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Sono di una semplicità disarmante le tredici piccole storie che Olga Tamanini, scrittrice trentina, ha messo insieme nella raccolta intitolata Grazie per avermi fatto visita. La narrazione procede con ritmi lineari, quasi del tutto privi di tensione narrativa, verso soluzioni intuibili sin dall'inizio. Il linguaggio, adatto a un pubblico poco avvezzo a confrontarsi con le strategie e i meccanismi usati dalla letteratura, riesce a parlare ai non addetti ai lavori, coinvolgendoli e accostandoli a un universo di sentimenti che, nel mondo contemporaneo, corrono il rischio di scomparire senza lasciare traccia alcuna.

Ha ragione Marco Bridi quando, nella rapida ed efficace introduzione, avvisa il lettore che si imbatterà in racconti brevi, lievi e, soprattutto, sottovoce: destinati a chi è assordato dal frastuono del nostro tempo e vorrebbe risentire la voce del cuore.

Il lettore, quasi senza rendersene conto, finisce col trovarsi in una dimensione in cui lo spazio e il tempo ritornano a farsi adatti alla misura dell'uomo e del suo sentire: la bottega dell'ortolano; la casa di riposo dai lunghi corridoi; una vecchia lamiera capace di trasformare i raggi del sole in arcobaleno e la voce del vento in suono di violino; un costumino rosso con fiorellini bianchi; un carretto a due ruote... Accanto a questi oggetti prendono forma sfumata, quasi evanescente, come se a dipingerne i contorni fosse stato un acquarellista dalla mano ancora incerta, personaggi destinati a sparire subito dopo nella stessa coltre di nebbia da cui sono emersi: Mino, il tenero; Amabile, dolce e sorridente; padre Gino, il prete missionario, morto a causa di un brutto male; Rita e Ruggero, al mare con le loro mamme; zia Vittoria, la vecchia levatrice; il geometra mancato; la ragazza dai capelli rossi...

Olga Tamanini riesce nel suo intento. Anche se i personaggi e le storie rientrano silenziosi e rassegnati nella prigione in cui la società contemporanea li ha rinchiusi, lasciano nel cuore di chi li ha conosciuti piccoli frammenti salutari di umanità e di nostalgia.

Recensione
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