetessa, dei contenuti che sa sintetizzare nella parola poetica creativa su tutte le altre.”

Recensione
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