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Ancora una volta, e, ad onta degli anni, con accresciuto vigore, il lupo dell'Irpinia fa sentire la sua voce. Che gli sale su dalle viscere, oltre che dalla mente e dall'anima, per esplodere con la violenza tagliente di una satira contro il Male, in crescita perenne e mostruosa. La voce di Pasquale Martiniello appare ancora più stentorea e graffiante in questa nuova e ben costruita raccolta di versi. A donarle linfa è l'attenzione sempre più allenata a cogliere le insidie e le perversidni che sottraggono vita e sogni all'umanità, seminando peste e sciagure nel già fragile destino della Storia.

Martiniello si ripete? Il quesito nasce spontaneo solamente in coloro che hanno poca dimestichezza sia con la satira che con la buona letteratura. Sono le contraddizioni, le storture, le ingiustizie a ripetersi. Martiniello è solo la sentinella che, per natura e per insonnia congenita, non abbandona la sua postazione. I suoi occhi sono diventati più abili: l'uso costante li ha resi capaci di funzionare anche al buio, come quelli dei felini. Egli, dunque, non si ripete, si limita solamente a fare il mestiere che, da sempre, lo vede sulla barricata: pronto ad avvertire la comunità, a tutelarne i valori, a metterla in guardia da ogni sorta di aggressione: soprattutto da quelle che celano il loro veleno dietro maschere costruite con astuzia e spregiudicatezza. Il Male cresce e, con esso, crescono l'indignazione e la volontà di affrontarlo: a viso aperto e con l'arma sempre più sofisticata di un lessico che, a sua volta, in virtù di una sperimentazione linguistica condotta con impegno quasi maniacale, consente a Martiniello di raggiungere livelli qualitativi che, a buon diritto, possono essere annoverati tra i più significativi e originali tra i pochi presenti nel panorama letterario contemporaneo.

Pasquale Martiniello è consapevole del ruolo che si è scelto ed è convinto di non sprecare energie nel perseguire il suo obiettivo. L'idea di usare male il tempo che, di giorno in giorno, gli appare sempre più prezioso, non gli consente di starsene in disparte. Parlerà. Punterà il dito contro il nemico per svelarne l'identità. Sono troppe e insopportabili le piaghe da lui elencate: la legge che uccide la legge; la gente che non si accorge d'avere i piedi nudi su rovi e artigli di acacia, aggiogati dai poteri forti che suonano la tromba del silenzio; la patologia illogica di una politica condonatrice; la giustizia che non ha casa nei tribunali; le faine che vivono di sangue e siedono nel pollaio parlamento, zecche operanti sotto il cappello della democrazia, mentre si spartiscono equamente privilegi, stipendi e consulenze da favola; la terra che non ha più rugiada per lenire l'arsura delle ferite sempre più profonde... Come si fa a non vedere? Quale sordità può impedire di ascoltare le voci di bambini spezzate dalle barbarie nel Libano e in Galilea? Con quale animo si può continuare a essere complici? E fastidiosa la voce di Martiniello. Come lo sono le voci che cantano fuori del coro, perché mai si sono umiliate a belare consensi in cambio di favori o di promesse. Dà fastidio chi mostra le piaghe. Genera, invece, simpatia chi finge ottimismo, sorride, narra favole mielose, tranquillizza. Se si candida per il Parlamento, vince. Anche se si capisce con chiarezza che mente. Questo il poeta irpino lo sa. E tuttavia continua a urlare, a denunziare, a sdegnarsi. L'impopolarità presso il gregge nutrito degli ignavi è per lui motivo di vanto. Lui ha imparato a nascondere le lacrime e i sorrisi. Solo sua madre, morta ormai da anni, conosce la sua pena segreta; solo a lei, sulla soglia di una disperazione difficile da tenere a bada, confessa di non sapere quando in queste belve battezzate, in queste vie vigilate da fantasmi tornerà il tempo dell'amore. L'unica conoscenza di cui è certo è che siamo solo passeggeri assegnatari di carne che fiorisce per seminarsi, minacciati da assalti di virus leggeri o pesanti e stuprati e resi detestabili da un tempo aggressivo, come il più feroce dei nemici.

Recensione
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