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Postfazione a
L'Azalea
di Roberta Degl'Innocenti

la Scheda del libro

Giuliana Matthieu Chiocchini

Dopo una pausa di riflessione ritorna Roberta Degl'Innocenti con L'Azalea, nuova silloge di racconti. Un titolo floreale, suggestivo e ricco di allusivi simbolismi: il fiore, il caduco, le stagioni ovvero il tempo.

I racconti felicemente scanditi dalla persuasiva facilità dell'autrice di porsi davanti alle situazioni, riproducono, se vogliamo, la nitida realtà di una buona macchina fotografica, accessoriata però di sentimenti.

Osservare, filtrare, riprodurre: un compito atto a mettere alla prova chiunque abbia desiderio di imprimere per consegnare alla memoria.

Tutti i brevi racconti sono schizzati da mano nervosa e dal fondo di ognuno emerge la rarefatta atmosfera di situazioni terminali.

L'uomo è, e diviene. Possiede tuttavia la rara facoltà di assimilare, immagazzinare per potere poi, in seconda istanza, giocare a nascondino con i ricordi.

Allora nascono le occasioni per esplorare il passato in una accurata esegesi del vissuto.

Flashes sedimentati dentro la cornea, nella parte meno accessibile della mente che, ad un particolare cenno di ricognizione sentimentale, saltano fuori come giocattoli a molla.

Così su una leggera tessitura cromatica che nulla ha da invidiare all'impressionista, che non indulge mai in eccessivi esercizi retorici, né richiede aumentati parametri descrittivi, si impianta il mondo delle immagini costruite sulla corda emotiva del deja vu.

L'azalea, che giustamente raccoglie il messaggio dell'autrice, nella titolazione della silloge, riflettendone la tensione emotiva, turba per l'estrema contenutezza, la sobrietà del linguaggio e la puntualità descrittiva.

Noi cogliamo l'esteriore come primo impatto: noi vediamo. Perciò è il fiore che si offre in tutta la variopinta bellezza. A latere un ospedale, amaro condensato di sofferenza. Appaiono sullo sfondo due pallide figure femminili: un'anziana signora vestita di solitudine e una giovane donna dai delicati toni di intimistica pacatezza.

Sono legate dal sottile filo della simpatia, quel sentimento greco del dividere insieme sentimenti, delusioni, incertezze e turbamenti. Ma le stagioni si superano in velocità. L'azalea continua tuttavia a fiorire al periodico scattare dei tempi, per l'uomo invece la sosta s'impone. La stagione è sempre una e soltanto una.

Ne "La fotografia", il confronto è uomo-oggetto. Ancora una volta il sentimento del tempo a colorare di malinconia le cose.

In un cluster di emozioni e sensazioni, l'uomo solo ripensa alla sua donna, già viva. La rivede giovane e bella, riprodotta nella fotografia sul comodino di casa. Il ricordo diventa ossessivo fino a costringerlo a sostituire la fotografia sulla lapide di marmo, per poterla vedere, ritratta nella sua più felice espressione, anche nell'ultima dimora.

Altrettanto essenziale per uno sciamare di pause e silenzi "L'anniversario". Fretta e rapido consumo di emozioni, hanno rosicchiato la magia di giorni coniugali. Con la timida apprensione del primo incontro, l'uomo, oramai carico di esperienze negative, cerca di riappropriarsi di un tempo magico. Si accorge però che non è sempre possibile il repechage del passato.

"Lo specchio" rimanda invece le visioni di ogni giorno. Quando queste però sono offuscate, si propongono in modo diverso, non soddisfacente o mostrano i piccoli segni del panta rei, allora lo specchio non è più l'amico e lo si distrugge. Nuove occasioni nasceranno dagli infiniti pezzi che ricoprono il pavimento.

Forse anomalo e di più criptica interpretazione nel tessuto narrativo della silloge "L'incubo". Racconto dai risvolti onirico-fantastici che esce dalla legenda dell'iter narrativo, proiettando la Degl'Innocenti in uno spazio nuovo, anticipatore forse di alternative soluzioni letterarie.

"Il letto" è il racconto che chiude la serie. L'autrice gioca ora a carte scoperte e si concede al suo gusto narrativo senza remore. Il monumentale mobile, intagliato di fiori e frutta, al centro della stanza, è un condensato di dominio e di piacere.

Simbolo del sonno riparatore, di ardite fantasie e di più domestiche riflessioni. E' tuttavia padrone della scena. L'autrice gli concede un'anima e gli chiede di rispondere ai tanti interrogativi che agitano dentro.

Quanto ci sia di autobiografico in questa raccolta non è dato sapere. Dall'esegesi di ogni racconto si coglie soltanto la profonda comprensione empatica della realtà: essere-esistere, vivere-morire. Il divenire è una categoria che non ci appartiene.

La grammatica linguistica dell'autrice è particolare e si stende in un dettato di immediata assunzione. Emerge da questo contesto il suo desiderio di farsi intendere al di là di ogni sotterranea implicazione psicologica.

Indubbiamente possiede il dono della sintesi e un certo tipo di coraggio di sperimentazione narrativa. L'apporto di frasi celebri all'inizio di ogni racconto, a suggello del suo pensiero, conferma invece il suo bisogno di uscire dalla restrittiva chiusura di questo fine secolo per riappropriarsi dei grandi panorami letterari.
Materiale
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