Servizi
Contatti

Eventi


La profonda voce di un’anima che si racconta

Che mi perseguita è l’infelicità,
biscia d’angoscia ancora da bambina
con galassie appese alle pupille.
Chiaro d’abissi, catapulta estrema
nel baratro mendace della vita.
Mi sarebbe bastata una carezza
trasfusa per migliaia d’altri fiati
esplorati in pifferi di fiaba
da tramandare come testamento.
Mi è compagno ora solo il vento
coi suoi esperimenti stregoneschi
mentre arranco al buio delle ore
al ritmo strangolato del tormento.

(da: In pifferi di fiaba, p. 73)

Lilia Slomp, poetessa trentina di riconosciuto valore, ci ha abituati ad emozioni poetiche elevate e dense, sia coi suoi versi in italiano che con quelli in dialetto trentino. Questa raccolta però sembra essere particolare, diversa da tutte le altre. In essa si avverte, prepotente ed inconfondibile, candida e dolente, nuda e ferita, la voce della sua anima che, sussurrando o gridando, singhiozzando o gioiendo, narra se stessa. E riesce a farlo vestendosi di versi di suggestiva musicalità, ornati come sono della cantabile magia dell’endecasillabo, metro che l’autrice – come confessa nelle note che chiudono il libro – ama svisceratamente (…a quell’endecasillabo sovrano che mi percuote nella sua malia.) La raccolta ha visto la luce nel settembre 2008, presso le Edizioni del Leone con un’articolata prefazione di Paolo Ruffilli.

I testi poetici, oltre settanta, vi sono raggruppati in quattro parti di diversa tonalità.

La prima, Come goccia di vetrata, è focalizzata sulla rievocazione memoriale, che fa emergere da un passato distante ricordi di un’infanzia dominata dalla figura dei genitori. Il padre protettivo, destinatario di un viscerale attaccamento da parte della figlia: Nessuno potrà ridarmi la tua corteccia ombrosa, i sereni, | il pugnale del lampo, | la strana sensazione d’importanza | irripetibile di figlia; la madre più fredda e severa, che le racconta di averla partorita durante l’ultimo bombardamento su Trento (sono nata così, nella paura | di una guerra sfinita…).

Infanzia povera (Come guerriero sconfitto), piena di ricordi di scuola (Incanti), di giochi, di rare degustazioni di gelati e dolci (Pirouette), ma confortata dall’affetto di una nonna affabulatrice e dalla capacità della poetessa bambina di evadere da un vissuto malinconico e solitario attraverso i voli del sogno e le fioriture della fantasia: Ridatemi l’anello imperatore, | lo sgabello di legno fatto trono | per narrare gli stracci di uno specchio, | quella mia solitudine sovrana.

Nella seconda parte (Nel bosco trascorso) il lavoro mnestico dell’autrice raggiunge gli anni dell’adolescenza, della giovinezza e delle prove ad esse connaturate, quando, incamminandosi verso il pieno della vita, rimpiange l’infanzia e il suo candore: Mi resta l’eco degli zoccoletti | perduti da bambina quando | a cavallina della siepe | decollavo | ed era ancora il bianco | l’unica sfumatura da giostrare.

Sono gli anni in cui si deve staccare dalla figura della madre, protagonista di una ninnananna inventata dall’autrice per celebrarla dopo la morte, tra ricordi di tensioni e di dolcezze:…Ed è di nuovo il buio | con spasmi d’incomprensione | e ricordi di miele | e batuffoli di cotone…

Sono gli anni nei quali avviene la presa di coscienza della realtà del mondo e della storia (Ginocchioni a echi di follia) e nasce la determinazione a volersi impadronire della propria vita, sia essa felice o dolente (Mio l’attimo). Gli anni della scoperta dell’amore, vissuto con trasporto, unito ad un desiderio di innocenza: I baci hanno il sapore della brezza | maniero cartapesta sul domani… e poi…E quelle attese interminabili di slanci | tempestosi, messaggi tenebrosi | di un’estasi d’oblio alla clessidra | per riscoprirsi fanciulli | puri e fanciulli per l’eternità.

Il terzo segmento poetico del libro s’intitola Al cancello rugginoso dell’anima e canta di un’eta più matura e meno felice, quella in cui, tra l’emergere di rughe ed altri segni di declino e l’accumularsi delle rinunce (…il graffio mutilato dei desideri…), si constata il trionfo del silenzio, che cala come sudario, che abbaia, come cane minaccioso, dietro il cancello rugginoso dell’anima.

A costruire quest’aura di profonda tristezza, sono gli eventi dell’esistenza, come la morte del fratello Ezio (Negli occhi ti ridevano le ombre), le tragedie della Storia (11 settembre 2001); ma ha il suo ruolo anche la scoperta del profondo scollamento tra realtà e ideali, unita alla rivelazione che il futuro è senza troppe speranze: Svanito è il sentiero del futuro, | bloccato da muraglia.

Unica consolazione l’immersione nel cuore della natura e il desiderio di rinascita: Rinascenza dell’io quella farfalla | timidamente in posa su corolle…

La sezione conclusiva è Endecasillabo ultimo, pregna di un senso di morte, ma anche di un anelito di poesia. L’autrice, ferita dalle disillusioni e dai vissuti negativi raccontati precedentemente, si abbandona a fantasie e a desideri di morte, ad un cupio dissolvi che si ammanta di versi crudi e realistici, tesi a raccontare certi suoi fantasmi funerari e sepolcrali: Sento il badile, la terra, il tonfo | rimbombo sul legno, l’attesa | paziente dei vermi, l’anima viva | che mira l’eterno. Un fiocco | d’inverno sfiora di gelo il mio corpo | nel raso adagiato, le mani | giuncate a un rosario bianco di vetro…

In mezzo a questo desiderio di annullarsi, di guardare ogni cosa dal suo scranno orizzontale, fremono però altre istanze, altre tensioni più vitali, che sanciscono, a nostro avviso, il superamento di questa sorta di discesa agli inferi, di questo naufragio nel grembo della terra: la commozione di ritrovare i delicati elementi della natura e la fantasia di elfi e folletti, che accompagna magiche memorie infantili (Farfalla, Visioni), assieme alla tenerezza del dire addio a chi l’ha amata: Ti supplico, rammentami sorpresa | come quando davanti al tulipano | ho carezzato piano la tua mano | senza che trasparisse il mio addio.

Ma, il finale della raccolta è soprattutto contrappuntato da due illuminanti riferimenti al mondo della poesia, l’invocazione all’endecasillabo, metro sovrano del verso poetico, e l’accenno alle parole di poesia che la poetessa ha tentato di scrivere Sopra fogli di mistero (il titolo dell’ultima composizione).

Il pregio di questa intensa narrazione lirica è quello di essere riuscito a portare a galla, da segrete profondità dell’anima, i sentimenti contrapposti di una vita tesa al raggiungimento di una felicità impossibile.

La costellazione di affetti che si è cercato di descrivere sopra, percorrendo i versi allineati nel libro della Slomp, vengono portati alla nostra emozione di lettori da un linguaggio poetico di intensità non comune, cristallino e musicale, che genera una commossa empatia. L’autrice di Trento ci aveva già abituati ad un linguaggio di particolare densità, soprattutto nell’opera precedente, All’ombra delle nove lune (2005), dove esso era piegato a raccontare una vicenda drammatica, tuttavia la forma espressiva di Come goccia di vetrata è nuova e particolare.

La necessità di far emergere dal suo mondo memoriale e sentimentale, diverse e opposte istanze emotive, impone all’autrice un lessico ricco e variato. Nella celebrazione nostalgica dell’infanzia prevalgono, ad esempio, lessemi afferenti ai giochi, ai personaggi di fiabe, a quella magia celtica di cui la poesia di Lilia Slomp è intrisa (elfi, gnomi, incantesimi, streghe, filastrocche…) e alla bellezza della natura (spaventapasseri, grilli, lucciole, foglie, ciliegi, boschi…).

Essi sono presenti pure (come oggetto di fantasie, visioni) nelle sezioni successive, dove si amalgamano con altri termini di opposto tenore, tra i quali è interessante notare l’elevato numero di quelli che pertengono ad un senso di chiusura, di ferita, di perdita o di proibizione: Imbavagliati, perduto, saccheggiato, imprigionata, sbarrate, prigionia, artiglio, staffilata, strangolato, stritolo, armatura, orbati, muraglia, mutilato, imbrigliata, proibito, imputati, peccato.

È da sottolineare poi la presenza di termini e locuzioni che riguardano l’innocenza (candori, puri…), presenti anche in una bella poesia d’amore: Ti attendo all’ardimento del domani | quando le mani si faranno prece | per un appuntamento gabbamondo | all’innocenza nuda del pensiero. E con un linguaggio così ricco la Slomp costruisce immagini dense e pittoriche, suggestivi traslati, originali metafore: il graffio della sera è una mantiglia…; …brinato di nebbia il silenzio; …assordate dal passo dei ricordi…;… cabrate solitarie dentro il vento…; …sul filo attorcigliato della pena…; il muro è balbuziente nelle crepe…;… sbadiglio d’erba dentro il limitare…; …immobile nel marmo dell’attesa.

L’andamento metrico dei versi è dominato – come detto all’inizio – dall’endecasillabo, misura esclusiva nell’ultima sezione del libro, ad esso dedicata.

Nel tessuto elegante dei versi è inserito inoltre un sapiente gioco di rime e di rime interne (ora baciate, ora alterne, ora più distanziate), di assonanze e consonanze, che contribuisce alla distesa cantabilità dei testi poetici.

Non mancano i passaggi che realizzano gradevoli effetti allitterativi: come stampella stabile…; per rotte piatte; gorgoglio di gola; frammischiate ai muschi; la falce tra le felci…

In definitiva con quest’opera Lilia Slomp raggiunge un’intensità poetica particolare, facendo risuonare la sua anima di memorie e di sogni, di candori e di tormenti, guardando all’abisso della morte, ma trasmettendo – anche grazie alla fede nel potere salvifico della poesia - un profondo messaggio di amore per la vita.

Salerno, 03.02.2009

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza