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La rosada ‘ntei oci del vent:
bellezza e profondità della poesia in dialetto di Lilia Slomp Ferrari

È tutta una cascata di seducenti sorprese la poesia dialettale di Lilia Slomp Ferrari, poetessa trentina che si esprime nella suadente parlata della terra dove è nata e dove vive e lavora.

Sono quasi vent’anni (con la pubblicazione di En zerca de aquiloni, 1987 (cui ha fatto seguito Schiramèle, 1990), che la poetessa si è rivelata alla critica, ottenendo convinti apprezzamenti, divenuti più entusiastici e generali dopo la pubblicazione di altri due libri, di più maturo e profondo poièin: Amor porét (1995) e Striarìa (2002), tappe importanti del suo percorso poetico in dialetto, tra le quali si collocano opere di poesia in lingua, non meno belle ed interessanti.

Sulla sua poesia hanno scritto in tanti. Notevoli e qualificati sono stati i contributi critici di altri affermati poeti in dialetto: Elio Fox, Renzo Francescotti, Tavo Burat.

Che lavoro poetico fa Lilia Slomp col suo dialetto? Con quel dialetto di cui lamenta una certa povertà lessicale, dovuta, lei dice, al silenzio parlante che spira in mezzo alle montagne trentine? Semplice a dirsi: un vero e proprio gioco di magia.

Sospinta dalla forza di una poesia che ha le sue radici principali nella fantasia levitante e nella meditazione accorata, prende le parole del suo dialetto e le combina, le accosta, le unisce, le vivifica, le fa specchiare, risuonare e scintillare, traendone effetti sempre nuovi: echi di nenia e ritmi di danza (…pel de rosada che balavo | ensema a le saiéte…), immagini di rêverie e struggimenti di memoria (...no te m’ài regalà gnanca n’ociada…| Come ‘n gatel me leco pian la bua. ), invenzioni pittoriche e scenari onirici, atmosfere di sensualità e slanci di candore (Mi son come ‘n scoanìf engremenì…), esplosioni di sentimento e rarefazioni di malinconia.

Le immagini che crea sembrano a volte far dissolvere la sua persona nel grembo della natura (Me son empegnada al vent | come en recìn de cirese… …ghe son mi vestìda de mus’cio | molesìn come l’ensògni ‘pena nat.) oppure fondere il paesaggio con la sua figura – un po’ misteriosa – di donna (E gò làori de grànteni, | oci che spègia i rozài… ).

E ci sono poi le sue meditazioni, sovente propiziate dal pensiero del tempo che passa (Tuta na vita con na sèla pronta | per quei cavai che no se ferma | mai…L’è quando i dì i te slipega tra i dedi | che te misuri el temp… ò pettenà el formént | con i me dì brusadi… ). In esse emerge un sentimento più dolente, che fa da sofferto controcanto alla gioiosa vitalità di cui la sua poesia è imbevuta. Esso si affida a parole più pregnanti, a coloriture più dense (L’è quando i to doman i è za strazzadi…a brincar entél pugn | el moment slipegà… E l’à ‘ngiotide el stròf de sti pensèri | solagni come i bissi velenosi…).

Ma un’attenta lettura rivela che i grani di un’intensa tristezza, i contorni inquietanti delle ombrìe, con le loro gerle di sogni, stranezze, peccati e croci, sono disseminati in tutta l’opera poetica della Slomp, tra le sue lune e le sue rugiade, tra i suoi muschi ed i suoi venti.

La poetessa però sa contrastarli con una fantasia che conforta e rasserena, con la sua spenelada de aurora a la not con la sua còcola de ‘nsogni. Le basta – è lei ad affermarlo nel finale di una poesia – un colpo d’ala.

Dal punto di vista della forma, le composizioni della Slomp sono in genere brevi, esili, con versi anch’essi brevi (spesso settenari). Vi è presente quasi sempre un sapiente gioco di rime. La poetessa, che talvolta si cimenta anche con le forme classiche del sonetto (bello il Sonetto 3), o con le quartine di endecasillabi a rima alterna (Per ti mama), il più delle volte predilige versi più liberi e variati, che hanno una tessitura di rime più rade e irregolari, che però si infittiscono nel finale di ogni composizione, rendendo più musicale ed incisiva, talvolta di fulminante bellezza, la conclusione della lirica (E l’è demò le man che sfrugna l’aria | el còdize segreto dei dolori | che trema sui colori.). In qualche caso (Tuta na vita) c’è pure una più complessa trama di rime interne.

E in pochi versi la poetessa (pur restando fedele ad una semplicità di linguaggio) riesce a creare tante immagini, cariche di altrettante risonanze emotive, che si fa quasi fatica a ‘star dietro’ allo scorrere dei suoi versi.

Per fare un esempio, in Mi per ti, presente in Amor porét, l’autrice ci offre – in soli venti brevi versi – una stringente successione di metafore originali e suadenti (en fizzol de luna…l’arfi de le af… il cor dei fiori… e la rosada ‘ntei oci del vent…). Non si fa a tempo a stupirsi per queste ’invenzioni’, che già incalza una donna senza neanche un brandello di seta sulla pelle, dita che volano come quelle di un bimbo, un foglio bianco da pitturare, e poi il sole, la luna, un ricciolo di fumo che trema e si sbiadisce tra le stelle.

Ed alla fine della lettura (di questa come di quasi tutte le altre poesie) si resta emozionati e commossi, di fronte a questi versi dove l’amore per la vita prevale sulla meditazione dolente, la gioiosità trionfa sulla percezione del peso e dei vuoti dell’esistenza, la rabbia per le ingiustizie del mondo si stempera nell’immersione nella solennità della natura, e dove, infine (o prima di tutto?) la vesta larga | che gira come na giostra, che rotea inarrestabile perfino nelle bocche di miele dei rododendri, si fa emblema della femminilità e dell’energia vitale di un’autrice sorprendente, e si dispiega come vessillo multicolore di una poesia di smagliante bellezza.

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