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Io, Pru e una sfumatura di giallo narrativa

Mi occupo ormai da tempo dell’attività letteraria di Fosca Andraghetti, della prosa in particolare. Ho recensito, negli anni, i romanzi Un padre in prestito, Dietro l’apparire, Dubbio...

Mi ritrovo, oggi, a parlare del suo nuovo libro Io, Pru e una sfumatura di giallo, la cui lettura mi ha dato ulteriore conferma della qualità e delle coordinate di una scrittura sempre più carica di senso, efficace, riconoscibile, fresca, libera da scorie e da verniciature manieristiche.

Andraghetti continua a esplorare il complesso universo della famiglia: delle dinamiche che ne costituiscono la struttura; delle solitudini; dei difetti di comunicazione; dei silenzi eloquenti e delle parole inutili; dei sensi di colpa; degli equivoci; delle frustrazioni; delle verità taciute o distorte; dei rancori; della sete insoddisfatta d’affetto; dei sentimenti ritrovati; dell’amore autentico e vero... La trama della vicenda narrata, che del giallo ha solo una “sfumatura”, è lineare e di facile presa. Una scelta intenzionale dell’autrice, che di essa si serve per realizzare obiettivi di ben altra natura. Mira più in alto, infatti, Fosca Andraghetti: suo scopo, come sempre, è trascinare il lettore nei fatti narrati, di renderlo attore degli eventi, di stuzzicarne l’intelligenza, di provocarne la reazione.

Protagonista e narratrice è Andrea, creatura sensibile e per questo più delle altre fragile ed esposta alla sofferenza... Una vita complicata, la sua: la separazione dei genitori; la morte del padre; le vicissitudini di Gabriella, una sorellastra di cui tardi scoprirà l’esistenza; un delitto efferato; un’accusa infamante; l’individuazione provvidenziale del vero assassino; la crudezza e, insieme, la dolcezza di rivelazioni capaci di curare e di risarcire... E, per dare un tocco di leggerezza e di colore al tutto, “Pru”, una cagnetta che manifesta il suo personale punto di vista, a seconda dei casi, con un ghigno strano e buffo o con una “puzzetta”.

Gli eventi lasciano segni, sia pure in misura diversa, nei protagonisti del romanzo, provocandone la benefica metamorfosi. Andrea, più degli altri, è diventata più consapevole, matura e forte. Ha compreso il senso di una frase ripetuta spesso da sua madre: “Crescere è fatica e, a volte, dolore”, nonché quello racchiuso nell’esortazione rivoltole tante volte da Marco: “Impara a volare alto, guarda in alto”. Ha capito che nessuno è estraneo alla vita altrui; che il sentire ha una funzione insostituibile; che emettere giudizi frettolosi è ingiusto; che “crescere non significa vedere il mondo a distanza di sicurezza”; che non esistono limiti alla possibilità di cambiare. Perché tutto può migliorare. Perché è vero quanto afferma Thomas Roland in Corinne: “Possiamo andare avanti in modo diverso... per porre rimedio a tante cose”.

Recensione
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