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La follia delle parole del Seicento e Novecento

Seguo da anni, e con ammirazione, Anna Gertrude Pessina poetessa, autrice di testi teatrali, docente di lettere, giornalista, saggista e colta intellettuale campana, studiosa attenta dei fenomeni letterari del mondo contemporaneo da lei costantemente analizzati e posti in relazione con le loro complesse coordinate spazio-temporali. La sua ricerca. libera da schemi, convince per lo spirito creativo con cui viene condotta e per la capacità di esplorare orizzonti e aspetti poco frequentati dalla critica e aprioristicamente considerati marginali. Ne dà ulteriore conferma La follia delle parole del Seicento e Novecento, un nuovo e prezioso libro, edito da Manni e dedicato ad un'indagine ampia, ben suffragata da un vasto repertorio bibliografico e documentale, sulle "antiche e nuove forme di comunicazione verbo-visiva", come esplicita il sottotitolo. L'opera consta di tre saggi, due dei quali, "Seicento e Novecento", "Italiano e Neoitaliano", già apparsi in rivista e un terzo, inedito, intitolato "Itinerari e percorsi del Novecento".

Il suggerimento di raccogliere in un unico volume i tre scritti è giunto da una fonte autorevole e, a sua volta, illuminata, Francesco D'Episcopo, critico militante nonché docente di letteratura italiana presso l'Università Federico II di Napoli. D'Episcopo, autore anche della prefazione, merita un plauso per la vocazione a stare in trincea e a esplorare, con giusto fiuto, l'universo della scrittura, tenendo nel debito conto l'apporto insostituibile di coloro che, artigianalmente, sanno reperire la materia prima da rielaborare e da interpretare, poi, nell'osservatorio-laboratorio istituzionale. "L'inchiesta della Pessina", scrive D'Episcopo, dimostra "che la poesia o, se si vuole, l'antipoesia resta comunque una valvola di sfogo e di salvezza alla condizione generalizzata di una società, destinata a smarrire la sua più autentica identità" e che, "sfruttando antiche e nuove risorse, affidate alla parola all'immagine, persino al suono, la poesia potrebbe costituire un valido antidoto a molti virus, insinuatisi in un corpo sempre più indebolito per mancanza di solide difese immunitarie".

Pessina mette a confronto Seicento e Novecento; di entrambi i secoli fa una disanima dettagliata e costantemente mirata a coglierne somiglianze, affinità, sintonie, distonie: nuovi padroni, inadeguati, ottusi e prepotenti; cortigiani collusi, ipocriti e parassiti; intellettuali pavidi e servili; una plebe sottomessa e belante; cricche delinquenziali usate con astuzia dal potere e, nel contempo, pronte a vessare il popolo già tartassato e umiliato. Nel "grande vuoto", i deboli diventano ancora più deboli e gli oppressi non hanno più scampo. Tra gli ultimi, "in entrambi i secoli, sono le donne a pagare il prezzo più alto: figlie indifese di un dio minore, qualunque sia la loro dimensione sociale, sono solo oggetti, strumento di piacere, streghe, cortigiane, subalterne... Lo stupro non è offesa bensì complicità o frutto di provocazione diabolica. Pessina, impegnata da sempre a difendere i valori della persona e, in particolare, i diritti e la dignità della donna, narra con spietata lucidità, a sostegno di quanto dice, le vicende che videro rispettivamente coinvolte, nei due secoli, la pittrice Artemisia Gentileschi e la siciliana Franca Viola: l'una e l'altra oltraggiate nel corpo e nell'anima, dai loro carnefici nonché dai tribunali che, con tutti gli espedienti possibili – e tuttavia invano, dato il coraggio di entrambe – cercarono di infangarle e di lederne l'onorabilità. Per due donne che hanno avuto la forza di ribellarsi ce n'e purtroppo, sottolinea l'autrice, un esercito di altre, povere e ricche, dannate a soccombere, a traviarsi in conventi in cui una forzata clausura le ha relegate, a diventare addirittura assassine, come Gertrude, il tragico e sinistro personaggio manzoniano.

Contro ogni sorta di sopraffazione, per Anna Gertrude Pessina l'unica arma di difesa, nelle due epoche, è stata la parola, quella onesta che non si è venduta ai potenti, che non ha mai smesso di servire la verità. Testimonianza eloquente di una scrittura funzionale al rispetto dell'umana crescita e stata quella di Galileo Galilei, rivoluzionario della ricerca, ma anche artefice di un linguaggio libero da virtuosismi e da mistificazioni. Di natura diversa, ma non per questo meno dirompente, e la lingua usata da Joyce, frutto della "destrutturazione alogica del monologo interiore". Il suo Ulisse, infatti, riesce a sconvolgere "l'assetto razionale sintattico" e, di conseguenza, a desacralizzare "i deteriorati schemi ottocenteschi". Di notevole interesse, nel saggio, la sezione che descrive i percorsi poetici del Novecento, esaminando l'"antipoesia" di Corrado Govoni, la "poesia parlata" di Elio Pagliarani, la "poesia elettronica" di Nanni Balestrini, l'"ustione linguistica di Sanguineti", la "parola-sguardo" di Antonio Porta... Il tutto sempre teso a dare forza a una visione più stimolante di tutti gli orizzonti culturali e sociali possibili. Anna Gertrude Pessina ha raggiunto it suo obbiettivo: e riuscita a portare a compimento l'operazione di unificazione e aggregazione, capace d'inglobare storia della società italiana, storia letteraria ed evoluzione della lingua, "veicolo di comunicazione a presa diretta, fatta salva dalla codificazione sclerotizzata". E lo ha fatto con un libro ben scritto, ricco, utile agli addetti ai lavori e, ne sono convinto, destinato a diventare un prezioso strumento didattico sia per gli insegnanti della scuola secondaria, sia per gli studenti universitari che intendono affrontare in modo proficuo e dinamico lo studio della letteratura.

Recensione
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