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Leggenda di Lilia Slomp Ferrari:
una poetessa parla di sé in un’aura di magia

Leggenda è il libro di poesie in italiano che Lilia Slomp Ferrari, affermata poetessa in lingua e in dialetto trentino, pubblica nel 1998, dopo tre raccolte dialettali e dopo due prove di poesia in italiano (Nonostante tutto, 1991, e Controcanto, 1993).

Nella prefazione, Ermellino Mazzoleni, illustre poeta bergamasco, dice che Leggenda, rispetto alle raccolte precedenti, si impone per il suo sviluppo stilistico, per i timbri più scintillanti e perché la parola, pur non cessando di essere carezza, diviene spesso, graffio, incisione, taglio.

Ma è necessario riconoscere che Leggenda si impone soprattutto per il ricchissimo mondo immaginario che prende corpo attorno all’io poetante.

Leggenda è memoria ed oblio. Vi emerge la figura materna, forte e severa (ed eri tu, luna mattiniera | a destarmi senza bacio, ferita viva che mi porto | dopo millecentocinquanta | libri ed uno…), quella protettiva del padre (Mi hai detto addio senza saperlo. | Definitivamente. Falciato il grano | coi suoi balli segreti, falciato | il pianto inutile del sogno.), che le costruiva intorno un mondo di fiaba (Sono stata inghiottita, papà | dalle stesse storie che in giorni | lontani mi cantavi. | C’era una volta un re…).

Da questa anamnesi sentimentale sboccia allora un desiderio di gioco (Sto saltando alla corda | sulle nubi, senza grembiuli…), una prepotente voglia di sognare, per contrastare la solitudine (E vagolo come lucciola | smarrita d’agosto | in cerca d’innocenza | per tremori di mani | annaspanti il sogno…e ancora …Per quel lampione rotto, quella strada | buia da percorrere solitari comunque…) ed il soffocamento nel grigiore della quotidianità (Sto soffocando in fotocopie di giorni | senza attese agli angoli, senza tramonti né albe.).

Il sogno però spesso viene ucciso (Assassinati i sogni alla sorgente. | I vostri, i miei, | quelli tramandati dalla voce | roca dei vecchi con occhi | di pozzo…), si trasforma in incubo (E’ mio il riso nelle notti | di plenilunio cieco…Ormai la stanza è un serpe | che scende sibilante verso il mare.).

Ciò nonostante, questa dimensione immaginativa porta alla liberazione, celebrata in una delle più rivelative poesie della silloge, Ballata nuda: Ho gettato la mia corazza al vento | per la mia ballata nuda… e poi…Liberatemi dalla molla | che mi costringe. Ho voglia | di volteggiare fuori tempo | per chi mi sa vedere.

Malgrado il peso della fatica di esistere (…reggerò l’aratro comunque | per un solco mio, mai calpestato. | Spiraglio di rugiada nello sbadiglio | ultimo di luna.), malgrado lo smarrimento (Hai mai carezzato da vicino | la maschera follia? Difficile | riconoscerne il profilo | all’orizzonte della negazione.) ), l’autrice ha energie creative e vitali per affermare il suo attaccamento alla vita: E ho | grembi di innocenza da salvare, | ditale e refe bianco | e ninnenanne ancora, tante | carezze intatte di magia…;… A me basta | un battito di ciglia per volare | in cieli rovesciati…

Tale trionfo del desiderio di vivere e di essere sé stessa assume vari contorni, è acqua che alimenta vari torrenti poetici, tutti freschissimi, tutti pescosi di metafore avvincenti trasportate da un linguaggio di limpida forza, come è nello stile della Slomp.

E’ doveroso citarne alcuni.

L’amore, innanzitutto, evocato come sentimento totalizzante, anche quando è maturo di anni (Bastava un accordo e gli occhi | divenivano pozzi per secchi imbrigliati… e poi …ha il fruscio del silenzio | questo amore. Tranquillo | come l’ombra della panchina | delle favole affannate…). Sentimento nel quale è dolce descrivere l’atto della resa, come gioiosa e femminile accettazione dello slancio amoroso (Se qualcuno mi cogliesse nell’attimo | della resa quando confusa giaccio |nel paniere, matura al punto giusto | per gustare l’esaltazione dell’addio | al ramo. Se qualcuno capisse | quanto amo il compratore esigente | che sa la dolcessa, il succo e il divenire.).

Poi la fantasia, creatrice di mondi affollati di magiche presenze (E’ là che vi ritrovo cavalieri del cielo | fra sagome di carta e code d’aquiloni…e poi…varchi azzurri | improvvisi e ancora draghi scalpitanti | che cavalco. E’ mio il cielo | sui sentieri rotolanti…).

Ed infine la comprensione del dolore del mondo, il coinvolgimento nelle vicende dei nostri giorni (Ha risate sgangherate la storia. | Si maschera con divise sempre uguali, | macchiate da medaglie di furore, rosse | come papaveri di campo svenduti | al mercato vecchio…e ancora… Hai ancora negli occhi | gli stivali delle sette leghe | mentre tua madre sgrana le orazioni | ad ogni tappa scritta sul Calvario.).

Ma Leggenda è molte altre cose ancora. È lo specchio dove si riflette un’interiorità ricca di calore umano. È un racconto poetico in cui la protagonista (l’Autrice) indossa molti travestimenti, si affaccia sul palcoscenico della nostra emozione interpretando vari personaggi, che emergono dalle quinte della sua creatività, portano il loro messaggio di tormento e di speranza, ed escono fra gli applausi mentre cala il sipario davanti alla nostra accorata partecipazione.

Salerno, 7 settembre 2005

Recensione
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