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All’ombra delle nove lune:
il poema di Lilia Slomp Ferrari dedicato alle donne e alla vita

All’ombra delle nove lune di Lilia Slomp Ferrari (Edizioni del Leone, Venezia, 2005, prefazione di Paolo Ruffilli) è uno straordinario libro di poesie. Racconta (perché ha un ben delineato sviluppo narrativo ) di un dramma lacerante: lo stupro subito da una ragazza tredicenne e la gravidanza che ne segue, vissuti dalla giovane con contapposti sentimenti, che lottano tra loro, si acuiscono, si mordono, si acquietano e si trasformano lungo l’arco di tempo che sta all’ombra delle nove lune, nel profondo del vissuto dei nove mesi di trepida e dolente attesa.

Il merito dell’Autrice, già affermata poetessa in lingua e in dialetto trentino (presente coi suoi versi in varie e prestigiose antologie), è di aver saputo trasformare l’episodio di violenza ed il successivo conflitto psicologico della protagonista, in una splendida ed elevata poesia, che riesce a scavare – grazie ad una sorprendente capacità di empatia tutta femminile – negli abissi dell’anima per trovarvi il dolore e la vergogna, l’innocenza perduta e la rinuncia alle illusioni, il rifiuto e poi l’accettazione, la tenerezza materna, le aspettative ed i progetti per la nuova vita, e da tali segrete profondità sa estrarre gemme di puro ed intenso lirismo.

L’obiettiva difficoltà di far parlare l’interiorità così vivamente ferita della protagonista accentua la bellezza dei versi, che scorrono incisivi e toccanti, e che, ricorrendo ad una ricca trama di allegorie e di figure traslate, di originali metafore e di accostamenti inconsueti (gioco poetico del quale la Slomp Ferrari è maestra ) danno particolare smalto sia alla rievocazione delle più crude atrocità, che all’esaltazione degli slanci più struggenti.

Il primo atto del lungo racconto dell’io poetante|narrante è il ricordo tagliente dell’atto della violenza. In essa risaltano due momenti entrambi laceranti: il tormento per l’aggressione subita ed il dolore per l’innocenza perduta.

Nella prima poesia del libro (in un prologo che precede la scansione dei testi poetici lungo la successione delle nove lune) tali due momenti sono evocati in rapida sequenza, creando un mirabile contrasto tra Contavo tredicianni all’altalena, | le bambole ninnavano le streghe… e …Stringo la mia bambola di stracci | a croce sul corpo depredato. L’ululato è un urlo di silenzio | nella fuga del lupo…

Più avanti apprendiamo che la violenza si è compiuta in spiaggia (L’ultima luce fu quella del faro | mentre i piedi segnavano | la sabbia alla battigia…) e che è stata di gruppo (I demoni mi hanno naufragata, | spezzata nello stelo d’equilibrio, | sputata all’onda lunga d’agonia. | Erano tanti, schifosi più dei vermi | che ora mi brulicano nel cuore…).

Ripetute e martellanti sono le parole usate per descrivere la brutalità dell’episodio, il dolore, la rabbia ed il disgusto: Sento tonfi di tuono nelle viscere | e spasmi di paura…, …questo tremore che mi staffila, | mi unghia le carni | nell’impotenza estrema…, Il velo rotto da artigli di lupo.,…mi frustano i giorni | come orde di topi…

Commoventi quelle che ci rivelano che lo stupro è percepito come una ferita indelebile e come una negazione permanente dell’amore: Questo squarcio di rosso mi condanna | al diniego totale dell’amore… Intensa e terribile la dichiarazione dell’impossibilità di trovare parole per esprimere tutto il sofferto vissuto: Non è abbastanza forte nessun verbo, | nessuna accusa scagliata per questa | predazione dell’essere

E la ferita dell’essere è più dolente perché è sentita come violazione dell’innocenza. La protagonista infatti parla di sé come violata | quando viaggiavo pura nell’innocenza… E fiorivo nel cuore | sette gigli di campo, | inviolata…e poi, Oh i miei fiori, compagni d’innocenza, ed ancora …l’artiglio dell’aquila ha violato la stella di Venere.

Naturale allora per la ragazza chiedersi il perché di tale destino: Perché? Ritornello di perché | l’innocenza sparita | una sera qualunque, ghermita | da un ladro alla porta serrata | come fosse diritto di secoli.

Naturale pure pensare di dover rinunziare per sempre ad ogni felicità: Scardinato il cuore alla radice | profonda della culla…,…Nessun saltimbanco sulla fune della felicità…, essere assalita dal rimpianto (Ridatemi il mio tempo | di trastullo azzurro! | Ero ricamo d’ametista nel sole, | vertigine d’aquilone.). Naturale essere allagata dalla malinconia (Indosserò stasera la mia malinconia, | velo di brina al nastro del domani…e poi… la tunica dei giorni | ha ricami pesanti quando cade (ersi di mirabile essenzialità ).

Rimane l’evasione nel sogno ed il pensiero che cerca di immergersi in una natura consolatoria (E mi vedo danzare alla vita, | lo sguardo perduto, le mani in fuga | sulla tastiera in notturni di Chopin…,…Divento creatura dei boschi | per baci di mirtilli | e brividi di more…), sui quali pesa però il macigno dell’incubo (L’incubo arriva come una percossa, | una tenaglia spalancata…), cui fa eco un cupio dissolvi, un desiderio di morire sparendo (…sparire nel granaio | contare sulle dita la pervinca, | sbocciare nel sudario di rugiada. | Morire nel risucchio di un’ape.).

In questo vissuto si inserisce poi la constatazione di una universalità della violenza sulla donna. La protagonista diventa altre protagoniste, di altre culture, altri colori ed altre latitudini, a celebrare una sorellanza nei confronti della brutalità subita: la ragazza che beve coca-cola sussurrando | alle onde cirri di spuma… diviene quella che vede lontanissimo il Muezzin | roco alla mezzaluna, si tramuta in quella che afferma,…non importa il colore della mia nudità; è sorella di quella che aspetta un abbraccio viola | come la luna sopra i minareti, amica di quella cui …La sabbia | improvvisa negli occhi richiama | distese battute dal Ghibli.

La costellazione di sentimenti della protagonista e le vibrazioni di poesia che ne sono l’effetto si arricchiscono ulteriormente quando arriva il timore e poi la certezza dell’inizio della gravidanza.

Prima ancora di percepirla come una realtà, la ragazza ha un rifiuto deciso al solo pensiero di una nuova vita dentro di sé: Bramo acqua di fonte | e mani adunche nelle viscere | per strappare come gramigna | ogni possibile vita.

Poi il sospetto, la certezza, il desiderio di mantenere il segreto (…Gli altri ancora non sanno il segreto | di tuoni violenti che scuotono…) e infine, flebile prima, poi sempre più fitto, l’instaurarsi di un colloquio col figlio, col frutto acerbo del non amore, con il… Fiore perfetto nell’imperfezione | di un atto d’amore trafugato: Mi scalpiti nel ventre, non so dirti | quanto mi prenda l’ansia del tuo viso…, …E non so ancora se potrò amarti.

E nel dialogo col nascituro troviamo versi assai belli, che, dipingendo con tratti vividi e rarefatti il coacervo di slanci e di moti dell’anima, inneggiano all’accoglienza, all’amore ed alla vita che trionfa su tutto: Son tesa all’illusione | come l’aurora al sole. | Ti sento nelle viscere mio fiore. | Ti coltivo in una lacrima.

Il pensiero del figlio che è in arrivo, stempera in parte il ricordo bruciante della violenza. Esso si fa tenerezza nell’immaginarne gli occhi (Invento i tuoi occhi nel celeste…), speranza nel tratteggiarne le mani (…La carezza | profonda scioglieranno. | Mi piace credere che sarà | la loro tenerezza ad asciugare | i miei occhi prima del sonno siderale.) gioia nel prefigurarne il futuro (giocherò insieme a te, figlio, | la sabbia alla clessidra | come mantide religiosa | che sorvola i profumi e traghetta | il domani in cuore di ninfea. ).

Ma quando il dolore della ragazza si è come acquietato in questa speranza, ecco lo strazio, annunciato dalla Luna nona, del bimbo nato morto e portato via da mani frettolose che non fanno vedere alla madre neppure il viso della sua sfortunata creatura: Ti han portato via braccia di ladra, | viso di pietra, riso di rasoio | falcata lunga nel mantello in fuga…, …Non saprò mai il tuo viso disegnato, | scolpito nel dettaglio delle ore. || Al posto mio ti hanno lapidato. | Oh figlio dell’angoscia e del furore.

Il dolore, questo dolore, si fa allora rabbia da urlare (Foss’anche l’ultimo respiro | urlerò la mia rabbia | a questa vita soffiata in una bolla | ultima di sapone, scoppiata | al primo vento sciroccale.) e infine, a realizzare una sorta di circolarità dell’esistenza, un ritorno alla condizione di partenza: un’adolescente sull’altalena con la sua bambola di pezza; regressione al passato, unica via di fuga, forse, da un dolore così smisurato, unica maniera di sopravvivenza.

Non era facile rappresentare narrativamente una vicenda così complessa e dolente, meno facile ancora trasformarla in autentica poesia come ha fatto l’Autrice, utilizzando tutte le rarefazioni e i colori del suo linguaggio poetico.

Linguaggio che si avvale di uno spettacolare rincorrersi di metafore ardite, di inconsuete traslazioni, di immagini che danno ai versi un particolare splendore:

Mi sento oggi vena d’alabastro | intarsio delicato nel portale | e chioma verde-azzurra lungo il viale | che mena dritto verso l’infinito…,…Ti regalo sguardi di cielo | per annullare occhi di voragine…,… Mi restano appigli di vento stordito | dal graffio di troppi aquiloni…,... Raccolgo i muschi | alla Tua mangiatoia di comete…,…Il tempo delle fragole ha scolpito | in fondo alle pupille questo lago…,…modella il domani in ondate | di grida di cieli trafitti.

I versi liberi dei testi poetici hanno metri vari, sapientemente dosati a dare un ritmo, una sequenza di accelerazioni e di rallentamenti, che si adeguano alla trama narrativa ed alle sue diverse tonalità emotive.

Nelle poesie sono presenti, anche se in maniera non regolare, rime, spesso baciate (Serro le gambe nel tremore | di un’altra alba di rossore.) e rime interne (…in cieli plumbei di polena | imbrigliata. Abisso | di vertigine e picchiata in alto, ..alle parole volte al cielo | nel gelo genuflesso di preghiera, pag. 39 ) rime ripetute (teso-proteso-sospeso-acceso, pag. 48 ) e consonanze (boschi-muschi, pag. 31, bussa-arrossa, pag. 63)

Un cenno particolare meritano le nove poesie che scandiscono il tempo e il vissuto delle nove lune. Esse sono di maggiore regolarità metrica e quasi sempre si giovano della magica musicalità dell’endecasillabo (Non so quanto sarà fondo il dolore | e quanto alta l’onda dell’ignoto. | La pelle mia è bianca come seta | e seta fina sono le carezze), come se in esse il dolore fosse meno stringente, si distendesse nella meditazione e nel desiderio di farsi racconto, acquistando così un più pacato andamento di canto: Non so tuo padre e non so i tuoi occhi | di pianto e luce mescolati ai miei, | se mai potrò dipingerti nel sonno, | dondolarti al mio seno di bambina.

In questo libro ancora una volta Lilia Slomp Ferrari ci dona i suoi versi elevati e densi, vibranti e colmi di sentimento e di significato.

Cimentandosi con le sfaccettature di questa narrazione, ci mostra ancora una volta che la tastiera del suo poetare, anche in una prova così ardua come quella di questa raccolta di poesie, è capace di inondarci di note, di accordi e di armonie, musica fatta per raggiungere le profondità degli animi e per scuoterle con un vento di intensa commozione.

Salerno, agosto 2005

Recensione
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